Giuseppe Verdi

Rigoletto

Melodramma in tre atti

Libretto von Francesco Maria Piave

Uraufführung: 11.03.1851, Teatro La Fenice, Venedig

Personaggi

Il Duca (Tenore)

Rigoletto, suo buffone di corte (Baritono)

Gilda, figlia di lui (Soprano)

Sparafucile, bravo Basso

Maddalena, sorella di lui (Contralto)

Giovanna, custode di Gilda (Mezzo-Soprano)

Il Conte di Monterone (Baritono)

Il Cavaliere Marullo (Baritono)

Matteo Borsa, cortigiano (Tenore)

Il Conte di Ceprano (Basso)

La Contessa, sposa di lui (Mezzo-Soprano)

Un Usciere di corte (Tenore)

Un Paggio della Duchessa (Mezzo-Soprano)

Cavalieri, Dame, Paggi, Alabardieri

La scena si finge nella città di Mantova e suoi dintorni. Epoca, il secolo XVI.
Atto primo

Scena prima

Sala magnifica nel palazzo Ducale con porte nel fondo che mettono ad altre sale, pure splendidamente illuminate; folla di Cavalieri e Dame in gran costume nel fondo delle sale; Paggi che vanno e vengono. La festa è nel suo pieno. Musica interna da lontano e scrosci di risa di tratto in tratto.

Il Duca e Borsa che vengono da una porta del fondo.

DUCA.
Della mia bella incognita borghese
Toccare il fin dell’avventura io voglio.
BORSA.
Di quella giovin che vedete al tempio?
DUCA.
Da tre lune ogni festa.
BORSA.
La sua dimora?
DUCA.
In un remoto calle;
Misterïoso un uom v’entra ogni notte.
BORSA.
E sa colei chi sia
L’amante suo?
DUCA.
Lo ignora.

Un gruppo di Dame e Cavalieri attraversano la sala.

BORSA.
Quante beltà! … Mirate.
DUCA.
Le vince tutte di Cepran la sposa.
BORSA piano.
Non v’oda il Conte, o Duca …
DUCA.
A me che importa?
BORSA.
Dirlo ad altra ei potria …
DUCA.
Né sventura per me certo saria …
Questa o quella per me pari sono
A quant’altre d’intorno mi vedo;
Del mio core l’impero non cedo
Meglio ad una che ad altra beltà.
La costoro avvenenza è qual dono
Di che il fato ne infiora la vita;
S’oggi questa mi torna gradita
Forse un’altra doman lo sarà.
La costanza, tiranna del core,
Detestiamo qual morbo crudele.
Sol chi vuole si serbi fedele;
Non v’ha amor se non v’è libertà.
De‘ mariti il geloso furore,
Degli amanti le smanie derido;
Anco d’Argo i cent’occhi disfido
Se mi punge una qualche beltà.

Scena seconda

Detti, il Conte di Ceprano che segue da lungi la sua sposa servita da altro Cavaliere, Dame e Signori che entrano da varie parti.

DUCA alla signora di Ceprano movendo ad incontrarla con molta galanteria.
Partite? … Crudele!
CONTESSA DI CEPRANO.
Seguire lo sposo
M’è forza a Ceprano.
DUCA.
Ma dee luminoso
In corte tal astro qual sole brillare.
Per voi qui ciascuno dovrà palpitare.
Per voi già possente la fiamma d’amore
Inebria, conquide, distrugge il mio core.

Con enfasi baciandole la mano.

CONTESSA DI CEPRANO.
Calmatevi …
DUCA.
No.

Le dà il braccio ed esce con lei.

Scena terza

Detti, e Rigoletto che s’incontra nel signor di Ceprano, poi Cortigiani.

RIGOLETTO.
In testa che avete,
Signor di Ceprano?

Ceprano fa un gesto d’impazienza e segue il Duca.

RIGOLETTO ai Cortigiani.
Ei sbuffa, vedete?
BORSA E CORO.
Che festa!
RIGOLETTO.
Oh sì …
BORSA E CORO.
Il Duca qui pur si diverte! …
RIGOLETTO.
Così non è sempre? Che nuove scoperte!
Il giuoco ed il vino, le feste, la danza,
Battaglie, conviti, ben tutto gli sta.
Or della Contessa l’assedio egli avanza.
E intanto il marito fremendo ne va.

Esce.

Scena quarta

Detti e Marullo premuroso.

MARULLO.
Gran Nuova! Gran nuova!
CORO.
Che avvenne? Parlate!
MARULLO.
Stupir ne dovrete …
CORO.
Narrate, narrate …
MARULLO ridendo.
Ah! ah! … Rigoletto …
CORO.
Ebben?
MARULLO.
Caso enorme! …
CORO.
Perduto ha la gobba? Non è più difforme? …
MARULLO.
Più strana è la cosa! … Il pazzo possiede …
CORO.
Infine?
MARULLO.
Un’amante!
CORO.
Amante! Chi il crede?
MARULLO.
Il gobbo in Cupido or s’è trasformato.
CORO.
Quel mostro Cupido … Cupido beato! …

Scena quinta

Detti ed il Duca seguito da Rigoletto, poi da Ceprano.

DUCA a Rigoletto.
Ah, più di Ceprano importuno non v’è! …
La cara sua sposa è un angiol per me!
RIGOLETTO.
Rapitela.
DUCA.
È detto; ma il farlo?
RIGOLETTO.
Stasera.
DUCA.
Né pensi tu al Conte?
RIGOLETTO.
Non c’è la prigione?
DUCA.
Ah, no.
RIGOLETTO.
Ebben … s’esilia …
DUCA.
Nemmeno, buffone.
RIGOLETTO.
Allora la testa …

Indicando di farla tagliare.

CEPRANO da sé.
(Oh l’anima nera!)
DUCA battendo con la mano una spalla al Conte.
Che di‘, questa testa? …
RIGOLETTO.
È ben naturale.
Che far di tal testa? … A cosa ella vale?
CEPRANO infuriato, brandendo la spada.
Marrano!
DUCA a Ceprano.
Fermate …
RIGOLETTO.
Da rider mi fa.
CORO tra loro.
In furia è montato!
DUCA a Rigoletto.
Buffone, vien qua.
Ah, sempre tu spingi lo scherzo all’estremo.
Quell’ira che sfidi colpir ti potrà.
RIGOLETTO.
Che coglier mi puote?
Di loro non temo;
Del Duca il protetto nessun toccherà.
CEPRANO ai Cortigiani a parte.
Vendetta del pazzo! …
CORO.
Contr’esso un rancore
Pei tristi suoi modi di noi chi non ha?
CEPRANO.
Vendetta.
CORO.
Ma come?
CEPRANO.
Stanotte, chi ha core
Sia in armi da me.
TUTTI.
Sì.
BORSA E CORO.
A notte.
TUTTI.
Sarà.

