Johann Adolf Hasse

Solimano

Dramma per musica

Libretto von Giovanni Ambrogio Migliavacca

Uraufführung: 05.02.1753, Königlich-Sächsisches Hoftheater, Dresden

Argomento.

Solimano il grande restituì nella casa Ottomana i maritaggi, per lungo tempo innanzi da quella aboliti, avendo solennemente inalzata al talamo, ed al soglio la celebre Rosselane. Volendo questa far passare lo scettro in uno de‘ di lei figliuoli, proccurò più volte infruttuosamente d‘ irritar Solimano contro Mustafà, nato dal primo letto, e legittimo successore all‘ impero. Guadagnò essa finalmente a questo effetto il di lei Genero, e gran Visire Rustêno.

Erasi Mustafà invaghito di una Principessa, figlia di Tacmante Sofì di Persia in occasione, che aveva egli fatta la guerra in quelle parti. Finse perciò l‘ artificioso Rustêno, di aver intercette lettere, scritte da Mustafà al Sofì, colle quali implorava la di lui protezione, e gli chiedeva la figlia in isposa, come sicuro pegno di una perpetua alleanza. Fu così accortamente contraffatto il carattere, che Solimano lo credè veramente quello di Mustafà, ed accrescendo i sospetti del padre l‘ amore, che le milizie tutte professavano al figlio, chiamandolo a se dal Sangiaccato, o sia Governo, a lui assegnato, di Amasia, lo fece senz‘ ascoltarlo, e subitamente morire, macchiando con azione sì barbara il nome, che si era fin‘ allora acquistato, del più clemente de‘ Monarchi Ottomani.

La rara amicizia, che passò sempre fra Mustafà, e Giangir, il quale si uccise sul corpo dell‘ estinto fratello, non ostante, che fosse egli uno de‘ figli di Rosselane, il pentimento di Solimano, la deposizione del gran Visire Rustêno, e certa voce (quantunque scoperta poi falsa) svegliatasi non molto dopo, che in vece di Mustafà fosse stato ucciso uno schiavo, a lui rassomigliante, sono le vie, che sembra aver somministrate la stessa storia, per variarne qualche circonstanza, e dar lieta fine al dramma. Baudier. Storia generale de‘ Turchi.

L‘ azione è in Babilonia, e ne‘ suoi contorni, dove trovasi attendato l‘ esercito Ottomano, alle rive del fiume Tigri.

Si è creduto opportuno di cangiare i nomi di Mustafà, e di Giangir in quelli di Selim, e di Osmino, egualmente turcheschi, ma più atti alla musica.

Attori

Solimano, Gran Signore de‘ turchi, padre di
Selim, nato dal primo letto
Narsea,
Emira, figlie di Tacmante Sofì di Persia, prigioniere de‘ turchi
Osmino, figlio di Solimano, e di Rosselane
Acomate, Agà de‘ Giannizzeri
Rusteno, Gran Visir
Coro di Milizie

Comparse

Del seguito di Solimano

Bassà, Visiri, ed altre guardie nobili
Guardie del corpo, o sieno Arcieri detti Solachi
Paggi, detti Icoglani
Ministri della legge detti Imani
Paggi mori per Narsêa, e per Emira

Del seguito di Selim

Agà, e Bassà a cavallo
Prigionieri, e prigionere Persiane
Schiavi, e mori
Strumenti militari
Guardie a piedi dette Giannizzeri
Guardie a cavallo dette Spahi

Milizie di varie divise Asiatiche, ed Europee co‘ loro rispettivi Bassà, ufficiali, ed altri subalterni per gli strumenti militari, timpani, bandiere, code di cavallo etc. che poi si uniscono à Giannizzeri, e formano un sol corpo

Atto primo.

Scena I.

Appartamenti contigui a‘ Giardini.

Emira, e Narsea sedute.

EMIRA.
Perdona: io non intendo
Il tuo nuovo martir cara Narsêa.
Vieni da Tauri in Babilonia appena,
Che da Selim lontana,
Più riposo non ài. Da Tauri il Prence
Quì giunge al nuovo dì: sol poch‘ istanti
Mancano al giorno, e ancor ti struggi in pianti?
NARSEA.
Oh Dio! Sai pure Emira
Chi è Selim, chi noi siam. Del Re de‘ Persi
Noi sfortunate figlie, egli l‘ erede
Del Monarca de‘ Traci …
EMIRA.
Io so che al Prence
E‘ padre Soliman, Tacmante a noi.
Dell‘ Ottomane schiere
Duce Selim, le nostre
Tutte sconfisse, e tutta
Ei la Persia inondò. Fra questi lacci
Per lui noi siamo. Egli a fuggir ridusse
L‘ amato genitor. So che col campo
A queste mura intorno
Delle spoglie de‘ Persi ei viene adorno.
Ma tu veder non brami
De‘ Persi il vincitor? Ma tu non l’ami?
NARSEA.
Crudele! È colpa mia
S‘ egli è degno d‘ amor? Se obblia de‘ Traci
I barbari costumi? Ove si trova
Sotto più bel sembiante
Più generoso cor? Su questa mano
La man di sposo a me, pace alla Persia
E promise, e giurò. Le ostìli offese
Cessaro al suon de‘ giuramenti suoi:
E condanni il mio foco, e rea mi vuoi?
EMIRA.
Chi rea ti vuole? Io farei rea me stessa.
NARSEA.
Come!
EMIRA.
Secondo figlio Osmino ancora
Non è di Solimano? Il Prence anch‘ egli
Non pugnò contro i Persi?
NARSEA.
E a lui poc‘ anzi
Di noi fidò la cura
Il suo maggior Germano.
EMIRA.
Ebben d’Osmino
Sappi, ch‘ io vivo amante.
Fingo rigor: nol sa: nol dissi mai,
Ma giacchè invan m’adopro
A calmare il tuo core, il mio ti scopro.
NARSEA.
E tu condanni …
EMIRA.
Il tuo soverchio affanno,
Il tuo timor, non l‘ amor tuo condanno.
NARSEA.
Non son di Tracia ai Prenci
Vietati gl‘ imenei?
EMIRA.
Lo furo un tempo;
Ma sposa a Solimano
Rosselane divenne, e sarà legge
Questo paterno esempio a figli suoi.
NARSEA.
Ma chi sa poi, se approva
La pace Soliman?
EMIRA.
Nella sua Reggia,
Sulle rive di Ponto,
Il Sultano riposa. È delle squadre,
È di guerra, è di pace
Arbitro quì Selim. Dal padre istesso
N‘ ebbe il poter sovrano. Egli t‘ adora,
Ei lo promise, e tu paventi ancora?
NARSEA.
Eppur …

Si sente qualche strepito nella Reggia, Narsêa ed Emira si alzano da sedere, e due Paggi levano i sedili.

Ma qual romor! Come sì presto
Tutta in moto è la Reggia? Oimè! Che fia!
EMIRA.
E che vuoi mai che sia? Sarà del Prence
L‘ arrivo: andiam. Da lunge
Discoprirlo potrai.
NARSEA.
Va: cara Emira:
Ti seguirò. Ma lascia pria che sola
Un momento io respiri.
Lieta mi vuoi, tu vuoi, ch‘ io speri, ed io
Mille ragioni, e mille
Di pena, e di timor trovo, e ravviso:
E fra il padre, e l‘ amante ò il cor diviso.
EMIRA.
Vado: ma tu frattanto
Finisci di tremar: rasciuga il pianto.
Ah fra timori tuoi
Non tormentar te stessa:
Fu già finor per noi
La sorte assai crudel.

Non sempre agl‘ infelici
Nemici-gli astri sono:
Suol dopo il lampo, e il tuono
Tornar sereno il ciel.
Ah fra etc.

Parte.

Scena II.

Narsea, poi Osmino frettoloso.

OSMINO.
Narsêa.
NARSEA.
Che rechi Osmino?
OSMINO.
In questo punto …
NARSEA.
Lo so: Giunge Selimo.
OSMINO.
Il padre è giunto.
NARSEA.
Ciel! Solimano! Ed a qual fin?
OSMINO.
Nol veggo.
NARSEA.
Ah lo veggo ben io! Vien della Persia
Le rovine a compir. Vien di Tacmante
Il sangue a ricercar.
OSMINO.
No Principessa.
Pace Selim promise, e pace avranno
E la Persia, e il suo Re: Del mio Germano
A me nota è la sede. Al padre mio
So quanto è caro, e tutto
Ei dal padre otterrà.
NARSEA.
Le sue promesse
Deh tu seconda ancor.
OSMINO.
Vivi sicura.
Non so voler, che a voglia
Del mio Germano. Ogni suo voto è mio:
Abbiam l‘ istesso cor Selimo, ed io.
NARSEA.
Tu sai, ch‘ io sono amante,
Ch‘ io figlia son, tu sai:
Se tu pietà non ài,
Chi avrà pietà di me?
Di questo cor gli affetti
Col tuo bel cor divido:
Di tua virtù mi fido,
E m‘ abbandono a te.
Tu sai, etc.

Parte.

Scena III.

Osmino, poi Acomate.

