Johann Adolf Hasse

Piramo e Tisbe

Dramma di musica

Libretto von Marco Coltellini

Uraufführung: November 1768, Wien.

Interlocutori

Il padre di Tisbe
Tisbe
Piramo

Parte Prima.

Camera Tapezzàta nella Casa di Tisbe.

Scena prima.

TISBE sola e poi Piramo.
Invan Ti struggi in piànto
Povero afflitto cor.
Ah! non si placa intanto
Del crudo genitor
L‘ odio Tiranno.

E in mezzo alle mie lagrime,
Senza scemar l‘ ardor.
Cresce l‘ affanno.

Piramo! ah dove sei?
Ti cerco oh Dio! in questo dolce alberghe
Di miei contenti un di,
Mà, mà non ritrova
Che del perduto ben l‘ alma affannosa
Qualche Trista memoria e Tormentosa.
Oh! frà mostri d‘ Averno,
Il piú orudo, il piú fiero
Discordia rèa che dal sen mi dividi,
L‘ alma mia, la mia vita, e non m‘ uccidi!
Numi! potessi almeno saper se m‘ ama ancora,
Veder, se soffre la divisione amara
Con duol eguale al mio;
Qualche conforto dargli, co‘ miei sospir,
La pura fede, gli innocenti pensier
Leggerli in volto: almen – – – –
PIRAMO.
Tisbe! Tisbe! idol mio!
TISBE.
Numi! che ascolto!
PIRAMO.
Pur Ti riveggo al fine,
Alfin Ti stringo al seno!
Ah! di piacer vien meno
In Questo amplesso il cor.
TISBE.
Come – – – in qual punto – – oh dio!
Oh sei pur Tu – – – Ti vedo
E agli acchj miei non credo
Tanto contento ancor.
TISBE, PIRAMO.
Dunque son giunti in cielo
Alfine i voti miei:
Non son picè avversi i Dei
A un innocente amor!
TISBE.
Oh! gioia, oh gioia inaspettàta!
Jo son felice, e non intendo ancora
La mia felicità.
Qual nume amico quì scorse in passi Tuoi?
Per qual incanto
Deludere i custodi e la gelòsa
Onde in guardia di noi, veglia; del genitor, l‘ ira
Proterva vincer potesti attenta cura?
PIRAMO.
Osserva: questo incognito varco
E‘ l‘ opra di mia man.
Dal fatal giorno che a nostri padri
In seno del odio eterno,
La discordia accése la sanguinosa face
E sciolse un laccio, che ad unir le nostre almo
Avea di propria man, composto amore,
Me nè venne il pensier:
Quante mi costa vegliate notte!
E quanta cura e Timor!
Sol dal Tuo rischio o Cara
Misuravo il mio rischio:
Il Tempo e l‘ ora cogliei a furtivo;
E quante volte oh Dio!
Un ombra, un Timor vano,
Sul lavóro arrestó l‘ ardita máno!
Del successo felice dell‘ industre amor mio
Di Tutti i Numi implorai
L‘ assistenza; e il puro Zelo
De miei fervidi voti, accolse il cielo.
TISBE.
Oh ciel pietoso! oh fido amante!
Oh cara parte del‘ alma mia!
Dunque non sòno misera qual credei;
Potrò vederti, confolarmi con te!
Con Te lagnarmi del barbaro destin che ci Tormenta!
Di piú non chiesi o Numi! io son contenta!
PIRAMO.
Ah! di piu feci ancor:
Vede con péna la reggià e la cittá
L‘ odio funesto,
Che le nostre famiglie divide,
Si amiche un Tempo;
E a riunire i nostri già promessi sponfali
Chiede il publico voto.
Jo degliamici l‘ opra implorai per secondarlo
E tutta Babilonia é per noi
De‘ padri iràti a placar l‘ odio,
E sforzeragli, quando
Non basti l‘ amistá, regió commando.
TISBE.
Lo voglia il ciel! ma Trémo:
‚E troppo il padre violento nell‘ ira;
E sempre in lui sòno estremi gli affetti.
Jo, mille volte supplichevol, Tremente
A piedi suoi d‘ ammollirlo Tentai,
Colle preci e col pianto; e l‘ irritai.
PIRAMO.
Ah! non è ver ben mio,
Non è passibil mai,
Che regga a quelle lagrime
Un barbaro rigor.