La folla dei danzatori invade la scena.

Tutto è gioia, tutto è festa,
Tutto invitaci a goder!
Oh, guardate, non par questa
Or la reggia del piacer?

Scena sesta

Detti e il Conte di Monterone.

MONTERONE dall’interno.
Ch’io gli parli.
DUCA.
No.
MONTERONE entrando.
Il voglio.
TUTTI.
Monterone!
MONTERONE fissando il Duca, con nobile orgoglio.
Sì, Monteron … la voce mia qual tuono
Vi scuoterà dovunque …
RIGOLETTO al Duca, contraffacendo la voce di Monterone.
Ch’io gli parli.

Si avanza con ridicola gravità.

Voi congiuraste contro noi, signore,
E noi, clementi invero, perdonammo …
Qual vi piglia or delirio a tutte l’ore
Di vostra figlia a reclamar l’onore?
MONTERONE guardando Rigoletto con ira sprezzante.
Novello insulto! … Ah sì, a turbare

Al Duca.

Sarò vostr’orgie … verrò a gridare
Fino a che vegga restarsi inulto
Di mia famiglia l’atroce insulto;
E se al carnefice pur mi darete,
Spettro terribile mi rivedrete,
Portante in mano il teschio mio,
Vendetta chiedere al mondo e a Dio.
DUCA.
Non più, arrestatelo.
RIGOLETTO.
È matto.
CORO.
Quai detti!
MONTERONE al Duca e Rigoletto.
Oh, siate entrambi voi maledetti.
Slanciare il cane a leon morente
È vile, o Duca …

A Rigoletto.

e tu, serpente,
Tu che d’un padre ridi al dolore,
Sii maledetto.
RIGOLETTO da sé, colpito.
(Che sento! Orrore!)
TUTTI meno Rigoletto.
O tu che la festa audace hai turbato,
Da un genio d’inferno qui fosti guidato;
È vano ogni detto, di qua t’allontana,
Va, trema, o vegliardo, dell’ira sovrana …
Tu l’hai provocata, più speme non v’è.
Un’ora fatale fu questa per te.

Monterone parte fra due alabardieri; tutti gli altri seguono il Duca in un’altra stanza.

Scena settima

L’estremità d’una via cieca. A sinistra, una casa di discreta apparenza con una piccola corte circondata da mura. Nella corte un grosso ed alto albero ed un sedile di marmo; nel muro, una porta che mette alla strada; sopra il muro, un terrazzo praticabile, sostenuto da arcate. La porta del primo piano dà sul detto terrazzo, a cui si ascende per una scala di fronte. A destra della via è il muro altissimo del giardino e un fianco del palazzo di Ceprano. È notte.

Rigoletto chiuso nel suo mantello; Sparafucile lo segue, portando sotto il mantello una lunga spada.

RIGOLETTO.
(Quel vecchio maledivami!)
SPARAFUCILE.
Signor? …
RIGOLETTO.
Va, non ho niente.
SPARAFUCILE.
Né il chiesi … a voi presente
Un uom di spada sta.
RIGOLETTO.
Un ladro?
SPARAFUCILE.
Un uom che libera
Per poco da un rivale.
E voi ne avete …
RIGOLETTO.
Quale?
SPARAFUCILE.
La vostra donna è là.
RIGOLETTO.
(Che sento!) E quanto spendere
Per un signor dovrei?
SPARAFUCILE.
Prezzo maggior vorrei …
RIGOLETTO.
Com’usasi pagar?
SPARAFUCILE.
Una metà s’anticipa,
Il resto si dà poi …
RIGOLETTO.
(Demonio!) E come puoi
Tanto securo oprar?
SPARAFUCILE.
Soglio in cittade uccidere,
Oppure nel mio tetto.
L’uomo di sera aspetto;
Una stoccata e muor.
RIGOLETTO.
E come in casa?
SPARAFUCILE.
È facile …
M’aiuta mia sorella …
Per le vie danza … è bella …
Chi voglio attira … e allor …
RIGOLETTO.
Comprendo.
SPARAFUCILE.
Senza strepito …
È questo il mio strumento

Mostra la spada.

Vi serve?
RIGOLETTO.
No … al momento.
SPARAFUCILE.
Peggio per voi …
RIGOLETTO.
Chi sa? …
SPARAFUCILE.
Sparafucil mi nomino …
RIGOLETTO.
Straniero?
SPARAFUCILE per andarsene.
Borgognone …
RIGOLETTO.
E dove all’occasione? …
SPARAFUCILE.
Qui sempre a sera.
RIGOLETTO.
Va.

Sparafucile parte.

Scena ottava

RIGOLETTO, guardando dietro a Sparafucile.
Pari siamo! …Io la lingua, egli ha il pugnale;
L’uomo son io che ride, ei quel che spegne!
Quel vecchio maledivami …
O uomini! O natura! …
Vil scellerato mi faceste voi! …
O rabbia! …Esser difforme! …Esser buffone …
Non dover, non poter altro che ridere! …
Il retaggio d’ogni uom m’è tolto …il pianto …
Questo padrone mio,
Giovin, giocondo, sì possente, bello,
Sonnecchiando mi dice:
Fa‘ ch’io rida, buffone! …
Forzarmi deggio e farlo! …Oh dannazione! …
Odio a voi, cortigiani schernitori!
Quanta in mordervi ho gioia!
Se iniquo son, per cagion vostra è solo …
Ma in altr’uom qui mi cangio! …
Quel vecchio malediami! … Tal pensiero
Perché conturba ognor la mente mia?
Mi coglierà sventura? … Ah, no, è follia …

Apre con chiave ed entra nel cortile.

Scena nona

Detto e Gilda ch’esce dalla casa e si getta nelle sue braccia.

RIGOLETTO.
Figlia! …
GILDA.
Mio padre!
RIGOLETTO.
A te d’appresso
Trova sol gioia il core oppresso.
GILDA.
Oh, quanto amore!
RIGOLETTO.
Mia vita sei!
Senza te in terra qual bene avrei?