OSMINO.
Non sa, che se il Germano arde per lei,
Adoro Emira anch‘ io: Che se felice
Ei sarà colla pace, anch’io pur spero
La bella mia nemica
Colla pace ottener. Dal punto istesso,
Fra le varie d‘ amor nostre vicende,
Il destin del Germano, e il mio dipende.
ACOMATE.
Pur ti ritrovo alfin! Non sai ch’è giunto
Il padre tuo poc‘ anzi? Io venni seco:
Ed è seco il Visir.
OSMINO.
Lo so. Ma dimmi?
A che viene? E perchè?
ACOMATE.
Sentimi o Prence.
Ami il German?
OSMINO.
S‘ io l‘ amo? Io nacqui, io vivo
Sol per amarlo. E più che il sangue a lui
Mi stringe l‘ amistà. Le prime vie
Ei m‘ insegnò d’onor. Congiunse il cielo
Così tutt‘ i miei giorni a giorni sui,
Che mille vite io perderei per lui.
ACOMATE.
Ah se tu l‘ ami: Io tremo,
Io pavento per lui.
OSMINO.
Ma qual sua colpa
Merita il tuo timor?
ACOMATE.
Colpa diventa
Anche il merto talor. Sovente un sogno
Compra il laccio fatal.
OSMINO.
Come! Che dici?
ACOMATE.
Del grado suo sovrano
Geloso è Solimano.
È sul confin degli anni, ed a‘ sospetti
Facile è questa età.
OSMINO.
Ma nota è al padre
Del German la virtù.
ACOMATE.
Mai di nemici
Questa non manca. Al tuo German pur troppo
Nemici sono antichi
La tua madre, e il Visir. L‘ emolo questi
Del suo poter, del trono in lui l‘ erede
Rosselane non soffre, e reggon questi
Di Solimano il cor.
OSMINO.
Lo so.
Ma torna
Il mio Germano al padre
D‘ un regno vincitor. Lo chiama ognuno
L‘ eroe del secol nostro. È delle schiere
La speranza, e l’amor.
ACOMATE.
Di questo io temo,
Che s‘ adombri il Sultano.
OSMINO.
A un‘ ombra ingiusta
Dunque dal padre un figlio
Sagrificar si può?
ACOMATE.
Ragion non ode,
Non rispetta dovere, e non perdona
Anche al figlio più degno
L‘ avidità, la gelosìa di regno.
E‘ di funesti esempj
Degli avi tuoi la storia assai seconda,
E puoi saper di quai tragedie abonda.
OSMINO.
Degli Ottomani invitti
L‘ antica io non ignoro
Massima rea. So che del soglio a loro
Fur vie le stragi, e che ne fu sostegno
La crudeltà finor. Ma queste vie
Aborrì Soliman. Con lui sicura
La clemenza a regnar guidò sul trono,
E apprese a‘ figli suoi, che anche un Sultano
Sa senz‘ esser tiranno, esser Sovrano.
ACOMATE.
Del padre alla clemenza
Non ti fidar. Della falange, avvezza
A dar leggi al Sultano
Duce son io. Di questa
È l‘ idolo Selim. Del suo periglio
Voli a questa l‘ avviso, e in ogni evento
Sia pronta la difesa.
OSMINO.
Il mio Germano
Io conosco Acomate. Il rischio estremo
Nol farà traditor. Sarìa nemico
Ei del suo difensor, se un atto indegno
Gli dovesse costar la sua difesa,
E se morir dovesse
Fra gl‘ infami ministri, o fra le squadre,
Morrà Selim, ma morrà fido al padre.
Dell‘ innocenza sua
Lasciam, la cura al ciel.
ACOMATE.
Cedo: ma sappi,
Che inutile divien tardo soccorso:
Che il turbine minaccia, il tempo è caro:
Il periglio additai: pensa al riparo.
All‘ udir da rupe alpina
Il torrente, che rovina:
Cura il tempo, il passo affretta,
Non aspetta-il passaggier.
Lunge vede ancor tal volta
Fosca nube in aria accolta,
Ed a vincer la tempesta
Già s’appresta-il buon nocchier.
All‘ udir etc.

Parte.

Scena IV.

Osmino, e poi Rusteno.

OSMINO.
A qualche oggetto invero,
E al certo non leggiero
La venuta del padre. Ad indagarlo
Differir non degg‘ io. Ma vien Rustèno:
Tutto saprà costui. Giova, ch‘ io scopra
Da lui l‘ arcano.
RUSTENO.
(È il Prence appunto: all‘ opra.)

In disparte.

OSMINO.
Qual astro fortunato a noi repente
Guida il padre o Visir?
RUSTENO.
Vien di Selimo
Le glorie ad ammirar. Ma sì turbato
Perchè Osmino io ritrovo?
OSMINO.
A te poss‘ io
Palesare il mio cor?
RUSTENO.
M‘ offende il dubbio.
Spiegati pur.
OSMINO.
L‘ inaspettato arrivo
Mi sorprende del padre, e non so come
Palpito per Selimo.
RUSTENO.
Eh sgombra o Prence
Ogni timore. Il tuo German pur troppo
È caro al Genitor: Ma (non sdegnarti)
Posso a mio senno anchi‘ io
Libero favellar?
OSMINO.
Parla.
RUSTENO.
Non credi,
Che tuo fedel son io?
OSMINO.
Lo credo.
RUSTENO.
I detti
D‘ una madre rispetti?
OSMINO.
Quanto convien.
RUSTENO.
Dunque col labbro mio
La madre tua ti parla. E fino a quando
Del tuo maggior Germano
Sarai schiavo così? Sai, che già nacque
Dal talamo primiero
Selimo a Soliman. Da Rosselane
Tu a lui nascesti. È del paterno scettro
Il tuo German l‘ erede. Or tu che speri
Da sì rara amistà? Se al trono ascende,
Qual sarà la tua sorte?
Qual la tua ricompensa? O ceppi, o morte.
Ah d‘ un incauto affetto
Il giogo scuoti alfin. Ti guida al soglio
La madre tua. Siegui i consigli suoi.
Tu regnerai, se vuoi.
OSMINO.
Così mi parla
La madre mia? Da lei
Tai sensi avesti? A lei riporta i miei.
Del mio Germano i dritti
Sacri mi sono. In lui
L‘ onor de‘ Traci ammiro: In lui rispetto
L‘ esempio mio. Mi fia per lui più dolce
Sparger del sangue mio l’ultime stille,
Che mille imperi, e mille
Col tradirlo acquistar. Udisti?
RUSTENO.
Intesi.
Grande è la tua virtù, ma che prevalga
Al proprio l‘ altrui ben, sembra assai strano,
E di figlio al dover quel di Germano.
OSMINO.
Taci: soffersi assai. De‘ casi miei
Tutta la cura è mia:
E so qual sia, senza l‘ altrui consiglio,
Il dover d‘ un Germano, e quel d’un figlio.

Già so chi amar degg‘ io,
So chi degg‘ io temer:
Conosco il mio dover:
Questo ti basti.

Non giungo col desìo
Del trono allo splendor:
Nè accolgo nel mio cor
Pensier, sì vasti.
Già so etc.

Parte.

Scena V.

RUSTENO solo.
A quanti rischi espone
Rosselane il mio zel. Sedurre Osmino
Io tento invano; E non è lieve impegno
Il perdere Selim. Di questo a danni
Di Soliman nel cor crebbero, è vero,
I da me sparsi semi
Di geloso velen. Ma figlio è il Prence:
È padre Solimano; ed io pavento …
Potrei … meglio sarebbe … Ah no! Perisca,
Mora Selim. Servo ad un tempo istesso
A Rosselane, e a me. Questa lo scettro
Al suo figlio assicura, io del Monarca
M‘ assicuro il favor. Da lei promessa,
Prezzo dell‘ opra mia,
Del Sultano è la figlia: Io questa adoro.
All‘ amor mio s‘ oppone,
È al mio poter Selimo.
Finchè vive costui Visir non sono:
E perduto son io, s‘ ei giunge al trono.
Incominciai l‘ impresa,
Terminarla convien. Più di riguardi
Tempo or non è. Già di pentirsi è tardi.
A terminar la trama
Ogni ragion m‘ affretta:
La giusta mia vendetta,
La bella mia mercè.
Chi d‘ un‘ impresa ardita
Tentar la via pretende,
Giunga alla meta ambita,
O non vi ponga il piè.
A terminar etc.

Parte.

Scena VI.

Luogo magnifico destinato alle pubbliche udienze. Trono del Gran Signore da un lato. Veduta de‘ cortili della Reggia.

Solimano con alcuni Bassà, ed Acomate, poi Rusteno. Arcieri distribuiti agl‘ ingressi.

SOLIMANO.
L‘ imposi già. Non esca,
E non palesi alcuno,
Che in questa Reggia io sono. Il figlio mio
Quì sorprender io voglio. A me tornate,
Quand‘ ci giunga o miei fidi. Udiste: andate.

Alle comparse, che partono.

ACOMATE.
(Come il Prence avvertir!)

Tra se in disparte.

SOLIMANO.
Già tempo è al fine
Ch‘ io ti scopra Acomate il mio segreto.
Meco invan non ti trassi. Ò gran bisogno
Della tua fe. Di rimirarlo in volto
Ti permette il Sultano,
E di parlar. T‘ appressa.
Tu paventi? E di che?
ACOMATE.
Vola improvviso,
Fuor che a pochi suoi cari, a tutti ignoto
Da Ponto in Babilonia il mio Sovrano.
Ne ignoro la cagion: turbato il veggo:
E tremar non dovrei?
SOLIMANO.
Strano ti sembra,
Se turbato son io,
Se quì giungo così? Che vuoi che attenda?
Che sul mio trono il figlio
Vegga innalzarsi, e ch‘ io
Di suo padre, e Signor fatto suo schiavo,
Rinnovi i casi in me del mio grand‘ avo?
ACOMATE.
(Ah lo previdi!) E Solimano il grande,
A cui di tanti regni
L‘ impero è debitor, cui tanti allori
Cingon l’augusta fronte,
Giunge a temer così?
SOLIMANO.
Gli allori miei
Inaridì l‘ età. Quanto mi deve
La Tracia ormai si scorda. Un‘ ombra io sono
Di quel che fui. Già l‘ astro mio tramonta:
L‘ astro che nasce è il figlio:
E volge ognuno al sol nascente il ciglio.
I sudditi, le squadre
Non giuran che per lui. Del nome mio
Si rammentano appena. Il figlio istesso
Già si scordò di me. Già da Sovrano
Parla, ed opra costui. Senza che n’abbia
Chiesto l‘ assenso mio, torna col campo
Da Tauri in Babilonia. Al mio nemico
Agio lascia a fuggir. Chi sa, qual sia
Il suo disegno?
ACOMATE.
È pur fedele il figlio,
Fide le schiere son?
SOLIMANO.
Cangian di giogo
Leggiermente le schiere:
E del trono la luce
Anche d‘ un figlio il cor facil seduce.
ACOMATE.
O ciel! Fu questo figlio
Sempre la speme tua; come or divenne
Il tuo timor?
SOLIMANO.
Caro mi fu pur troppo.
Ma nel suo successor sempre un Sultano
Temer deve un rival. Più il figliò è degno,
E pìù degg‘ io temer.
RUSTENO.
Signor. S‘ avanza
Nella Reggia Selim.

Si sente di lontano lo strepito della marchia.

SOLIMANO.
Venga: Io l‘ attendo.
Se della sua vittoria
L’accieca il fasto: Il suo Sovrano, e padre
Se già pose in obblio: Se del mio scettro,
Sogna dispor: Quì su quel soglio assiso
Mi ritrovi improvviso. In faccia mia
Si confonda l‘ altero:
Vegga che ancora io sul quel soglio impero.

Va sul trono servito da Acomate e da Rusteno, che si pongono ai due lati del trono.

Scena VII.

Selim, poi Osmino, Narsea, ed Emira, con seguito di nobili prigioniere, e Detti.

CORO DI MILIZIE.
Viva il prode, viva il forte
Della Persia domator.
De‘ perigli, e della morte
Non paventa la sembianza:
Dell‘ impero è la speranza,
È de‘ barbari il terror.
Viva il prode, viva il forte
Della Persia domator.