‚E Troppo bello il pianto
Su‘ que‘ vezzosi rari,
E se conserva il padre
Di sua fierezza il vanto
O‘ non Ti vide piangere
O‘ avéa di selce il cor.

Ah! non è ver
Nò, non è ver ben mio!
Fa‘ che Ti miri in volto
Allor che piangi e preghi
‚E d‘ una fiera istessa
Di che pietá si nieghi
A cosi bel dolor.
TISBE.
Fuggi! fuggi! ei appressa.
Misera me! mi leggera nel volto
Jl Tumulto del sen.
Dove! dove m‘ ascondo?
Come mi batte il core! come mi Trema il pie!

Scena seconda.

Il padre di Tisbe e detta.

IL PADRE.
Tisbe.
TISBE.
Signore.
IL PADRE.
Passo sperar che al padre non s‘ asconda il Tuo cor?
TISBE.
Quando volessi, lo tradirebbe il ciglio.
IL PADRE.
Odimi dungue. Il figlio del mio mortal nemico
So, che Piramo amasti
E so che il cenno che da lui Ti divise
Ov io giurai a quel sangue aborrito
Un odio inesorabile e sevéro
Costò molto al Tuo cor.
TISBE.
Pur Troppo é vero.
IL PADRE.
Or, se costretto adesso dagli importuni amici,
Dal favor de‘ potenti, da un commando real
L‘ odiate nazze Tornassi ad approvar,
Senza riguardo del gicirato odio mio, del mio decoro:
Potresti amarlo ancora?
TISBE.
O! Dio! l‘ adóro!
IL PADRE.
L‘ ami?
TISBE.
D odiarlo potrei? sai come naeque
Come erebbe il mio amor;
Da Te un dritto favorito,
Da Te fra gl‘ innocenti sanciulleschi Trastulli
E Fausti auspici de‘ domestici lari
Alla speranza di nozze Fortunáti
Ah! non si sciogle si di leggiéri
Un lacciò che il ciel formò,
Che il genitor consiglia
Ch‘ è la scelta del cor.
IL PADRE.
Perfida figlia! or sappi e questo imprimi
Del genitore inesorabil cenno
Nel profondo del cor:
Che il lacciò indegno romper conviene o figlia!
E romperlo per sempre; e per sottrarti
A un Tirannico impéro, onde si crede
Trionfar del mio sdegno
Jl patrio suolo abbandonar se giova
E ad altro sposo, che il mio voler Ti destino
La màno porgerai al nuovo di.
TISBE.
Lo speri invàno.
IL PADRE.
Rasisti? resisti ingràta? a chi Ti dié la vita?
Quel perfido Tuo cor negar potrebbe
Quantunque atroce un sacrificio?
TISBE.
Oh Dio!
L‘ arbitrio del mio cor, non è piu mio.

Perderó l‘ amàto bene, romperó quel dalce laccié
Ma che ad altro amante in bracció
Per Tua man mi guida amor
Ah! non passo, ah! non sia véro
Adoràto genitor.

Tanta forza al cor non sento
Mi sgomenta il sol pensiere;
Bastarebbe in quel momento
Ad accidermi il dolor.
IL PADRE.
Invan T‘ affanni e preghi:
‚E fisso il cenno, compirlo é d‘ uopo.
Jo, l‘ odio mio non cedo al arbitrio del Trono.
Il Tutto è pronto al privàto Jmenéo:
Vedró se in faccià a domesticé Numi
Aurai coraggiò di resistermi ancor.
Meglio frà Tanta, se saggià sei colla ragion consiglia:
Questi vani Trasporti, al nuovo lacció
La màno e il cor prepàra,
E un mio commando a rispettare impara.

A tuoi sospiri, al pianto
Sento che padre sòno:
Mà che Trionfi un perfido!
Che me l‘ imponga il Tròno!
Saria viltá il perdóno
E colpa la, pietá.

Fuggiro il suol natío,
Andró ramingho, errante,
E nuda ombra vogante,
Frà regni del obblio
Andrò, ma l‘ odio mio
Mi ci accompagnerà.