Sospira.

GILDA.
Voi sospirate! … Che v’ange tanto?
Lo dite a questa povera figlia ….
Se v’ha mistero … per lei sia franto …
Ch’ella conosca la sua famiglia.
RIGOLETTO.
Tu non ne hai …
GILDA.
Qual nome avete?
RIGOLETTO.
A te che importa?
GILDA.
Se non volete
Di voi parlarmi …
RIGOLETTO interrompendola.
Non uscir mai.
GILDA.
Non vo che al tempio.
RIGOLETTO.
Oh, ben tu fai.
GILDA.
Se non di voi, almen chi sia
Fate ch’io sappia la madre mia.
RIGOLETTO.
Deh, non parlare al misero
Del suo perduto bene …
Ella sentia, quell’angelo,
Pietà delle mie pene …
Solo, difforme, povero,
Per compassion mi amò.
Morìa … le zolle coprano
Lievi quel capo amato.
Sola or tu resti al misero …
O Dio, sii ringraziato! …
GILDA singhiozzando.
Quanto dolor! … Che spremere
Sì amaro pianto può?
Padre, non più, calmatevi …
Mi lacera tal vista …
Il nome vostro ditemi,
Il duol che sì v’attrista …
RIGOLETTO.
A che nomarmi? È inutile! …
Padre ti sono, e basti …
Me forse al mondo temono,
D’alcuno ho forse gli asti …
Altri mi maledicono …
GILDA.
Patria, parenti, amici,
Voi dunque non avete?
RIGOLETTO.
Patria! … parenti! … dici?

Con effusione.

Culto, famiglia, patria,
Il mio universo è in te!
GILDA.
Ah, se può lieto rendervi,
Gioia è la vita a me!
Già da tre lune son qui venuta
Né la cittade ho ancor veduta;
Se il concedete, farlo or potrei …
RIGOLETTO.
Mai! … mai! … Uscita, dimmi, unqua sei?
GILDA.
No.
RIGOLETTO.
Guai!
GILDA.
(Che dissi!)
RIGOLETTO.
Ben te ne guarda!
(Potrien seguirla, rapirla ancora!
Qui d’un buffone si disonora
La figlia, e ridesi … Orror!) Olà?

Verso la casa.

Scena decima

Detti e Giovanna dalla casa.

GIOVANNA.
Signor?
RIGOLETTO.
Venendo mi vide alcuno?
Bada, di‘ il vero …
GIOVANNA.
Ah, no, nessuno.
RIGOLETTO.
Sta ben … la porta che dà al bastione
È sempre chiusa?
GIOVANNA.
Ognor si sta.
RIGOLETTO a Giovanna.
Veglia, o donna, questo fiore
Che a te puro confidai;
Veglia attenta, e non sia mai
Che s’offuschi il suo candor.
Tu dei venti dal furore,
Ch’altri fiori hanno piegato,
Lo difendi, e immacolato
Lo ridona al genitor.
GILDA.
Quanto affetto! … quali cure!
Che temete, padre mio?
Lassù in cielo, presso Dio,
Veglia un angiol protettor.
Da noi toglie le sventure
Di mia madre il priego santo;
Non fia mai divelto o franto
Questo a voi diletto fior.

Scena undecima

Detti e il Duca in costume borghese dalla strada.

RIGOLETTO.
Alcun v’è fuori …

Apre la porta della corte e, mentre esce a guardar sulla strada, il Duca guizza furtivo nella corte e si nasconde dietro l’albero; gettando a Giovanna una borsa, la fa tacere.

GILDA.
Cielo!
Sempre novel sospetto …
RIGOLETTO a Gilda, tornando.
Vi seguiva alla chiesa mai nessuno?
GILDA.
Mai.
DUCA.
(Rigoletto!)
RIGOLETTO.
Se talor qui picchian,
Guardatevi d’aprire …
GIOVANNA.
Nemmeno al Duca?
RIGOLETTO.
Non che ad altri a lui …
Mia figlia, addio.
DUCA.
(Sua figlia!)
GILDA.
Addio, mio padre.

S’abbracciano e Rigoletto parte chiudendosi dietro la porta.

Scena dodicesima

Gilda, Giovanna, il Duca, nella corte, poi Ceprano e Borsa a tempo sulla via.

GILDA.
Giovanna, ho dei rimorsi …
GIOVANNA.
E perché mai?
GILDA.
Tacqui che un giovin ne seguiva al tempio.
GIOVANNA.
Perché ciò dirgli? L’odïate dunque
Cotesto giovin voi?
GILDA.
No, no, ché troppo è bello e spira amore …
GIOVANNA.
E magnanimo sembra e gran signore.
GILDA.
Signor né principe io lo vorrei;
Sento che povero più l’amerei.
Sognando o vigile sempre lo chiamo,
E l’alma in estasi gli dice: t’a …
DUCA.

Esce improvviso, fa cenno a Giovanna d’andarsene, e inginocchiandosi ai piedi di Gilda termina la frase.

T’amo!
T’amo; ripetilo sì caro accento;
Un puro schiudimi ciel di contento!
GILDA.
Giovanna? … Ahi, misera! Non v’è più alcuno
Che qui rispondami! … – Oh Dio! …nessuno?
DUCA.
Son io coll’anima, che ti rispondo …
Ah, due che s’amano, son tutto un mondo!
GILDA.
Chi mai, chi giungere vi fece a me?
DUCA.
S’angelo o demone, che importa a te?
Io t’amo …
GILDA.
Uscitene.
DUCA.
Uscire! … Adesso! …
Ora che accendene un fuoco istesso!
Ah, inseparabile d’amore il Dio
Stringeva, o vergine, tuo fato al mio!
È il sol dell’anima, la vita è amore,
Sua voce è il palpito del nostro core …
E fama e gloria, potenza e trono,
Terrene, fragili cose qui sono.
Una pur avvene sola, divina:
È amor che agli angeli più ne avvicina!
Adunque amiamoci, donna celeste;
D’invidia agli uomini sarò per te.
GILDA.
(Ah, de‘ miei vergini sogni son queste
Le voci tenere sì care a me!)
DUCA.
Che m’ami, deh, ripetimi.
GILDA.
L’udiste.
DUCA.
Oh, me felice!
GILDA.
Il nome vostro ditemi …
Saperlo non mi lice?
CEPRANO.
Il loco è qui …

A Borsa dalla via.