Preceduti dalle milizie, che cantano il coro, da un treno di Elefanti, e di Cameli, carichi del bagaglio, da schiavi, e Mori, de‘ quali altri conducono fiere, altri recano le spoglie de‘ vinti; e finalmente da prigionieri, e da cavalli di mano, s‘ inoltreranno a cavallo varj Bassà, portando alcuni le solite code, e dopo questi fra suoi Uffiziali, ed Agà verrà Selim, tenendo in mano il bastone del supremo Comando. Un corpo di Giannizzeri chiude la marchia. Giunto Selim al luogo magnifico, mette piede a terra, e s‘ avanza. Il di lui seguito si schiererà ne‘ cortili.

ACOMATE.
Quell‘ amabil sembiante
Mira o Signor.

Accennando Selim, che scende da cavallo.

RUSTENO.
Quell‘ aria audace osserva.

Come sopra.

SOLIMANO.
M’avvelena il sospetto.

Ad Acomate.

L’affetto mi seduce.

A Rusteno.

SOLIMANO.
(Il padre! O stelle!)

Vedendo Solimano.

SOLIMANO.
Si turba.
SELIM.
(Che dirò?)
SOLIMANO.
Parlar non osa.
RUSTENO.
Lo confonde il rimorso.
ACOMATE.
Lo stupor lo trattiene.

A Solimano.

SELIM.
(Amor soccorso!)
Padre Signor vincemmo.
Incatenata, e doma
Geme la Persia, e da‘ gelati lidi
Ai regni dell‘ aurora
L‘ odrisia luna, e il nome tuo s‘ adora.
Queste, che vedi intorno,
Spoglie, fere, prigioni, armi, e trofei,
Che in umìle tributo offro al tuo piede,
Della vittoria mia ponno far fede.
Oh me felice intanto,
Che de‘ novelli doni,
Che amico il ciel comparte al mio valore,
Spettator quì ritrovo il genitore!
SOLIMANO.
Fra queste pompe il fasto tuo ravviso,

A Selim.

Non la vittoria tua. Che fa Tacmante?
Il nemico dov‘ è?
SELIM.
Fuggì: Ma intanto
Del Perso Re le sventurate figlie,
Avvinte di ritorte,
In ostaggi di pace offre la forte.
Eccole appunto.

Vedendo Narsêa, ed Emira, che vengono condotte da Osmino, con seguito di altre nobili prigioniere.

Il mio minor Germano
Le guida a te. (Che accoglimento strano!)

Fra se.

S‘ avanzano le suddette, e s‘ inginocchiano a piè del trono di Solimano.

NARSEA.
Ecco di tua vendetta a te prostrate
Due vittime innocenti.
OSMINO.
E degne invero
Della clemenza tua.
EMIRA.
(Che volto austero!)

Tra se, guardando Solimano.

SELIM.
(Come al suo ben vicino
Mi balza il cor!)

Tra se.

SOLIMANO.
Sorgete.

S‘ alzano, e si pongono Narsea a canto di Selim, Emira d‘ Osmino.

Estinto, o vivo

A Selim.

Trar Tacmante al mio piè figlio t‘ imposi.
Vive: È salvo il nemico:
E tu trionfi o Prence? E a me dinnanzi
Mi veggo i figli intanto
Quai novelli Alessandri in Perso ammanto?

Accennando Selim, ed Osmino, che sono vestiti alla Persiana.

Torna da Tauri il campo,
E si parla di pace? Altre conquiste
Da te sperai più belle,
Che di fere, di schiavi, e di donzelle.
ACOMATE.
(Si risveglia l‘ incendio.)

Tra se.

RUSTENO.
(Opra il veleno.)

Tra se.

SELIM.
Ma da te pace implora
Il Perso Re. Se il debellar gli audaci
È gran trionfo, il perdonare ai vinti
È trionfo maggiore. Assai la Persia
Il tuo poter provò: Provi, e conosca
Anche la tua pietà. L’ammiri il mondo:
V‘ applauda il cielo …
SOLIMANO.
Ubbidienza io voglio,
Non consigli da te. L‘ eccelso impero,
Che a te fidai dell‘ Ottomane squadre,
A depor del mio soglio al piè t’affretta:

Selim s‘ avanza per deporre il bastone di comando.

L‘ ardir raffrena, e il mio voler rispetta.
SELIM.
Al venerato cenno
Piego la fronte.

Lo depone a piedi del trono. È raccolto da due Bassà del seguito del gran Signore, e riposto sopra un gran bacile recato da uno de‘ paggi.

SOLIMANO.
Or sia palese ai duci,
Che terminò dell‘ armi

S‘ alza Solimano dal trono.

Il supremo poter commesso al figlio:
Che in Babilonia io sono, io lo ripiglio.
Meco a partir sia pronto
Col dì, che viene, il campo. Entro la Reggia
I cenni miei frattanto
Figli attendete, ed arrestate il passo.

Scende dal trono: Rusteno, ed Acomate partono.

OSMINO.
(Io parlar non ardisco.)
SELIM.
(Io son di sasso.)
SOLIMANO.
Tremi dovunque sia
Il Re nemico, e pace
Mai non speri da me finchè respira.
NARSEA.
(Sventurata Narsêa!)

Tra se.

EMIRA.
(Povera Emira!)

Tra se.

SOLIMANO.
Fugge invano: Invan l‘ audace
Cerca asilo, e cerca pace:
Non v‘ è selva, non v‘ è sponda,
Che l‘ asconda-al mio furor.
Perchè fugga il suo nemico,
Perchè pace il vinto implori,
Stolto è ben, se sugli allori
Già riposa il vincitor.
Fugge etc.

Parte Solimano seguito da tutt‘ i Bassà, e da‘ suoi Arcieri, e successivamente si ritira tutto il precedente pomposo corteggio di Selim.

Scena VIII.

Narsea, Emira, Selimo ed Osmino.

NARSEA.
E Selimo non parla?

A Selim.

EMIRA.
E Osmino tace?

Ad Osmino.

NARSEA.
Questi son gl‘ imenei?

A Selim.

EMIRA.
Questa è la pace?

Ad Osmino.

SELIM.
Mia speranza, ben mio …
NARSEA.
Io tuo ben! Con chi parli?
SELIM.
O ciel! Sì strano
Quest‘ ardir mio dunque ti sembra?
NARSEA.
Assai.
SELIM.
Non sei tu l‘ idol mio?
Il tuo sposo io non son?
NARSEA.
T‘ inganni: Io sono
La figlia di Tacmante, e tua nemica.
Del tuo crudel trionfo
Lo spettacol son io. D‘ ogni mio danno
L‘ autor, figlio tu sei d‘ Asia al tiranno.
SELIM.
Bella Narsêa non congiurar tu ancora
A danni miei. Tu almeno
Abbi di me pietà.
NARSEA.
Quella che il mio
Ottien dal padre tuo.
SELIM.
Ma se la pace
Ricusa il genitor, che far poss‘ io?
NARSEA.
Che ascolto! Che puoi far? Dunque sì presto
Del padre al solo aspetto
Già vacilla Selim? Del cor d‘ un Trace
Ah stolta io mi fidai! Va pure ingrato:
La fe, l‘ amore, i giuramenti oblia:
Appaga il padre tuo: L‘ opra compisci:
Nel sangue di Tacmante
Sazia la sete: Abbatti, ardi, rovina:
Struggi la Persia appieno;
E se non basta ancor, passami il seno.

Tra sdegnata, e piangente.

SELIM.
Mal mi conosci: Addio.
NARSEA.
Ma dove?
SELIM.
Al padre:
A palesare a lui gli affetti miei:
La pace, e gl‘ imenêi
Ad impetrar, che approvi, e a piedi suoi
Ottenerti, o morir.

In atro di partire.

OSMINO.
Ferma o Germano:

Seguendolo, e trattenendolo.

Se parli, il padre irriti,
Somministri alla frode armi novelle
Contro di te. Qualche crudel disastro
Mi presagisce il cor.
SELIM.
Sarà minore
Degli oltraggi, ch‘ io soffro. Esposto a torto
Del padre insieme, e del mio bene all‘ ire,
Cruda, e ingiusta così trovo la sorte,
Ch‘ io la vita oborrisco, e non la morte.
Serbami o cara intanto
Il primo dolce ardor:
Non sai di questo cor
Qual sia la fede.
Farò cessar quel pianto:
Ritroverò pietà:
O il padre mi vedrà
Morirgli al piede.
Serbarmi etc.

Parte.

Scena IX.

Narsea, Emira, ed Osmino.

NARSEA.
Sieguilo Osmino. Al padre
Tu l‘ accompagna: A‘ suoi
Unisci i prieghi tuoi.
OSMINO.
Guardimi il cielo:
A trattenerlo io vò.

In atto di partire.

EMIRA.
Ferma.

Lo trattiene.

Ed è questo
Quell‘ Osmino o Germana,
Ch‘ ama Selim, che a voglia sua sol vuole,
Ch‘ à l’istesso suo cor?
OSMINO.
Non arrestarmi:
Lascia, ch‘ il segua. Ah tu del mio Germano
I perigli non sai!

Ad Emira.

S‘ io nol raggiungo,
I suoi corre a cercar lacci funesti:
E s‘ ei more o Narsêa, tu l‘ uccidesti.

Parte.

Scena X.

Narsea, ed Emira.

NARSEA.
Udisti Emira? Ancora
Condanni il mio timor? Non fu presago
Della sventura mia? Forse era poco
Per un padre tremar, tremar degg‘ io
Anche per l‘ idol mio. Dimmi or ch‘ io speri?
Poi ch‘ io pianga non vuoi?
EMIRA.
Narsêa coraggio.
V‘ è in ciel qualch‘ astro ancora
Per Selimo, e per noi.
NARSEA.
Cara Germana
La tua costanza ammiro:
Ma imitarla io non so. Nacqui infelice:
M‘ ama Selimo, e basta
Perchè una stella amica
In ciel più non ritrovi. Ah se volete,
Io morirò d‘ affanni;
Ma sol questo vi basti astri tiranni.
Deh rispetta il padre mio:
Salva oh Dio! l‘ oggetto amato:
E poi tutte avverso fato
L‘ ire sfoga in questo sen.
Non risparmia a questo core
I tuoi strali o ciel nemico:
Ma perdona al genitore,
Ma conservami il mio ben.
Deh rispetta etc.

Parte.

Scena XI

EMIRA sola.
Qual reo governo amore
Fai de‘ seguaci tuoi! Quando riposo
S‘ avrà con te? Sol di sospiri, e pianti,
Sol d‘ affanno, e dolor nutri gli amanti.
D’amor fra le pene
Se un‘ alma delira:
Non trova più bene,
Più pace non à.
A un povero core,
Che langue d‘ amore,
Lo stesso contento
Tormento-si fa.
D‘ amore etc.

Parte.

Scena XII.

Solimano, col suo seguito, che resta in lontano, poi Rusteno, poi Selim.