Scena terza.

Tisbe sola, indi Piramo.

TISBE. Ah! giá parti? Ascolta alméno. Torna oh Dio! passami il core, lo strapparmelo dal seno saría Mance crudeltá.
PIRAMO.
Tisbe mia,
Mio dolce amore! ah Ti perdei!
Ah mi lasci!
TISBE.
Cruda sorte!
PIRAMO.
Avversi Dei!
TISBE, PIRAMO.
Ah di noi che mai sará!
TISBE.
Dunque l‘ udisti?
PIRAMO.
Oh Dio! mostrommi il cielo
Dopo si Tenebrósi e lunghi giorni
Un bel raggiò seréno
Per far ch‘ indi ritorni
Con piú spavento alla procella in seno?
TISBE.
Oh deluse speranze!
PIRAMO.
Oh sventurato amor!
TISBE.
Dovró per sempre dividermi da Te?
PIRAMO.
Dovró vederti in bracció ad un rival?
TISBE.
Morir – – – morir mi sento.
PIRAMO.
Mi gela il cor! D‘ un genitor Tiranno
Tanto puó l ira! e a questo
D‘ un ingiusto rigor colpo fatale
Non cercheremo alcun riparo?
TISBE.
E quale?
PIRAMO.
La fuga.
TISBE.
E dave? e quando?
PIRAMO.
In questa notte in parte ove non giúnga
L‘ arbitrio de‘ Tiranni;
Ove nel seno d‘ un innocente libertá
Non provi, non riconosca il core
Altra legge in amar,
Altra legge in amar, se non d‘ amore.

Fuggiam dove sicura
In dolce libertá
Contenta povertá
Scelse il soggiérno.
La sara nostra cura
Or d‘ un bel colle améno
Or appresso un onda pura
Veder come seréno
Il sol dal‘ onde appar:
Come tranquillo in mar
Poi fa ritorno.

Vedrai come s‘ obblia
Di fasto ogni pensier,
In quello del piacor:
Se d‘ innocenti
Vedrai fino i presenti
Rischj, affanni, Timos
Come un felice amor
Cambia in contenti.
TISBE.
Taci, non piu. Di Tanti stimali non fa d’uono
Al Tenero mio cor.
La frá deserti dell‘ inospita Libia,
O‘ fra le rupi del Caucaso nevòso
Guidami a voglia Tua:
Di me disponi e degli affetti miei;
Sempre e dolce soggiorno ove Tu fei
Ma dal paterno tetto come fuggir?
Dove ridurci?
PIRAMO.
Uniti da queste stanze – – –
TISBE.
Al suo notturno albergo le scelse il padre.
PIRAMO.
In sul maggior ingresso vegliero ad aspettartà
TISBE.
A Troppo rischio esporebbe l‘ indugio‘;
E incerta è l‘ ora commoda alla mia fuga.
PIRAMO.
Dunque pensiamo.
TISBE.
Oh dio! son preziosi i momenti.
PIRAMO.
Lo veggo anch’io; giá presso è la séra.
TISBE.
Ah senti! della vicina selva
Jo connosco il sentier.
Dove s‘ innalza la gran mole di Nine
Ivi potremo ridurci entrambi,
E chi primier vi guinse aspettar l‘ altre.
PIRAMO.
E senza guida e sola
Nel periglioso bosco alle rapaci belue
Esporti vorrai di notte oscura
Fra‘ il silenzio e l‘ orrore.
TISBE.
Mon conosce spaventi, un vero amore.

Che mai Temer potrei,
Misera in questo stàto
Più che l‘ anerso fato
Che vuol rapirmi a te.
PIRAMO.
A Tutti i dubbj miei
Sgombran quei cari accenti;
Il giorno de‘ contenti,
Lungi da noi non é.
TISBE. PIRAMO.
Non renderan gli Dei
Se in ciel pietá risiede
A cosi bella fede
Una crudel mercé.
TISBE.
Vanne.
PIRAMO.
Ti lascio
TISBE.
Oh Dio!
Come Tu piangi e Tremi!
TISBE.
A forse questo addio é l‘ ultimo per mé
PIRAMO.
Misero me! che dici!
Onde il crudel Timore!
TISBE. PIRAMO.
Sento gelarmi il core
E non so‘ dir perché.