DUCA pensando.
Mi nomino …
BORSA.
Sta ben …

A Ceprano e partono.

DUCA.
Gualtier Maldè …
Studente sono … e povero …
GIOVANNA tornando spaventata.
Rumor di passi è fuore …
GILDA.
Forse mio padre …
DUCA.
(Ah, cogliere
Potessi il traditore
Che sì mi sturba!)
GILDA a Giovanna.
Adducilo
Di qua al bastione … or ite …
DUCA.
Di‘, m’amerai tu?
GILDA.
E voi?
DUCA.
L’intera vita … poi …
GILDA.
Non più … non più … partite.
DUCA E GILDA.
Addio … speranza ed anima
Sol tu sarai per me.
Addio … vivrà immutabile
L’affetto mio per te.

Il Duca esce scortato da Giovanna. Gilda resta fissando la porta ond’è partito.

Scena tredicesima

GILDA sola.
Gualtier Maldè … nome di lui sì amato,
Ti scolpisci nel core innamorato!
Caro nome che il mio cor
Festi primo palpitar,
Le delizie dell’amor
Mi dêi sempre rammentar!
Col pensiero il mio desir
A te sempre volerà,
E fin l’ultimo sospir,
Caro nome, tuo sarà.

Sale al terrazzo con una lanterna.

Scena quattordicesima

Marullo, Ceprano, Borsa, Cortigiani, armati e mascherati, dalla via. Sul terrazzo Gilda che tosto entra in casa.

BORSA indicando Gilda al Coro.
È là …
CEPRANO.
Miratela.
CORO.
Oh, quanto è bella!
MARULLO.
Par fata od angiol.
CORO.
L’amante è quella
Di Rigoletto.

Scena quindicesima

Detti e Rigoletto concentrato.

RIGOLETTO.
(Riedo! … perché?)
BORSA.
Silenzio … all’opra … badate a me.
RIGOLETTO.
(Ah, da quel vecchio fui maledetto!!)

Urta in Borsa.

Chi è là?
BORSA ai compagni.
Tacete … c’è Rigoletto.
CEPRANO.
Vittoria doppia! L’uccideremo.
BORSA.
No, ché domani più rideremo.
MARULLO.
Or tutto aggiusto …
RIGOLETTO.
Chi parla qua?
MARULLO.
Ehi, Rigoletto? … Di‘?
RIGOLETTO con voce terribile.
Chi va là?
MARULLO.
Eh, non mangiarci … Son …
RIGOLETTO.
Chi?
MARULLO.
Marullo.
RIGOLETTO.
In tanto buio lo sguardo è nullo.
MARULLO.
Qui ne condusse ridevol cosa …
Tôrre a Ceprano vogliam la sposa …
RIGOLETTO.
(Ahimè! respiro! …) Ma come entrare?
MARULLO a Ceprano.
La vostra chiave?

A Rigoletto.

Non dubitare.
Non dee mancarci lo stratagemma …

Gli dà la chiave avuta da Ceprano.

Ecco la chiave …
RIGOLETTO palpando.
Sento il suo stemma.
(Ah, terror vano fu dunque il mio!)

Respirando.

N’è là il palazzo … con voi son io.
MARULLO.
Siam mascherati …
RIGOLETTO.
Ch’io pur mi mascheri!
A me una larva.
MARULLO.
Sì, pronta è già.

Gli mette una maschera e nello stesso tempo lo benda con un fazzoletto, e lo pone a reggere una scala, che avranno appostata al terrazzo.

Terrai la scala …
RIGOLETTO.
Fitta è la tenebra.
MARULLO ai compagni.
La benda cieco e sordo il fa.
TUTTI.
Zitti, zitti, muoviamo a vendetta;
Ne sia côlto or che meno l’aspetta.
Derisore sì audace, costante,
A sua volta schernito sarà! …
Cheti, cheti, rubiamgli l’amante
E la Corte doman riderà.

Alcuni salgono al terrazzo, rompono la porta del primo piano, scendono, aprono ad altri che entrano dalla strada e riescono trascinando Gilda, la quale avrà la bocca chiusa da un fazzoletto. Nel traversare la scena ella perde una sciarpa.

GILDA da lontano.
Soccorso, padre mio!
CORO c.s.
Vittoria!
GILDA più lontano.
Aita!
RIGOLETTO.
Non han finito ancor! … Qual derisione! …

Si tocca gli occhi.

Sono bendato! …

Si strappa impetuosamente la benda e la maschera, ed al chiarore d’una lanterna scordata riconosce la sciarpa, vede la porta aperta: entra, ne trae Giovanna spaventata; la fissa con istupore, si strappa i capelli senza poter gridare; finalmente, dopo, molti sforzi esclama.

Ah! la maledizione!!

Sviene.

Atto secondo

Scena prima

Salotto nel Palazzo Ducale. Vi sono due porte laterali, una maggiore nel fondo che si schiude. Ai suoi lati pendono i ritratti, in tutta figura, a sinistra del Duca, a destra della sua sposa. V’ha un seggiolone presso una tavola coperta di velluto e altri mobili.

IL DUCA DAL MEZZO, agitato.
Ella mi fu rapita!
E quando, o ciel … Ne‘ brevi
Istanti pria che il mio presagio interno
Sull’orma corsa ancora mi spingesse!
Schiuso era l’uscio! La magion deserta!
E dove ora sarà quell’angiol caro?
Colei che poté prima in questo core
Destar la fiamma di costanti affetti?
Colei sì pura, al cui modesto sguardo
Quasi spinto a virtù talor mi credo!
Ella mi fu rapita!
E chi l’ardiva? … Ma ne avrò vendetta …
Lo chiede il pianto della mia diletta.
Parmi veder le lagrime
Scorrenti da quel ciglio,
Quando fra il dubbio e l’ansia
Del sùbito periglio,
Dell’amor nostro memore
Il suo Gualtier chiamò.
Ned ei potea soccorrerti,
Cara fanciulla amata;
Ei che vorria coll’anima
Farti quaggiù beata;
Ei che le sfere agli angeli
Per te non invidiò.

Scena seconda

Marullo, Ceprano, Borsa ed altri Cortigiani dal mezzo.

TUTTI.
Duca, duca!
DUCA.
Ebben?
TUTTI.
L’amante
Fu rapita a Rigoletto.
DUCA.
Come! E d’onde?
TUTTI.
Dal suo tetto.
DUCA.
Ah! ah! Dite, come fu?