SOLIMANO.
Perchè guidarlo io voglio
Mormora il campo? Ah da me il figlio invero
Tutt‘ i cori alienò! S‘ io nol reprimo,
Che tenterà Selim?
RUSTENO.
Chiede Selimo
Di presentarsi a te.
SOLIMANO.
Vanne: L‘ arresta.
RUSTENO.
Ubbidisco. (È nel laccio.)

Tra se in atto di partire.

SOLIMANO.
Aspetta. È meglio,
Ch‘ io l‘ oda pria. Non lunge attendi. Ei venga.
A cercar fors‘ ei vien la sua rovina.
RUSTENO.
(Tarda il trionfo mio, ma s‘ avvicina.)

Parte.

SOLIMANO.
Udiam che dir vorrà. L‘ ira si celi,
La tenerezza antica
In volto mi ritrovi:
Tutto il suo core a discoprir mi giovi.

Entra Selim.

T‘ appressa o figlio, e il mio paterno affetto
Ritorna a meritar.
SELIM.
Per qual mio fallo
Io l‘ amor tuo perdei?
SOLIMANO.
Se vuoi perdono:
Confessa l‘ error tuo. Non è delitto
Del militare, alla tua fe commesso,
Sommo impero abusar? Destar nel campo
Sediziosi tumulti, ed or che dei
Di mia cadente etade esser sostegno,
Tanta nodrire ambizion di regno?
SELIM.
E mi credi sì reo? M‘ inghiotta il suolo,
Se reo son io d‘ un solo
Sì perverso pensier. T‘ inganna o padre
Il malvagio impostor. No: tutto io vengo
A svelarti il mio core. Ogni mio fallo
Palesarti vogl‘ io. Ma i falli miei
Questi non sono. Ah se quest‘ alma è rea,
Solo è amor la mia colpa. Amo Narsêa.
SOLIMANO.
Ami Narsêa! Che speri
Dall‘ amor tuo?
SELIM.
Che il padre mio l‘ approvi,
Che con solenne nodo a lei m‘ unisca:
E che ministro sia d’eterna pace
Il felice imenêo fra il Perso, e il Trace.
SOLIMANO.
Gìa promettesti a lei
Le nuzziali tede?
SELIM.
Sì: lo giurai: Nè mancherò di fede.
SOLIMANO.
E tu giurasti audace
Al trono, al letto alzar degli avi miei
Di Tacmante la figlia, e reo non sei?
SELIM.
Una tua schiava ascende
L‘ imperial tua sede,
E salirvi non può d‘ un Re la figlia?
D‘ un imenêo solenne
Rinnovi tu per Rosselane il rito,
Ed io son reo, se il genitore imito?
SOLIMANO.
E un imenêo tu stringi, e a chi fo guerra,
Senza l‘ assenso mio, pace procuri:
E soffrirlo io dovrò? Dunque son io
Un fantasma real? Dunque tu sei
L‘ arbitro dell‘ impero?
Dunque più non poss‘ io, come a me piace,
Mover la guerra, o stabilir la pace?
SELIM.
Ah non sdegnarti: amo Narsêa: Non posso
Vivere senza lei. Vengo al tuo piede
A cercar morte, o ad ottener mercede.
Deh se ti resta in petto
Per me del primo affetto
Scintilla ancor: se l‘ orme tue seguendo,
Del mio sudor, di mie ferite io mai
Premio alcun meritai: rendi felice
L‘ innocente amor mio. Se i voti miei
Condanni o genitor: Questo è il mio fallo.
Son reo: Non mi difendo.

S‘ inginocchia.

Apri il mio seno:
Sfogati in queste vene: Appaga l‘ ire.
Bello al par del mio fallo è il mio morire.
SOLIMANO.
Sorgi. Risolverò.
SELIM.
Decidi. Io voglio
La mia sorte saper. Pria dal tuo piede
Non partirò giammai.
SOLIMANO.
T’appagherò: La sorte tua saprai.

Parte.

SELIM.
Mi lascia!

S’alza.

Or quì s‘ attenda il suo comando.
RUSTENO.
Selimo, il genitor chiede il tuo brando.

Escono con Rusteno 12. Arcieri.

SELIM.
Il brando mio!
RUSTENO.
Mi spiace
Il tuo destin, ma deggio
Al Monarca ubbidir.

S’accosta a Selim per disarmarlo.

SELIM.
Scostati audace.

Rispingendolo.

Non osano i tuoi pari
Disarmar questo fianco. Io lo disarmo.
Ma sappia il genitor, che se rispetto,
Non temo il cenno suo. L‘ ire disfida
Un innocente cor del fato avaro.
Vanne. Recalo al padre. Ecco l‘ acciaro.

Getta il ferro a piè da Rusteno, e lo raccoglie uno degli Arcieri.

RUSTENO.
(Insulta a tuo talento:
Farà le mie vendette un sol momento.)
SELIM.
Di quell‘ acciaro al lampo
Rammenti il genitor,
Che già per lui nel campo
Più volte balenò.
E quando io cada esangue
Almen rammenti allor,
Quanto nemico sangue
Per lui finor versò.
Di quell‘ etc.

Parte fra gli Arcieri, e Rusteno lo siegue.

Fine dell‘ Atto Primo.
Atto secondo.

Scena I.

Gabinetto addobbato di arredi Persiani. Ricco Sofà, preparato per Solimano.

Solimano, poi Osmino.

SOLIMANO.
Olà!

Esce un paggio.

Venga Acomate.

Parte il paggio, e Solimano siede.

OSMINO.
A piedi tuoi
Se di prostrarmi ardisco,
Padre non ti sdegnar.

In atto d‘ inginocchiarsi.

SOLIMANO.
Sorgi. Che chiedi?
OSMINO.
Ch‘ altro implorar poss‘ io,
Che per il mio Germano
E perdono, e pietà?
SOLIMANO.
Ma tu che implori
Per lui pietà, perdono,
Sai tu i suoi falli?
OSMINO.
Ignoro i falli suoi.
Ma s‘ io noni parlo o padre
Chi per lui parlerà?
SOLIMANO.
Taci: Ascoltarti
Io non posso, io non deggio.
OSMINO.
Padre mio … caro padre …
SOLIMANO.
Udisti Osmino?
Io di tacer t‘ imposi,
Non di formar querele.
Parti: ubbidisci.
OSMINO.
(O genitor crudele!)
Il mio German diletto
Ah se ferir tu vuoi:
Cercalo in questo petto:
Quì tu lo puoi-ferir.
O col suo sangue insieme
Tutto si versi il mio:
Per lui morir vogl‘ io,
O almen con lui morir.
Il mio etc.

Parte.

Scena II.

Solimano, poi Acomate.

SOLIMANO.
Or che mi giova adesso
L‘ Arabo aver sconfitto
Soggiogato l‘ Egeo, domo l‘ Egitto?
Prezzo di mie vittorie allor ch‘ io spero
Chiuder in pace il ciglio,
Ribella il campo, e mi tradisce il figlio!
Vieni Acomate: A pro d‘ un figlio reo
Or parlarmi se puoi. Condanna adesso
I miei sospetti. Amante
È di Narsêa Selimo. A lei di sposo
Giurò la fede: ad onta mia pretende
Render pace a Tacmante, e già l‘ audace,
Sprezzando ogni ritegno,
Viene a vantarmi in faccia il suo disegno.
ACOMATE.
Forse il suo cor scoprendo, i dubbj tuoi
Credè calmar Selimo.
SOLIMANO.
Anzi gl‘ irrita:
Or più che mai pavento
Di qualche rea tra il mio nemico, e il figlio
Segreta intelligenza.
ACOMATE.
Onde il timor?
SOLIMANO.
Dal folle
Suo temerario amor; dalla bramata
Alleanza co‘ Persi; alfin dal campo,
Che già per lui congiura,
E da quella, che ostenta, aria sicura.
ACOMATE.
Pur se parlar poss‘ io …
SOLIMANO.
Parla. Se puoi,
Difendi il disleal. No: del mio sangue
Sete io non ò. Potessi
Ritrovarlo innocente!
ACOMATE.
E delinquente
Ritrovarlo io non posso. Ama Narsêa:
Per ottenerla, à chiesto
Da te la pace: il suo delitto è questo.
SOLIMANO.
Dunque al suo stolto affetto io vender deggio
L‘ Ottomana grandezza? Al Perso unirmi,
E fornir l‘ armi io stesso,
Onde restar dal mio nemico oppresso?
No: soffrir nol degg‘ io. D‘ un cieco amore
Qual sia la forza io so. Seguiam degli avi
Le sanguinose tracce. Un colpo solo
Gli ultimi giorni miei renda sicuri.
Olà! …

Entra un Paggio.

ACOMATE.
Che ascolto! Ah Solimano! Ah come
Sì diverso da te! De‘ tuoi maggiori
Finor l‘ orme detesti, ed or le siegui?
Ah ferma! Ah qual prepari
Lutto a vassalli tuoi,
Trionfo a tuoi nemici,
Qual pentimento a te! Non torre al mondo
L‘ immago tua. Sai quante volte il figlio
Or dall‘ indico lido, ed or dal mauro
Vincitor ritornò: Che fu bambino
La tua delizia, e sai …
SOLIMANO.
Non rammentarmi
L‘ affetto mio, le glorie sue. Pur troppo
Io le rammento.
ACOMATE.
Ah sì: del sangue i moti
Ti leggo già nel volto.
Secondali Signor. Gli empj punisci,
Ch‘ àn sedotto il tuo cor. No: di tradirti
Non è Selim capace. A te lo chiama:
Disciogli i lacci suoi:
Rendigli il primo amor. Delle tue schiere
In tua difesa ei volgerà l‘ affetto,
Il suo zelo, il suo braccio, il suo coraggio:
Se un ostaggio ne chiedi: Eccomi ostaggio.
SOLIMANO.
Taci: parti: non più.
ACOMATE.
Risolvi. Io volo
A condurlo al tuo piè.
SOLIMANO.
Lasciami solo.
ACOMATE.
Ah se il tuo core obblia
La sua pietà primiera:
Rammenta il reo qual sia,
Pensa qual è l‘ error.
Rammenta il mio consiglio:
Pensa che padre sei:
Che il delinquente è figlio,
Che la sua colpa è amor.
Ah se etc.

Parte.

Scena III

SOLIMANO, POI NARSEA.
Che fiero stato è il mio! Padre, e regnante
Che deggio far? Rigor domanda il soglio,
Pietade il figlio. O tu che a Musulmani
Anche dal ciel sei duce,
D‘ un infelice padre
Tu reggi il cor. Si chiami

Parte il Paggio.