Siede.

TUTTI.
Scorrendo uniti remota via,
Brev’ora dopo caduto il dì,
Come previsto ben s’era in pria,
Rara beltade ci si scoprì.
Era l’amante di Rigoletto,
Che vista appena si dileguò.
Già di rapirla s’avea il progetto,
Quando il buffone vêr noi spuntò;
Che di Ceprano noi la contessa
Rapir volessimo, stolto credé;
La scala, quindi, all’uopo messa,
Bendato ei stesso ferma tené.
Salimmo e rapidi la giovinetta
Ci venne fatto quinci asportar.
Quand’ei s’accorse della vendetta
Restò scornato ad imprecar.
DUCA.
(O cielo! … È dessa! la mia diletta! …
Ah, tutto il cielo non mi rapì!)

Al Coro.

Ma dove or trovasi la poveretta?
TUTTI.
Fu da noi stessi addotta or qui.
DUCA alzandosi con gioia.
(Possente amor mi chiama,
Volar io deggio a lei:
Il serto mio darei
Per consolar quel cor.
Ah! sappia alfin chi l’ama,
Conosca appien chi sono,
Apprenda ch’anco in trono
Ha degli schiavi Amor.)

Esce frettoloso dal mezzo.

TUTTI.
Oh! Qual pensier or l’agita?
Come cangiò d’umor!

Scena terza

Marullo, Ceprano, Borsa ed altri Cortigiani, poi, dalla destra, Rigoletto, che entra cantarellando con represso dolore.

MARULLO.
Povero Rigoletto!
CORO.
Ei vien … Silenzio.
TUTTI.
Buon giorno, Rigoletto …
RIGOLETTO.
(Han tutti fatto il colpo!)
CEPRANO.
Ch’hai di nuovo, buffon?
RIGOLETTO.
Che dell’usato
Più noioso voi siete.
TUTTI.
Ah! ah! ah! ah!
RIGOLETTO spiando inquieto dovunque.
(Ove l’avran nascosta? …)
TUTTI.
(Guardate com’è inquieto!)
RIGOLETTO a Marullo.
Son felice …
Che nulla a voi nuocesse
L’aria di questa notte …
MARULLO.
Questa notte! …
RIGOLETTO.
Sì … Ah, fu il bel colpo! …
MARULLO.
S’ho dormito sempre!
RIGOLETTO.
Ah, voi dormiste! …Avrò dunque sognato!

S’allontana e vedendo un fazzoletto sopra una tavola ne osserva inquieto la cifra.

TUTTI.
(Ve‘ come tutto osserva!)
RIGOLETTO gettandolo.
(Non è il suo.)
Dorme il Duca tuttor?
TUTTI.
Sì, dorme ancora.

Scena quarta

Detti e un Paggio alla Duchessa.

PAGGIO.
Al suo sposo parlar vuol la duchessa.
CEPRANO.
Dorme.
PAGGIO.
Qui or or con voi non era?
BORSA.
È a caccia.
PAGGIO.
Senza paggi! … senz’armi! …
TUTTI.
E non capisci
Che per ora vedere non può alcuno?
RIGOLETTO che a parte è stato attentissimo al dialogo, balzando improvvisamente tra loro prorompe.
Ah, ell’è qui dunque! …Ell’è col Duca! …
TUTTI.
Chi?
RIGOLETTO.
La giovin che stanotte
Al mio tetto rapiste.
Ma la saprò riprender … Ella è là …
TUTTI.
Se l’amante perdesti, la ricerca
Altrove.
RIGOLETTO.
Io vo‘ mia figlia! …
TUTTI.
La sua figlia!
RIGOLETTO.
Sì, la mia figlia … d’una tal vittoria
Che? … Adesso non ridete? …
Ella è là … la vogl’io … la renderete.

Corre verso la porta di mezzo, ma i Cortigiani gli attraversano il passaggio.

Cortigiani, vil razza dannata,
Per qual prezzo vendeste il mio bene?
A voi nulla per l’oro sconviene,
Ma mia figlia è impagabil tesor.
La rendete … o, se pur disarmata,
Questa man per voi fora cruenta;
Nulla in terra più l’uomo paventa,
Se dei figli difende l’onor.
Quella porta, assassini, m’aprite.

Si getta ancora sulla porta che gli è nuovamente contesa dai Gentiluomini; lotta alquanto, poi ritorna spossato sul davanti della scena.

Ah! Voi tutti a me contro venite!

Piange.

Ebben, piango, Marullo … signore,
Tu ch’ai l’alma gentil come il core,
Dimmi tu dove l’hanno nascosta?
È là? … È vero? … tu taci! … perché? …
Miei signori … perdono, pietate …
Al vegliardo la figlia ridate …
Ridonarla a voi nulla ora costa,
Tutto il mondo è tal figlia per me.

Scena quinta

Detti e Gilda, ch’esce dalla stanza a sinistra e si getta nelle paterne braccia.

GILDA.
Mio padre!
RIGOLETTO.
Dio! Mia Gilda!
Signori, in essa è tutta
La mia famiglia … Non temer più nulla,
Angelo mio … fu scherzo, non è vero? …

Ai Cortigiani.

Io, che pur piansi, or rido … E tu a che piangi? …
GILDA.
Ah, l’onta, padre mio!
RIGOLETTO.
Cielo! Che dici?
GILDA.
Arrossir voglio innanzi a voi soltanto …
RIGOLETTO.
Ite di qua voi tutti …
Se il duca vostro d’appressarsi osasse,
Che non entri, gli dite, e ch’io ci sono.

Si abbandona sul seggiolone.

TUTTI fra loro.
(Co‘ fanciulli e coi dementi
Spesso giova il simular;
Partiam pur, ma quel ch’ei tenti
Non lasciamo d’osservar.)

Escono dal mezzo e chiudono la.

Scena sesta

Gilda e Rigoletto.