A me Narsêa. Pria di punir, si cerchi
Di salvarlo ogni via. Ferir vorrei,
Nè so per quale incanto
Gela, e s‘ arresta in sul ferir la mano.
NARSEA.
Al cenno tuo sovrano
Ecco la schiava tua. Sperar poss‘ io,
Che ascolti Solimano i prieghi miei?
SOLIMANO.
Che brami?
NARSEA.
Ah se mai lice
A una schiava infelice
Grazia implorar: Pietà del padre mio,
Signor pietà. Per quell‘ augusta fronte,
Che non oso mirar, per questo pianto,
Che mi cade dal ciglio …
SOLIMANO.
Salvo il padre tu voi? Salvami il figlio.
NARSEA.
Come!
SOLIMANO.
Per te Selimo
Arde o Narsêa d‘ amor. Degli Ottomani
Al talamo, ed al soglio
Innalzarti ei promise. Al suo desio
Consentir non poss‘ io. Vietarlo a lui
La sola mia potrebbe
Paterna autorità; ma non vorrei
D‘ una rea contumacia il figlio esporre
Agli effetti funesti. A te ricorro.
L‘ incauta sua promessa
Disciogli tu. Quì resta. A te ben tosto
Selim verrà. Dirai,
Che più non pensi a te, che volga altrove
Gli affetti suoi. Si vincerà Selimo,
Se da lei che l‘ accende
Se dal tuo labbro il suo destino apprende.
NARSEA.
È vero. A questa mia
Selim, qualunque sia,
Sventurata beltà volse gli affetti.
Ei m‘ ama, ed io dovea
Pria che amarlo morir, ma (il labbro mio
Non è avvezzo a mentir) l‘ adoro anch’io.
Selim lo sa. Tentai
Celarlo invano. E dovrei poscia io stessa
La sentenza crudele … Ah no: Consiglio
Cangia o Signor. Volendo, io nol potrei:
Tradirebbe un mio sguardo i detti miei.
SOLIMANO.
No: risoluto ò già: Se tu secondi
I miei voleri, al padre tuo la pace,
Alla Germana io dono,
Ed a te libertà. Se tu ricusi,
Più non v‘ è per Tacmante
Pietà nè pace, e d‘ un sedotto figlio
Tu il fio mi pagherai.
NARSEA.
Da me piuttosto
Deh l‘ allontana. Io fuggirò da lui:
Mai più nol rivedrò,
SOLIMANO.
Troppo mi giova
Che il disinganni tu. Se te non lascia,
Deciso è il suo morir.

S‘ alza.

Non lunge io sono.
Tutto vedrò. Per sempre

I paggi levano i tapeti.

Se da te nol dividi,
Tu perdi il genitor, l‘ amante uccidi.

Vuoi, che regni il padre amato?
Vuoi, che viva il caro amante?
Del tuo ben, del padre il fato
Sol da te dipenderà.
Se da me tu vuoi rigore;
Se pietà da me tu vuoi:
Tu risolvi, e col tuo core
Il mio cor risolverà.
Vuoi, che etc.

Parte.

Scena IV.

Narsea, poi Selimo.

NARSEA.
Che all‘ idol mio ricusi
La tante volte e tante
Giurata fe! Che da me lunge il Prence
Vada per sempre! … E pronunciar degg‘ io
Il decreto fatal! … Ma non è questo
Lo stesso che morir? … Sì. Ma tu al padre
Rendi il trono con ciò, ma tu la vita
Con ciò serbi al tuo ben: ma perdi entrambi,
Se i suoi non spegni in lui funesti ardori,
Se nol scacci da te. Scaccialo, e mori.
Eccolo: aìta o Ciel!
SELIM.
Posso una volta,
Senza timore alfin bella mia face,
Posso accostarmi a te.
NARSEA.
(Che pena!)

Tra se.

SELIM.
Al padre
Vi fu chi in mio favore
Ardì parlar. Già i lacci miei disciolse;
Presagio alla vicina
Nostra felicità. Più quei begli occhi
Sdegnati non vedrò. Deh se qual fosti,
Per me tu sei … Ma come
I miei sguardi tu fuggi? Al mio contento
Corrispondi così?
NARSEA.
(Morir mi sento.)

Tra se.

SELIM.
Parlar vorresti, e taci?
Ti spiace il giusto omaggio
D‘ un cor, che tuo fu sempre …
NARSEA.
(Alma coraggio.)

Tra se.

Prence non ti stupir. Per te non nacqui:
Non nascesti per me. Forse io t‘ amai:
Ma tutto (oimè!)

Tra se.

dagli astri
Tutto si cangia. Or più non deggio amarti:
Se l‘ inconstanza mia punir ti piace;
Siegui l‘ esempio mio: lasciami in pace.
SELIM.
Sogno, o vaneggio? O ciel! Sei tu Narsêa?
Selim son io? Ma se di te mi privi
Per chi vivrò?
NARSEA.
Già più per me non vivi.
SELIM.
Ma perchè mio bel nume? Onde sì strano
Cangiamento improvviso?
NARSEA.
Non giova il dirlo: È il mio destin deciso.
SELIM.
Dunque mi lasci? ed io
Misero! Che farò? Barbara! Ingrata!
È questa la mercè? Per te d‘ un regno
La conquista non curo: Un padre irrito:
Espongo i giorni miei. Poi de‘ miei rischi
Quando alla meta arrivo:
Io non nacqui per te? Per te non vivo?
NARSEA.
(Questo è soffrir.)

Tra se.

SELIM.
Mi scacci, non m‘ ascolti,
Nè mi dici perchè. Dove s‘ intese
Più nera infedeltà? Del molle sesso
Or fidatevi amanti. Almen palesa,
Dimmi almen l‘ error mio?
Spiegati: Parla.
NARSEA.
(Ah non resisto.)

Tra se.

Addio.
Ti sembro ingrata, è vero:
Ma il tuo dolor consola:
Agli occhi miei t‘ invola,
E scordati di me.
Chiamami cor leggiero:
Credimi infida amante:
Mi troverai costante,
Quando saprai perchè.
Ti sembro etc.

Parte.

Scena V.

Selimo, poi Solimano.

SELIM.
Mi fugge! Ah si raggiunga!

In atto di partire s‘ incontra in Solimano.

SOLIMANO.
Il passo arresta.
M‘ ascolta, e taci.
SELIM.
(Ah qual angustia è questa!)

Tra se.

SOLIMANO.
Vedi a qual segno è giunta
Per te la mia clemenza. Invan pretendi
Innocenza vantar. Reo ti vorrebbe
La patria al par di me. Potea punirti:
Lo volli, e lo dovea. Sai, che s‘ onora
Di Manlio, e Bruto il nome in Tracia ancora.
Ma che! Nel cor d‘ un padre
Facil l‘ ira s‘ estingue. I falli tuoi
Tutti già mi scordai. Con questo amplesso
Il primo amor ti rendo:
Ritorniamo ad amarci un‘ altra volta.
SELIM.
Pietoso Genitor …
SOLIMANO.
Taci, e m‘ ascolta.
Brami dar pace al Perso:
La rendo a lui. Per appagarti appieno
Vorresti il soglio mio. Già il sonno estremo
S‘ appressa agli occhi miei. Presto la morte
Questo sudato serto
Mi svellerà dal crin. Verrai sul trono:
Trovar che speri in questo? Un nido infausto,
Un misero ricetto
D‘ affanno, di timore, e di sospetto.
SELIM.
Del trono i rai fallaci
Ah non furono già …
SOLIMANO.
M‘ ascolta, e taci.
Per tanti doni, e tanti
Da te sperar poss‘ io
Una mercè?
SELIM.
Disponi o padre appieno
Del mio sangue, e di me.
SOLIMANO.
Chiedo assai meno.
SELIM.
Tutto farò.
SOLIMANO.
D‘ Amasia
Riedi al governo, e se l‘ amor d‘ un padre
Può premio domandarti:
Scorda Narsêa, più non vederla, e parti.
SELIM.
(Misero me!) Se vuoi,
Ritoglimi la vita:
Ma lasciami il mio ben. Spergiura, ingrata
Vorrei scordarla, e non lo posso. Ah sappi …
SOLIMANO.
Altro udir non vogl‘ io.
Se al padre tuo ricusi
Quanto in mercè domanda:
Ubbidisci al Monarca: ei tel comanda.
SELIM.
Ma ubbidirti io non posso.
SOLIMANO.
Ed io lo voglio.
Dell‘ ubbidienza tua pegno saranno
I giorni di Narsêa. Se ancor resisti,
Non v‘ è per te più speme:
Non v‘ è pietà per lei. Lo stral sospesi,
Ma nol deposi ancor. Non torna all‘ arco,
Quando n‘ uscì. Questa è la volta estrema,
Che t‘ avverto o Selim. Pensaci, e trema.

Parte.

Scena VI.

Selimo, poi Osmino.

SELIM.
Altri disastri in terra
Vi son per me!
OSMINO.
Caro Germano. Ah soffri
Che t‘ abbracci una volta. Alfin … Che miro?
Qual novello martiro …
SELIM.
Ah de‘ viventi
Il più misero io son. M‘ odia Narsêa.
Ch‘ io più l‘ ami non vuol. Mi scaccia, fugge,
E ch‘ io la siegua il padre vieta, a costo
De‘ giorni del mio ben. Seguirla io voglio,
Se ne‘ profondi abissi
La dovessi seguir.

In atto di partire.

OSMINO.
(Si perde.) Ah ferma.

Lo trattiene.

Ami così Narsêa? Tu che la vita
Data avresti per lei, la man tu stesso
Armerai, che l‘ uccida? È dolce oggetto
Per un amante inver, veder la cara
Parte di se gli estremi
Aneliti esalar, gli ultimi accenti
Dal suo labbro raccor: vederle il sangue
Sgorgar dal molle sen …
SELIM.
Taci spietato.
Io partirò. Mi dica
Perchè cangiò: Perchè mi vuol lontano:
Mi spieghi quest‘ arcano.
Poi si parta, e si mora.
OSMINO.
Ah resta: a lei
In tua vece io n‘ andrò. Consola intanto
L‘ affanno tuo. Di te non meno avrei
Di lagnarmi ragion. Tu le ferite
Non sai di questo core:
Non sei tu solo a sospirar d‘ amore.

Parte.

Scena VII.

SELIMO solo.
Che disse! Che ascoltai! Sarebbe forse
Mio rivale il German? No: Senz‘ amarla
Non si vede Narsêa. Lo stral, che il mio,
Piagò d‘ Osmino il cor. Forse l‘ infida
Al nuovo ardor risponde? È forse questa
Dell‘ incostanza sua
La segreta sorgente? Ah si chiarisca
L‘ infame tradimento! A lei si vada
A rinfacciarlo, e all‘ infedel sugli occhi
Disperato a morir. Mi sveni il padre,
M‘ uccida questa man: ma non si nutra
Questo crudel veleno,
Ma non si viva a questo inferno in seno.
Già sereno il dì sperai:
L‘ onde già parean più chiare.
Ah m‘ inganna il cielo, e il mare,
La speranza mi tradì!
Tutto oh dio! cangiò sembianza:
Ogni affanno già provai.
Di morire è tempo ormai:
Abbastanza-il cor soffrì.
Già sereno etc.

Parte.

Scena VIII.

Deliziosa con varj sedili di verdura. Emira, poi Osmino.

EMIRA.
Or di costanza è tempo. Adesso Emira
Fa pompa di valor. Racquisti al fine
L‘ antica libertà. Già Solimano
La promise a Narsêa, Narsêa la compra
A costo del suo cor. Ma tu non ài
D‘ imitarla coraggio. E tu sei quella,
Che ispirarlo pretende? Il caro Osmino
Abbandonar non sai. Solo al pensarlo
Già sentir morir. Sponde felici,
In cui nacque il mio amor. Dolci ritorte,
Fra cui la prima volta anche quest‘ alma
A servire imparò … Ma viene Osmino.
Ah si nasconda almeno
La debolezza mia!
OSMINO.
Dov‘ è Narsêa?
EMIRA.
Che rechi?
OSMINO.
A lei degg‘ io
Parlar.
EMIRA.
Cercarlà
Puoi fra quell‘ ombre. Addio.

In atto di partire.

OSMINO.
E mi lasci così?

Trattenendola.

EMIRA.
Da me che brami?
OSMINO.
L‘ estrema volta è questa,
Ch‘ io parlo a te. Forse non più giammai
Ti rivedrò. Lo sai.
Nè un momento t‘ arresti? Un solo addio
Udir non vuoi da me?
EMIRA.
Ma che pretendi?
OSMINO.
Nulla o crudel: ma se non merto amore,
Non mi negar pietà.
EMIRA.
(Qual tempo oh Dio!)

Tra se.

Sospira, e guarda Osmino.

OSMINO.
Che veggo? Ah bella Emira,
Dunque sperar potrei? …
EMIRA.
Come! Che vedi?
OSMINO.
Ma quel pietoso sguardo,
Ma quel sospir …
EMIRA.
Non lice
A te dell‘ altrui core
Gli arcani interpetrar. (Già mi perdêa.)

Tra se.

Narsêa tu vuoi? Siede colà Narsêa.
A lusingarti meno
Un‘ altra volta impara:
Quel, ch‘ io nascondo in seno
Non lice a te cercar.
Vantar fra ceppi ancora
La gloria mia poss‘ io:
E posso al suol natio
Senza rossor tornar.
A lusingarti etc.

Parte.

Scena IX.

Osmino, poi Selim.

OSMINO.
Che orgogliosa beltà! Ma si ricerchi,
Si ritrovi Narsêa. Cieli! Il Germano.

Vedendo Selim.

A che vieni o Selimo.
SELIM.
A te molesto
Io forse giungerò. Ma degg‘ io stesso
A Narsêa favellar.
OSMINO.
Parti. Il suo core
Meglio a me scoprirà.
SELIM.
No: inopportuno
Confidente è un rival.
OSMINO.
E tuo rivale
Son io?
SELIM.
Sì: tu m‘ involi il mio tesoro.
OSMINO.
Sogni? Narsêa rispetto: Emira adoro.
SELIM.
Ami Emira? Ah respiro!
OSMINO.
In Babilonia,
Come tu in Tauri, anch‘ io
Appresi a sospirar.
SELIM.
Tutto or comprendo.
Io m‘ ingannai: Perdona.
Dov‘ è Narsêa? Mi sembra …

Osservando curiosamente fra le scene.

OSMINO.
Ah già la vide!
SELIM.
Eccola. A questa volta
Ella s‘ invia.
OSMINO.
Deh da quì lunge o stelle
Guidate il genitor!

Parte.

SELIM.
L‘ attendo ascoso.
Non fuggirà.

Si ritira in disparte.

Scena X.

Narsea, e detto, poi Solimano.

NARSEA.
Potessi il vero almeno
All‘ idol mio scoprir.
SELIM.
Pur ti riveggo …

Avanzandosi in aria di rimproverarla.

NARSEA.
(Che miro!)

Sorpresa.

Ah taci o Prence.
Io nel mio coragià sento
I rimproveri tuoi. Non tormentarmi
Caro Selim di più? Non sono infida.
Il padre tuo m‘ udia. Fu suo comando,
Vale i tuoi dì la mia
Creduta infedeltà.
SELIM.
Bella mia speme,
Siam soli …
NARSEA.
Ah non fidarti.
In ogni loco, il sai,
Il Sultano è presente, e quando lunge
Più si crede tal volta,
Tutto vede non visto, e tutto ascolta.
SELIM.
No: non temer: dimmi se m‘ ami.
NARSEA.
Ingrato!
Dubitarne tu puoi? Vedi s‘ io t‘ amo.
Io stessa per salvarti
Sveno il mio cor, moro, e di te mi privo.
SELIM.
Per salvarti io so più. Ti lascio, e vivo.
NARSEA.
Mi lasci!
SELIM.
Impone il padre,
Che in Amasia io ritorni. I giorni tuoi,
Se resisto, minaccia. Il tuo periglio
Ad ubbidir m‘ insegna, ed alla mia
Sprone è la tua virtù. Partir non seppi,
Finchè infida sembrasti agli occhi miei.
Or so che fida sei:
Parto meno infelice.
NARSEA.
E parti? E quando?
SELIM.
In questo punto.
NARSEA.
Ah senti.
(Povero cor credesti
Esser forte, e nol sei.)
SELIM.
Parla. Che vuoi?
NARSEA.
Oimè! S‘ oscura il ciglio:
Vacilla il piè.
SELIM.
Non ci pentiam mia cara
D‘ un atto illustre. Addio. Vivi: ritorna
Alle paterne foglie. Io dalla morte
Vado a cercar ristoro.
Sovvengati di me.
NARSEA.
Soccorso … io … moro.

Sviene sopra uno de‘ sedili di verdura.

SELIM.
Misero me! Svenne Narsêa: L‘ oppresse
Il suo dolor. Ben mio.

Avvicinandosi a lei.

Principessa. Mia vita.
Non ti smarrir. Richiama
La tua virtù. Son teco. Apri i bei rai:
Io non partij, non partirò giammai.
Guardami.
NARSEA.
Oimè!
SELIM.
Ritorna,
Ritorna in vita o mio tesoro. Io resto.
No: non temer. Per quel bel labbro il giuro,
Per questa man, che stringo,

Prendendola per la mano.

Non partirò.

Solimano dal fondo della Scena.

SOLIMANO.
Seguite.
SELIM.
(O cieli!)

Narsêa s‘ alza.

NARSEA.
(O stelle!)
SOLIMANO.
Seguite. Io non disturbo

Con ironia.

Così teneri affetti.
NARSEA.
Ah non sdegnarti
Signor con lui.
SELIM.
Del mio trascorso o padre
Non accusar Narsêa.
Il colpevole io sono.
NARSEA.
Io son la rea.
Da me richiesto venne.
SELIM.
Io la cercai.
SOLIMANO.
Datevi pace alfine: intessi assai.
SELIM.
Passami il cor, ma non potrai da lei.

Risoluto.

Mai separarmi o padre. Ecco il mio stato.
È tirannia lasciarla:
Disubbidirti è colpa. A lei spergiuro,
O a te sarei ribelle: A lei non posso,
Mancar non deggio a te. L‘ un passo, e l‘ altro
Mi torrebbe la vita. Ah questa vita
Fu già tuo dono o padre.
Riprendi il dono tuo. Viva il mio bene.
Perdona al tuo nemico. Illeso il nome
Conserva di clemente. Io morrò lieto,
Che intatti conservando i sensi miei,
A te fido morrò, costante a lei.
NARSEA.
In me Signor rivolgi,
In me le tue vendette. In me tu invola
A Tacmante la figlia,
Il suo bene a Selimo. Uniti i rei
Così tutti punisci in questo seno:
E un colpo sol può vendicarti appieno.
SOLIMANO.
Barbaro qual mi credi

Affettando aria di tranquillità.

Principessa io non son. Non son tiranno
Qual mi temi o Selim. D‘ amor le colpe
Son degne di perdono. Io veggo quanto
Vi costa il separarvi. I vostri cori
La fe congiunse, e fino all‘ ore estreme
Sarete (il giuro ancor) sarete insieme.
Se così due bell‘ anime
Amor fra loro unì:
Chi le vorrà dividere
Chi quel crudel sarà?
Di fedeltà costante
Sarete esempio un dì:
L‘ idea d‘ un vero amante
Da voi s‘ imparerà.
Se così etc.

Parte.

Scena XI

Selimo, e Narsea.

SELIM.
D‘ i tempesta foriera
È quella calma. Ah sul mio capo solo
Il turbine rovini!
NARSEA.
Ove?
SELIM.
Del padre,
Col solo sangue mio,
A placar l‘ ire.
NARSEA.
E speri
Ch’io senza te più viva?
SELIM.
Addio Narsêa.
Questi ultimi momenti
Avvelenar non voglio. A te degg‘ io
Esempj di valor. Mia vita addio.
Fra quest‘ ombre se un‘ ombra tu miri,
Che s‘ aggiri-cercando riposo
L‘ ombra è quella del fido tuo sposo,
Che a te viene chiedendo mercè.
Saran dolci gli estremi sospiri,
S‘ io morendo, tu vivi per me.

Scena XII.

NARSEA sola.
Da tanti affanni oppressa
Neppur oso lagnarmi. Il mio dolore
Già stupida mi rese:
Così senza consiglio, e senza scorta,
Sieguo il mio fato ove a perir mi porta.
Sulla scomposta prora,
Così nocchier tal volta
Perde la speme ancora,
E s‘ abbandona al mar.
Poveri affetti miei!
Dolci speranze addio!
Già m‘ abbandono anch‘ io:
Già corro a naufragar.
Sulla etc.

Parte.

Fine dell‘ Atto Secondo.

Atto terzo.

Scena I.

Rovine d‘ antiche fabbriche, per cui si passa dalla Città al Campo.

Rusteno, poi Solimano, con seguito, che resta in dietro.

RUSTENO.
con questo foglio alfine
O perdermi degg ‚io,
O perir dee Selimo. A me venduta
Industre man, del Prence in esso i veri
Caratteri imitò. Fra queste antiche
Rovine, onde il Sultano al campo or passa
L’attenderò. Ma giunge.

Asconde il foglio.

SOLIMANO.
Al campo Osmino
Guidò le prigioniere?
RUSTENO.
Il tuo cenno eseguì.
SOLIMANO.
Ma tu Rusteno
Perchè si mesto? Parla.
RUSTENO.
Questo foglio il dirà.