RIGOLETTO.
Parla … siam soli.
GILDA.
(Ciel! dammi coraggio!)
Tutte le feste al tempio
Mentre pregava Iddio,
Bello e fatale un giovane
S’offerse al guardo mio …
Se i labbri nostri tacquero
Dagli occhi il cor parlò.
Furtivo fra le tenebre
Sol ieri a me giungeva …
Sono studente, povero,
Commosso, mi diceva,
E con ardente palpito
Amor mi protestò.
Partì … il mio core aprivasi
A speme più gradita,
Quando improvvisi apparvero
Color che m’han rapita,
E a forza qui m’addussero
Nell’ansia più crudel.
RIGOLETTO.
(Solo per me l’infamia
A te chiedeva, o Dio …
Ch’ella potesse ascendere
Quanto caduto er’io …
Ah, presso del patibolo
Bisogna ben l’altare!
Ma tutto ora scompare
L’altar si rovesciò!)
Piangi, fanciulla, e scorrere
Fa il pianto sul mio cor.
GILDA.
Padre, in voi parla un angelo
Per me consolator.
RIGOLETTO.
Compiuto pur quanto a fare mi resta
Lasciare potremo quest’aura funesta.
GILDA.
Sì.
RIGOLETTO.
(E tutto un sol giorno cangiare poté!)

Scena settima

Detti, un Usciere e il Conte di Monterone, che dalla destra attraversa il fondo della sala fra gli alabardieri.

USCIERE alle Guardie.
Schiudete … ire al carcere Monteron de‘.
MONTERONE fermandosi verso il ritratto.
Poiché fosti invano da me maledetto,
Né un fulmine o un ferro colpiva il tuo petto,
Felice pur anco, o duca, vivrai.

Esce fra le guardie dal mezzo.

RIGOLETTO.
No, vecchio, t’inganni … un vindice avrai.

Scena ottava

Rigoletto e Gilda.

RIGOLETTO con impeto, vôlto al ritratto.
Sì, vendetta, tremenda vendetta,
Di quest’anima è solo desio …
Di punirti già l’ora s’affretta,
Che fatale per te suonerà.
Come fulmin scagliato da Dio
Il buffone colpirti saprà.
GILDA.
O mio padre, qual gioia feroce
Balenarvi negli occhi vegg’io!
Perdonate … a noi pure una voce
Di perdono dal cielo verrà.
(Mi tradiva, pur l’amo; gran Dio,
Per l’ingrato ti chiedo pietà!)

Escono dal mezzo.

Atto terzo

Scena prima

La sponda destra del Mincio. A sinistra è una casa a due piani, mezzo diroccata, la cui fronte, volta allo spettatore, lascia vedere per una grande arcata l’interno d’una rustica osteria al pian terreno, ed una rozza scala che mette al granaio, entro cui, da un balcone senza imposte, si vede un lettuccio. Nella facciata che guarda la strada è una porta che s’apre per di dentro; il muro poi è sì pieno di fessure, che dal di fuori si può facilmente scorgere quanto avviene nell’interno. Il resto del teatro rappresenta la deserta parte del Mincio, che nel fondo scorre dietro un parapetto in mezza ruina; di là dal fiume è Mantova. È notte.

Gilda e Rigoletto inquieto, sono sulla strada. Sparafucile nell’interno dell’osteria, seduto presso una tavola, sta ripulendo il suo cinturone senza nulla intendere di quanto accade al di fuori.

RIGOLETTO.
E l’ami?
GILDA.
Sempre.
RIGOLETTO.
Pure
Tempo a guarirne t’ho lasciato.
GILDA.
Io l’amo.
RIGOLETTO.
Povero cor di donna! Ah, il vile infame! …
Ma avrai vendetta, o Gilda …
GILDA.
Pietà, mio padre …
RIGOLETTO.
E se tu certa fossi
Ch’ei ti tradisse, l’ameresti ancora?
GILDA.
Non so, ma pur m’adora.
RIGOLETTO.
Egli? …
GILDA.
Sì.
RIGOLETTO.
Ebbene,
Osserva dunque.

La conduce presso una delle fessure del muro, ed ella vi guarda.

GILDA.
Un uomo
Vedo.
RIGOLETTO.
Per poco attendi.

Scena seconda

Detti, ed il Duca, che in assisa di semplice ufficiale di cavalleria, entra nella sala terrena per una porta a sinistra.

GILDA trasalendo.
Ah, padre mio!
DUCA a Sparafucile.
Due cose
e tosto …
SPARAFUCILE.
Quali?
DUCA.
Una stanza e del vino …
RIGOLETTO.
(Son questi i suoi costumi!)
SPARAFUCILE.
(Oh, il bel zerbino!)

Entra nella stanza vicina.

DUCA.
La donna è mobile
Qual piuma al vento,
Muta d’accento
E di pensiero.
Sempre un amabile
Leggiadro viso,
In pianto o in riso,
È menzognero.
È sempre misero
Chi a lei s’affida,
Chi le confida,
Mal cauto il core!
Pur mai non sentesi
Felice appieno
Chi su quel seno,
Non liba amore!
SPARAFUCILE Rientra con una bottiglia di vino e due bicchieri che depone sulla tavola; quindi batte col pomo della sua lunga spada due colpi al soffitto. A quel segnale una ridente giovane, in costume di zingara, scende a salti la scala. Il Duca corre per abbracciarla, ma ella gli sfugge. Frattanto Sparafucile, uscito sulla via, dice a parte a Rigoletto.
È là il vostr’uomo … viver de‘ o morire?
RIGOLETTO.
Più tardi tornerò l’opra a compire.

Sparafucile si allontana dietro la casa verso il fiume.

Scena terza

Gilda e Rigoletto sulla via, il Duca e Maddalena nel piano terreno.

DUCA.
Un dì, se ben rammentomi,
O bella, t’incontrai …
Mi piacque di te chiedere
E intesi che qui stai.
Or sappi che d’allora
Sol te quest’alma adora.
MADDALENA.
Ah! … ah! … e vent’altre appresso
Le scorda forse adesso?
Ha un’aria il signorino
Da vero libertino …
DUCA.
Sì … un mostro son …

Per abbracciarla.

MADDALENA.
Lasciatemi,
Stordito.
DUCA.
Ih, che fracasso!
MADDALENA.
Stia saggio.
DUCA.
E tu sii docile,
Non farmi tanto chiasso.
Ogni saggezza chiudesi
Nel gaudio e nell’amore.

Le prende la mano.