Gli da il foglio.

Fu da miei fidi
Sorpreso il messaggier. Fuggir volèa.
Ma d‘ ogni parte cinto,
Si ferì disperato, e cadde estinto.
SOLIMANO legge.
A Tacmante Selim.
»Non son qual credi
Tuo nemico o Signor. Molto giovarci
Può la nostra amistà. La chieggo, e il messo
Diratti il resto. Il grande mio disegno
Se favorir ti piace,
Offro a Narsêa la mano, a te la pace.«
Ah che d‘ un padre invano
Al cor non parla il cielo! E tu tremavi
Questo foglio a scoprirmi?
RUSTENO.
Il figlio abbracci:
Quanto ei t‘ è caro io veggo …
SOLIMANO.
E tu sì poco
Il Sultano conosci? In questa mia
Tranquillità mentita
Matura la vendetta. Anche de figlio
I timori ingannai. Ma infin sincera
La pace mia già crede, e alla mia tenda
S‘ incammina l‘ incauto. Ivi a Narsêa
Giurai d‘ unirlo. Io serbo fe. Ma il nodo
Sarà fatale. È questo
Di sua morte il decreto. Al campo or vanne.
Vedi s‘ è in calma. Il suo castigo io voglio
Della notte celar fra il velo oscuro:
Tardi per poco ancor ma sia sicuro.
RUSTENO.
Vado: ragguaglio esatto
Di tutto avrai.
SOLIMANO.
T‘ attendo.
RUSTENO.
(Il colpo è fatto.)

Parte.

Scena II.

Solimano, poi Acomate, poi Rusteno.

SOLIMANO.
Da tante furie alfine
Liberarmi potrò.
ACOMATE.
Signor, perdono.
Il figlio tuo difesi,
E difesi un fellon.
SOLIMANO.
Che avvenne?
ACOMATE.
Il campo
Ei tutto sollevò.
SOLIMANO.
Fra poco estinto
Lo vedranno i ribelli.
ACOMATE.
Un solo istante
Non ti resta o Signor. Finchè innocente
Mi parve il figlio, io di lui vissi amico:
Lo scopro traditor: son suo nemico.
SOLIMANO.
Dov‘ è Selimo?
ACOMATE.
Alla tua tenda, e affetta
Innocenza, e stupor.
SOLIMANO.
Corri Acomate.
Alla tua fede il tuo Signor si sida.
Ecco l‘ ordine mio. L‘ empio s‘ uccida.

Gli da il decreto.

ACOMATE.
Io volo. (Il Prence è salvo.)

Tra se.

Parte.

SOLIMANO.
Ah già vi sento
Palpiti tormentosi, acerbi moti
Di sangue, e di natura! ad accusarmi
Tornate di crudel.
RUSTENO.
È il campo in armi:
Non indugiar: punisci …
SOLIMANO.
Io già prevenni
L‘ avviso tuo.

Interrompendolo, e guardandolo fieramente.

RUSTENO.
(Che sguardo!)

Tra se.

Ormai l‘ audace …
SOLIMANO.
Non più: tutto già so: lasciami in pace.

Come sopra.

RUSTENO.
(Incomincio a tremar.)

Tra se.

Parte.

SOLIMANO.
Se tanto a un padre,
Che un figlio reo punisce,
Fate soffrir, volete dunque o cieli
Ribelli ai padri impunemente i figli?
Ah perchè son seguaci
Di sì giusto castigo
Sì tiranni rimorsi! Ogn‘ aura, ogn‘ ombra
A rinfacciar mi viene
La mia severità. Dov‘ io mi volgo
Mi ritrovo sul ciglio
I muti esecutori, il laccio, il figlio.

Nell‘ orror d‘ atra caverna
Tal s‘ interna-un passaggiero:
E già va col suo pensiero
Mille mostri ad incontrar.
Gira in questa, in quella parte
Fosco il guardo, incerto il piede:
E per tutto già si vede
Dalla morte minacciar.
Nell‘ orror etc.

Parte.

Scena III.

Magnifico padiglione del gran Signore, diviso in varie stanze, tutto coperto.

Acomate, e Selim.

ACOMATE.
Da questa tenda infame
Fuggi o mio Prence: il passo affretta. Il campo
Gìa freme a tuo favor.
SELIM.
Chi destò mai
Il ribelle tumulto?
ACOMATE.
Io lo destai.
SELIM.
Ma la cagion?
ACOMATE.
L‘ estremo
Periglio tuo. Salvati: fuggi. Ancora
Se un istante ritardi,
Mori, perduto sei.
SELIM.
Nol credo: il padre
A placarsi tornò.
ACOMATE.
Nol credi? Osserva:

Gli mostra il decreto.

Ecco il funesto dono,
Che t‘ invia Soliman.
Gli vidi in volto
Il fallace sereno,
E corsi io stesso a prevenir Rustêno.
Mi finsi a te nemico, e il reo decreto
Svelsi da lui cogli artificj miei.
Or è questo in mia mano, e salvo or sei.
SELIM.
Ma di mia morte al padre
Tu risponder dovrai?
ACOMATE.
Fedel mio schiavo,
A te d‘ aspetto, e di figura eguale,
Tra le tue vesti avvolto,
S‘ offre a morir per te. Colà deponi
Quel perso ammanto. Ai muti
Mal noto sei. Di questa notte al bujo
Sarà mia cura accreditar la sola.
Per or tua cura sola
Sia di salvarti.
SELIM.
E un innocente …
ACOMATE.
Ei seppe,
Che colla sua ricompra
La vita a te. Felice
Chi può co‘ giorni suoi
Serbar l‘ erede al soglio,
La sua speme all‘ impero! Invidia esige
Chi così muor; che appena l‘ alma uscita
Veste spoglie più belle, e torna in vita.
SELIM.
Al padre mio ribelle,
Vuoi ch‘ io divenga? E questo
Ti par salvarmi?
ACOMATE.
Il padre
È già perduto. Ognun ti crede estinto.
A vendicarti corre
Già l‘ esercito intero, e mille acciari
Vedi già balenar. Vanne a tuoi fidi.
A fronte delle squadre
A salvar la tua vita astringi il padre.
SELIM.
Son convinto, io m‘ arrendo. A tanto zelo
Grato sarò; ma la bell‘ opra intanto
Tu a coronar dimora.
(Il genitor si salvi, e poi si mora.)

Tra se.

Unite a lupi andranno
Le pecorelle al prato:
Pria che diventi ingrato
A così bella fe.
Da sterpi si vedranno
Pria germogliar le spiche:
E damme a veltri amiche
Giacer de‘ faggi al piè.
Unite etc.

Parte.

Scena IV.

ACOMATE solo.
Respira alfin respira
Povero cor. Più che temer non ài.
Salvasti il Prence, ài palpitato assai.
Or di contento in lagrime
Tutto ti puoi sfogar.
La morte or puoi mirar
Senza spavento.
Già dallo scorso turbine
Vedi placarsi il mar:
Le nubi dileguar,
Calmarsi il vento.
Or puoi etc.

Parte.

Scena V.

Rusteno, poi Osmino, poi Solimano.

RUSTENO.
Dove corro? Ove son? Tutto è spavento,
Tutto è orror, tutto è morte. Ognun m‘ insulta,
M‘ aborre ognun. L‘ aspetto
Di Soliman m‘ agghiaccia;
E in ogni parte ò il mio delitto in faccia.
Ecco Osmino. S‘ eviti.

In atto di partire.

OSMINO.
Il mio Germano
Visir dov‘ è?
RUSTENO.
L‘ ignoro: Ognun lo vuole,
Lo chiede ognun da me. De‘ giorni suoi
Debitor mi pretende
L‘ esercito ribelle. All‘ ira ingiusta
Corro a celarmi.

Parte.

OSMINO.
Va: va della terra
Sino alla sponda estrema,
Ma se more il German, perfido trema.
SOLIMANO.
Ah vieni o solo alfine
Mio sostegno, e conforto. Il tuo Germano
M‘ aità ad obbliar. Quanto in lui perdo
Fa ch‘ io racquisti in te. Che in te più fido
Io trovi un figlio, e un successor più degno
Al trono io lasci.
OSMINO.
Il trono
E dovuto al Germano. Io non usurpo
I dritti altrui: Se vuoi
Per questa via Selim punir, t‘ inganni.
Quello o padre io non son. Cerca altro figlio,
Inumano a tal segno,
Che sul germano oppresso ascenda al regno.
SOLIMANO.
Più non vive il german.
OSMINO.
Selim non vive?
SOLIMANO.
No: de‘ misfatti suoi
Pagò la pena.
OSMINO.
O stelle! E tu potesti
Un tal figlio punir? Fu sì gran fallo
Dunque l‘ amar Narsêa? Sappi ch‘ Emira
Adoro anch‘ io. Chi sa, se in lei minore
Divenisse il rigor, dove d‘ Osmino
Giunga l‘ amor? Se giusto sei, se sui
Reo col germano, ò da morir con lui.
SOLIMANO.
Ami tu Emira ancor? Dunque co‘ Persi
Tu ancor cospiri?
OSMINO.
E quando co‘ nemici
Il german congiurò?
SOLIMANO.
Leggi.

Da ad Osmino la lettera, che dopo letta, la rende al padre.

Che dici?
OSMINO.
Un foglio indegno è questo,
Cui la frode inventò, che in se nasconde
D‘ un‘ enorme impostura il rio veleno.
D‘ onde in tua man?
SOLIMANO.
Dal mio Visir Rusteno.
OSMINO.
Rusteno! Ah tradicor! Sedurmi a danni
Ei del german tentò. Costui si cerchi.
Si scopra il ver. Perisca
L‘ iniquo autor della sventura mia.
Vedrai fra poco il traditor qual sia.

Lascia ch‘ io l‘ empio uccida,
Che il tuo morir tramò:
E poi ti seguirò
Germano amato.
Vedrai qual alma fida

A Solimano.

Il tuo rigor punì:
Vedrai chi ti tradì
Padre spietato.
Lascia etc.

Parte.

Scena VI

Solimano, poi Narsea, ed Emira.

SOLIMANO.
E vi sarìa nel mondo
Chi tanto osasse?
E giungerebbe a tanto
La sventura d‘ un padre?

Osserva di nuovo attentamente la lettera.

Ah no: vergato
È dalla man del figlio il foglio indegno.
M‘ è nota assai. Si pensi
A non perdere Osmino. Olà.

Esce un Paggio.

Ben tosto
Le prigioniere a me.

Parte un Paggio.

Gli estremi affanni
Chiedon rimedio estremo.

Vengono le Prigioniere.