La bella mano candida!
MADDALENA.
Scherzate, voi signore.
DUCA.
No, no.
MADDALENA.
Son brutta.
DUCA.
Abbracciami.
MADDALENA.
Ebbro! …
DUCA.
D’amore ardente.
MADDALENA.
Signor, l’indifferente
Vi piace canzonar?
DUCA.
No, no, ti vo‘ sposar …
MADDALENA.
Ne voglio la parola …
DUCA ironico.
Amabile figliuola!
RIGOLETTO a Gilda che avrà tutto osservato ed inteso.
E non ti basta ancor? …
GILDA.
Iniquo traditor!
DUCA.
Bella figlia dell’amore,
Schiavo son de‘ vezzi tuoi;
Con un detto sol tu puoi
Le mie pene consolar.
Vieni e senti del mio core
Il frequente palpitar.
MADDALENA.
Ah! ah! Rido ben di core,
Ché tai baie costan poco;
Quanto valga il vostro gioco
Mel credete, so apprezzar.
Sono avvezza, bel signore,
Ad un simile scherzar.
GILDA.
Ah, così parlar d’amore
A me pur l’infame ho udito!
Infelice cor tradito,
Per angoscia non scoppiar.
Perché, o credulo mio core,
Un tal uom dovevi amar?
RIGOLETTO a Gilda.
Taci, il pianger non vale;
Ch’ei mentiva or sei secura …
Taci, e mia sarà la cura
La vendetta d’affrettar.
Pronta fia, sarà fatale;
Io saprollo fulminar.
M’odi, ritorna a casa …
Oro prendi, un destriero,
Una veste viril che t’apprestai,
E per Verona parti …
Sarovvi io pur domani …
GILDA.
Or venite …
RIGOLETTO.
Impossibil.
GILDA.
Tremo.
RIGOLETTO.
Va.

Gilda parte.

Durante questa scena e la seguente il Duca e Maddalena stanno fra loro parlando, ridendo, bevendo. Partita Gilda, Rigoletto va dietro la casa e ritorna parlando con Sparafucile e contandogli delle monete.

Scena quarta

Sparafucile, Rigoletto, il Duca e Maddalena.

RIGOLETTO.
Venti scudi hai tu detto? Eccone dieci,
E dopo l’opra il resto.
Ei qui rimane?
SPARAFUCILE.
Sì.
RIGOLETTO.
Alla mezzanotte
Ritornerò.
SPARAFUCILE.
Non cale;
A gettarlo nel fiume basto io solo.
RIGOLETTO.
No, no; il vo‘ far io stesso …
SPARAFUCILE.
Sia … il suo nome?
RIGOLETTO.
Vuoi saper anco il mio?
Egli è Delitto, Punizion son io.

Parte: il cielo si oscura e tuona.

Scena quinta

Detti, meno Rigoletto.

SPARAFUCILE.
La tempesta è vicina! …
Più scura fia la notte.
DUCA.
Maddalena?

Per prenderla.

MADDALENA sfuggendogli.
Aspettate … mio fratello
Viene …
DUCA.
Che importa?

S’ode il tuono.

MADDALENA.
Tuona!
SPARAFUCILE entrando.
E pioverà tra poco.
DUCA.
Tanto meglio,
Io qui mi tratterrò … tu dormirai
In scuderia … all’inferno … ove vorrai …
SPARAFUCILE.
Oh! grazie.
MADDALENA piano al Duca.
(Ah no! … partite.)
DUCA a Maddalena.
(Con tal tempo?)
SPARAFUCILE piano a Maddalena.
(Son venti scudi d’oro.)

Al Duca.

Ben felice
D’offrirvi la mia stanza. Se a voi piace
Tosto a vederla andiamo.

Prende un lume e s’avvia per la scala.

DUCA.
Ebben, sono con te … presto, vediamo.

Dice una parola all’orecchio di Maddalena e segue Sparafucile.

MADDALENA.
(Povero giovin! … grazïoso tanto!
Dio! … qual notte è mai questa!)
DUCA giunto al granaio, vedendone il balcone senza imposte.
Si dorme all’aria aperta? bene, bene …
Buona notte.
SPARAFUCILE.
Signor, vi guardi Iddio …
DUCA.
Breve sonno dormiam; stanco son io.

Depone il cappello, la spada, e si stende sul letto, dove in breve s’addormenta. Maddalena frattanto siede presso la tavola. Sparafucile beve dalla bottiglia lasciata dal Duca. Rimangono ambidue taciturni per qualche istante, e preoccupati da gravi pensieri.

MADDALENA.
È amabile invero cotal giovinotto.
SPARAFUCILE.
Oh sì … venti scudi ne dà di prodotto …
MADDALENA.
Sol venti! … son pochi! … valeva di più.
SPARAFUCILE.
La spada, s’ei dorme, va, portami giù.

Maddalena sale al granaio, ripara alla meglio il balcone e scende.

Scena sesta

Detti e Gilda che comparisce nel fondo della via in costume virile, con stivali e speroni, e lentamente si avanza verso l’osteria, mentre Sparafucile continua a bere. Spessi lampi e tuoni.

GILDA.
Ah, più non ragiono! …
Amor mi trascina! … Mio padre, perdono …

Tuona.

Qual notte d’orrore! Gran Dio, che accadrà?
MADDALENA Sarà discesa ed avrà posata la spada del Duca sulla tavola.
Fratello?
GILDA.
Chi parla?

Osserva per la fessura.

SPARAFUCILE frugando in un credenzone.
Al diavol ten va.
MADDALENA.
Somiglia un Apollo quel giovine …io l’amo …
Ei m’ama … riposi … né più l’uccidiamo …
GILDA.
Oh cielo! …

Ascoltando.

SPARAFUCILE gettandole un sacco.
Rattoppa quel sacco!
MADDALENA.
Perché?
SPARAFUCILE.
Entr’esso il tuo Apollo, sgozzato da me,
Gettar dovrò al fiume …
GILDA.
L’inferno qui vedo!
MADDALENA.
Eppure il danaro salvarti scommetto
Serbandolo in vita.
SPARAFUCILE.
Difficile il credo.
MADDALENA.
M’ascolta … anzi facil ti svelo un progetto.
De‘ scudi già dieci dal gobbo ne avesti;
Venire cogli altri più tardi il vedrai …
Uccidilo, e venti allora ne avrai:
Così tutto il prezzo goder si potrà.
SPARAFUCILE.
Uccider quel gobbo! … Che diavol dicesti!
Un ladro son forse? Son forse un bandito?
Qual altro cliente da me fu tradito! …
Mi paga quest’uomo … fedele m’avrà.
GILDA.
Che sento! … mio padre! …
MADDALENA.
Ah, grazia per esso!
SPARAFUCILE.
È d’uopo ch’ei muoia …
MADDALENA.
Fuggire il fo adesso.

Va per salire.

GILDA.
Oh, buona figliola!
SPARAFUCILE trattenendola.
Gli scudi perdiamo.
MADDALENA.
È ver! …
SPARAFUCILE.
Lascia fare …
MADDALENA.
Salvarlo dobbiamo.
SPARAFUCILE.
Se pria ch’abbia il mezzo la notte toccato
Alcuno qui giunga, per esso morrà.
MADDALENA.
È buia la notte, il ciel troppo irato,
Nessuno a quest’ora di qui passerà.
GILDA.
Oh, qual tentazione! … Morir per l’ingrato?
Morire! … E mio padre! … O cielo, pietà!

Battono le undici e mezzo.

SPARAFUCILE.
Ancor c’è mezz’ora.
MADDALENA piangendo.
Attendi, fratello …
GILDA.
Che! Piange tal donna! … Né a lui darò aita! …
Ah, s’egli al mio amore divenne rubello,
Io vo‘ per la sua gettar la mia vita …

Picchia alla porta.

MADDALENA.
Si picchia?
SPARAFUCILE.
Fu il vento …

Gilda torna a bussare.

MADDALENA.
Si picchia, ti dico.
SPARAFUCILE.
È strano! …
MADDALENA.
Chi è?
GILDA.
Pietà d’un mendico;
Asil per la notte a lui concedete.
MADDALENA.
Fia lunga tal notte!
SPARAFUCILE.
Alquanto attendete.

Va a cercare nel credenzone.

GILDA.
Ah, presso alla morte sì giovine sono!
Oh ciel, per questi empî ti chieggo perdono.
Perdona tu, o padre, a questa infelice!
Sia l’uomo felice – ch’or vado a salvar.
MADDALENA.
Su, spicciati, presto, fa l’opra compita:
Anelo una vita – con altra salvar.
SPARAFUCILE.
Ebbene … son pronto; quell’uscio dischiudi;
Più ch’altro gli scudi – mi preme salvar.

Va a postarsi con un pugnale dietro alla porta; Maddalena apre e poi corre a chiudere la grande arcata di fronte, mentre entra Gilda, dietro a cui Sparafucile chiude la porta, e tutto resta sepolto nel silenzio e nel buio.

Scena settima

Rigoletto solo si avanza dal fondo della scena chiuso nel suo mantello. La violenza del temporale è diminuita, né più si vede e sente che qualche lampo e tuono.

RIGOLETTO.
Della vendetta alfin giunge l’istante!
Da trenta dì l’aspetto
Di vivo sangue e lagrime piangendo,
Sotto la larva del buffon … Quest’uscio …

Esaminando la casa.

È chiuso! … Ah, non è tempo ancor! … S’attenda.
Qual notte di mistero!
Una tempesta in cielo! …
In terra un omicidio!
Oh, come invero qui grande mi sento! …

Suona mezzanotte.

Mezzanotte …

Scena ottava

Detto, e Sparafucile dalla casa.

SPARAFUCILE.
Chi è là?
RIGOLETTO per entrare.
Son io.
SPARAFUCILE.
Sostate.

Rientra e torna trascinando un sacco.

È qua spento il vostr’uomo …
RIGOLETTO.
Oh, gioia! … Un lume!
SPARAFUCILE.
Un lume? … No, il danaro.

Rigoletto gli dà una borsa.

Lesti all’onda il gettiam …
RIGOLETTO.
No, basto io solo.
SPARAFUCILE.
Come vi piace … Qui men atto è il sito.
Più avanti è più profondo il gorgo. Presto,
Che alcun non vi sorprenda. Buona notte.

Rientra in casa.

Scena nona

Rigoletto, poi il Duca a tempo.

RIGOLETTO.
Egli è là … Morto! … Oh sì! … Vorrei vederlo! …
Ma che importa? … È ben desso! … Ecco i suoi sproni.
Ora mi guarda, o mondo …
Quest’è un buffone, ed un potente è questo! …
Ei sta sotto i miei piedi! … È desso! Oh gioia!
È giunta al fin la tua vendetta, o duolo! …
Sia l’onda a lui sepolcro,
Un sacco il suo lenzuolo … All’onda! All’onda!

Fa per trascinare il sacco verso la sponda, quando è sorpreso dalla lontana voce del Duca, che nel fondo attraversa la scena.

Qual voce! … Illusïon notturna è questa!

Trasalendo.

No! … No! Egli è desso … è desso! …

Verso la casa.

Maledizione! Olà! … Dimon bandito? …

Taglia il sacco.

Chi è mai, chi è qui in sua vece?

Lampeggia.

Io tremo … È umano corpo! …

Scena ultima

Rigoletto e Gilda.

RIGOLETTO.
Mia figlia! … Dio! … mia figlia! …
Ah no … è impossibil! … per Verona è in via!

Inginocchiandosi.

Fu visïon … È dessa! …
O mia Gilda: fanciulla, a me rispondi! …
L’assassino mi svela … Olà? … Nessuno?

Picchia disperatamente alla porta.

Nessun! … Mia figlia? … Gilda …
GILDA.
Chi mi chiama?
RIGOLETTO.
Ella parla! … Si move! … È viva! … Oh Dio!
Ah, mio ben solo in terra …
Mi guarda … Mi conosci …
GILDA.
Ah … padre mio!
RIGOLETTO.
Qual mistero! … che fu? … Sei tu ferita? …
GILDA.
L’acciar qui mi piagò …

Indicando al core.

RIGOLETTO.
Chi t’ha colpita?
GILDA.
V’ho ingannato … colpevole fui …
L’amai troppo … ora muoio per lui …
RIGOLETTO.
(Dio tremendo! … ella stessa fu côlta
Dallo stral di mia giusta vendetta! …)
Angiol caro … Mi guarda, m’ascolta …
Parla … parlami, figlia diletta.
GILDA.
Ah, ch’io taccia! a me … a lui perdonate …
Benedite alla figlia, o mio padre …
Lassù … in cielo, vicina alla madre …
In eterno per voi … pregherò.
RIGOLETTO.
Non morir … mio tesoro … pietate …
Mia colomba … lasciarmi non dêi …
Se t’involi … qui sol rimarrei …
Non morire … o ch’io teco morrò!
GILDA.
Non più … a lui … perdo …nate …
Mio padre … Ad …dio! …

Muore.

RIGOLETTO.
Gilda! Mia Gilda! … È morta! …
Ah, la maledizione!

Strappandosi i capelli, cade sul cadavere della figlia.