A me venite,
Appressatevi a me. Gli eventi o figlie
Dispone il ciel. Già ricusai la pace,
Or la sospiro. Un imenêo m‘ offese,
Ed or mi giova. Io frango
I vostri lacci: al figlio mio perdono:
Quel che donar negai, domando in dono.
In questo amplesso alfine
L‘ odio antico s‘ estingua, e un dolce nodo
Eternamente stringa
Alla Tracia la Persia.
NARSEA.
O giusto! O grande!
O generoso! Ammirerà la terra
La tua clemenza ognor. Ma il mio Selimo,
Lo sposo mio dov‘ è?
SOLIMANO.
Deh Principessa.
Per tuo, per mio conforto
Scordati di Selim. Selimo è morto.
NARSEA.
Morto è Selim? Ma l‘ empio,
Che l ‚uccise, chi fu?
SOLIMANO.
Giusto mio cenno
Fu la morte del reo.
NARSEA.
Tu l‘ uccidesti!
Ah barbaro, spergiuro, empio, inumano,
Spietato genitor, perfido core,
Senza fe, senza legge, e senza amore.
Sappi, che il figlio (ah scellerato!) il figlio
Innocente morì. Per ubbidirti
Ei già sapea morir. Da me per sempre
Il misero partìa. Tu lo vedesti,
Lo trovasti al mio piè. Quello o tiranno
Ah fu l‘ estremo quello
Nostro congedo! E un così degno figlio,
E l‘ amor di quest‘ alma unico, e primo
Uccidesti o crudel? Morto è Selimo!
Se un nume v‘ è, che regga
Gli umani eventi: un nume,
Che l‘ empietà punisca,
Vendichi l‘ innocenza, il giusto fio
Barbaro pagherai
Della barbarie tua. Ti vedrai sempre
I fulmini su gli occhi,
Gli abissi sotto il piè. Non avrai pace:
Non troverai conforto:
Iniquo! Ingannator! Selimo è morto!
Non àn le selve armene
Tigre di te più fiera:
No: non à Libia intera
Mostro di te peggior.
No: non avrai più bene
Nel tuo rimorso atroce:
Del figlio ognor la voce
Ti sentirai nel cor.
Non àn etc.

Parte.

Scena VII.

Solimano, ed Emira.

SOLIMANO.
A me del suo dolore
I trasporti soffrir, a te s‘ aspetta
D‘ un sciagurato padre
Le perdite emendar vezzosa Emira.
Osmino t‘ ama: A lui
Porgi la mano, in lui rendimi un nuovo
Meno ingrato Selim. Chiedi: disponi
Del mio trono, e di me. Prezzo è leggiero
Per un figlio acquistar, ceder l‘ impero.
EMIRA.
All‘ aborrite nozze
Io scenderò! Consorte
Io d‘ un tiranno al figlio, onde mi trovi
Da un empio genitor fra un empio laccio
L‘ innocente mio sposo estinto in braccio!
Sappi che adoro Osmino. À merti suoi,
Al suo valor s‘ io penso, io veggo il degno,
Il solo io trovo in lui
Idolo del mio cor: Ma poi pensando,
Ch‘ ebbe da te la vita,
Scordo l‘ amor, rammento l‘ odio antico:
Veggo in Osmino il mio peggior nemico.
M‘ opprimi un padre, e sposa
Al figlio tuo sarò?
Prima morir saprò
Barbaro! ingannator!
Uccide un figlio, ed osa
Cercar da me pietà?
Ah chi pietade avrà
D‘ un empio genitor!

Scena VIII.

Solimano, poi Osmino, poi Rusteno.

SOLIMANO.
A questi scherni ancora
Mi serbaron le stelle! Ebbene Osmino

Vedendo Osmino, che reca un foglio.

Ritrovasti il Visir?
OSMINO.
Sì. L‘ innocenza
Sempre si scopre alfin. Nella sua tenda
Scrivêa Rustêno, Al custodito ingresso
Io mi presento. Opporsi
Non osa alcun. M‘ inoltro. Al sol vedermi
Impallidisce, fugge,
Si nasconde il fellone. Il passo, il guardo
Ov‘ ei sedêa rivolgo, e questa miro,
Fra l‘ altre, ch‘ ei scrivêa, lettera infame.
Ah se a tal colpo reggi
Misero genitor! Prendila, e leggi.

Che da il foglio a Solimano.

SOLIMANO.
A Rosselane
»Un foglio,
Per opra mia mentito,
À perduto Selim. Del soglio aperte
Al figlio tuo le vie
Poc‘ anzi alfin lasciò quell‘ alma altera.
Riconosci il mio zel: trionfa, e impera.«
Rusteno.
Ah questo è troppo!
A questo colpo invero
Preparato io non ero. Avete o cieli
Più fulmini per me?

Rusteno seguito da‘ Ministri della legge, detti Imani, che portano il gran stendardo di Maometto, a cui fanno corteggio tutt‘ i Bassà, Visiri, Paggi, ed Arcieri di Solimano.

RUSTENO.
Signor. Son reo.
E ver: ma per mia pena
Vengo teco a morir. Duce s‘ appressa
De‘ ribelli Acomate. Invan gli usati
Tuoi seguaci Ministri,
I pochi Arcieri, e l‘ altra,
Onde cinto ognor vai turba inesperta,
Difenderti vorrà.
SOLIMANO.
Stelle! Acomate!
RUSTENO.
No: non v‘ è più speranza. Il sacro spiega
Venerato vessillo. Unico scampo

Accennando il gran stendardo suddetto.

È la presenza tua: mostrati al campo.
SOLIMANO.
Misero Soliman! Punisce il cielo
L‘ ingiusto tuo rigor. Ma di punirmi
Non àn dritto i Vassalli. Amici ardire.
S‘ alzi la tenda, e lo stendardo invitto
Animi i fidi, ed atterrisca i rei.

S‘ alza la tenda.

Vedrem se ancor del ciel, come del soglio,
Giunger può la ribelle audacia insana
A calpestar la maestà sovrana.

Si spiega il gran stendardo di Maometto.

Scena IX.

Veduta di tutte le tende Ottomane, situate la maggior parte sul colle, e poche altre sul piano. Da un lato la Città di Babilonia alle rive del fiume Tigri, carico di navi turchesche.

Il tutto illuminato in tempo di notte.

Solimano, Osmino, Rusteno, poi Selim, ed Acomate.

All‘ aprirsi della scena si vede una squadra di Giannizzeri avanzarsi in ordine di battaglia, ed al suono della barbara Sinfonia canta il

CORO.
Perisca il barbaro
Padre crudel.

In questo mentre si avanza pure in ordine di battaglia, ed in atto di rispingere il suddetto, un altro corpo di truppe di varie nazioni Asiatiche, ed Europee, e parimenti al suono della barbara Sinfonia canta il

CORO.
Viva il magnanimo
Figlio fedel.
SOLIMANO.
Compagni …

Snuda la scimitarra, e tutte le comparse del di lui seguito fuggono.

Ognun mi lascia: alcun non m’ode.
A questo passo io non sarei: N‘ andrebbe
Per me fra l‘ armi il primo,
Se vivesse Selim.
RUSTENO.
Vive Selimo.

Selimo, ed Acomate compariscono fra le schiere. Fa questi un cenno ai Giannizzeri, e quello alle truppe contrarie, e poi si avanzano verso Solimano. I due suddetti corpi vanno ad unirsi in un solo.

Miralo.
SOLIMANO.
Or tutto intendo.
Acomate il salvò. Coll‘ armi in mano
Vorrà ragion da me.
OSMINO.
Vive il germano:
Si uniscono le squadre.
Il padre si difenda.

Cava la sciabla.

SOLIMANO.
Ah figlio!
SELIM.
Ah padre!
SOLIMANO.
Per vendicarti è vano
Un esercito armar. Può la tua mano
Appagarti abbastanza. Io fui tradito.
Ma l‘ ingiustizia mia chiede un riparo.
Ferisci: eccoti il seno: ecco l‘ acciaro.

Gli getta la scimitarra.

SELIM.
Non la vendetta, o l‘ ira
Mi guida o padre a te. Tutto m‘ è noto.
Fu inganno il tuo rigor: vero è il mio fallo.
Mi salvai per salvarti. Ogni tumulto
Io già sedai. Nemiche
Più non son quelle schiere. Or che sei salvo,
Ritorno a te: ritorno
A morire al tuo piede. È ver. Son reo
D‘ un contumace affetto.

S‘ inginocchia, e raccoglie la scimitarra di Solimano.

Punisci: ecco il tuo ferro: ecco il mio petto.
SOLIMANO.
Sorgi: vieni al mio sen. Confonde il pianto
Gli accenti miei. Del Perso Re le figlie
Corri Osmino a cercar.
OSMINO.
La mia speranza
Seconda Amor.

Parte.

SOLIMANO.
Del tuo destin Rustêno
Arbitro il Prence sia.
E un fido bacio umil‘ su questa mano
Riunisca Acomate al suo sovrano.
ACOMATE.
Io fui ribelle.

A Solimano.

RUSTENO.
Un traditor son io.

A Selim.

ACOMATE.
Punisci un delinquente.

A Solimano.

SOLIMANO.
Chi il figlio mi salvò torna innocente.
RUSTENO.
Vendica in questo sen la trama indegna.

A Selim.

SELIM.
Vedi, che il padre a perdonar m‘ insegna.
SOLIMANO.
Senza castigo il fallo,
Nè resti senza premio il merto o figlio.
L‘ imperial sigillo in man deponga
D‘ Acomate Rustêno.
Tua mercè,

Ad Acomate.

pena tua

A Rustêno.

sia questa almeno.
ACOMATE.
Bella par la mia colpa or nel tuo dono.
RUSTENO.
Il maggior mio supplicio è il suo perdono.

Scena Ultima

Osmino, Narsea, Emira, e detti.

Ritornano tutte le guardie, e comparse di Solimano ch‘ erano fuggite.

SOLIMANO.
Venite amate figlie.
A te Narsêa Selim, sposo ad Emira
Presento Osmino. Abbia la Persia pace.
Venga la morte poi.
Vissi abbastanza, e già rinasco in voi.
NARSEA.
Se rendo al padre mio la pace, e il soglio,
Io di figlia il dovere avrò compito.
Ecco la destra.

Da la mano a Selim.

EMIRA.
Io la germana imito.

Da la mano ad Osmino.

SELIM.
Qual gioja!
OSMINO.
Qual contento!
NARSEA.
O lieto giorno!
EMIRA.
O fortunato evento!

Parte Solimano seguito da tutti gli attori, dalli Bassà, Arcieri, e da tutte le comparse entra nella scena. Le milizie riposte le armi, sfilano in ordinanza, ed in atto di ritornare alle proprie tende, cantando, al suono della barbara sinfonia il

CORO.
Viva il magnanimo
Figlio fedel.

Fine del Dramma.