Parte Seconda.

Folta antica selva di Cipressi, e d‘ alti lugubri pianti, che servon d‘ ombroso recinto al gron sepolero di Nine, che s‘ inalza a un de‘ lati. Notte con luna.

Scena prima.

TISBE foin e paurosa, con sotto il bracció una cassetta di ricche gemme, e con in testa un bianco velo intessuto d‘ oro.
Son pur giunta una volta:
O Dei clementi! assistétemi vei!
Oh stelle! Piramo! dove sei!
Troppe la fuga sellecita affrettai!
Quanto é diverso il meditar dall‘ eseguir!
Mi sento Tremar il cor, mancar il pie:
Che orror m‘ inspira in fen l‘ infausta mole!
E queste di sinistro presaggió ombre suneste!
Appena il guardo intorno ardisco sollevar!
Chiamáre a nome oso appena il mio bene!
Al fioco lume della pallida luna
In ogni oggetto veder parmi
Una larve; e fin l‘ accento,
Fin l‘ istessa ombra mia, mi fá spavento.

Infelice in tanto orrore
Che faró senza il mio béne?
Ah! che fà! perché non viene!
La mia tema a consolar.

Freddo il sangue in ogni vene
Sento oh Dio! stringersi al core:
E il vigor mi resta appena
Per dolermi e per Tremar.
In tanto orrore, che faro!

Misera! ancor non viene!
Ah! cosé lento un si fervido amor!
Nó, la tardanza senza ragion non e:
L‘ avrebbe mai nella notturna fuga sorpreso il padre?
O‘ si faría smaríto per l‘ intricàta selva?
O‘ fiere ingorde, e masnadieri infami:
Ah quanti rischi finge al ponsier l‘ alma agitáta!
E come nell‘ appresso mio core
Cede ogni altro spavento a un Tal terrore.
Togliete o Dei! togliete il presaggio crudel!
Se m‘ abandona, che sarebbe di me!
Perduta oh dio! la patria, il genitor
Per strade ignote senza consiglio e senza guida,
Incerta del suo destino del mio,
Fuggiasca e sola dove! dove andrei!
Che farei!
Non hà la morte piú Terribile aspetto e piú spietàte
Del mio stàto infelice, in quello stàto!

Rendéte eterni Dei
Rendetemi il mio ben:
Troppo per lui perdei
Per ch‘ io lo perda ancor.

Son pieni i voti miei
Di pura fé di Zelo:
E non è colpa in cielo
Un innocente amor.

Mà che sento, chi scuote la selva!
Qual ruggito! ah! di me che sará!
Santi Numi! qual orrida belva!
Dove fuggo! soccorso! pietá!

Fugge impaurita e si lascià cader per Terra la cassetta e‘ l velo. Intanto al suono della seguente breve Sinfonia, entra un mostruoso leone tutto sanguinolente di fresca stragge, che incontrando il velo di Tisbe lo lacera furióso e l’imbratta di sangue; s‘ avanza ad abbeverarsi al fonte e si ritira.

Scena seconda.

PIRAMO.
Grazie al ciel la prevenni!
Piú rimorsi non hó. Quanto temei che pria di me
Giúngesse e sola in questo solingo orror
Fra mille dubbj e mille restasse a palpitar.
Reggi i suoi passi tu omula del Sol
Cinthia lucente! guidala a me!
Rischiara quei belli occhj al mio sguardo
E non sdegnarti se oscurarsi vedrai
Lo splendor del tuo bel volto a quei bei rai.

Che puro ciel! che placida ora!
Appena s‘ ode del vicin fonte
Il lento marmorar.

Dell‘ aure appena s‘ ode il suen tralle fronde
E par che tutto frà questi muti orrori,
Dolce sede prepari a dolci amori.

Cosi tranquilla e chêta
Seréna notte in bracció al pastorel di Créta
Cinthia t‘ accolse un di.

Cosi d‘ Ida selvósa
Il püe solingo orrore
La belsa dea d‘ amore
Al vago Adone uni.

Mà s‘ avanza la notte e Tisbe ancora non viene:
Oh come il tempo ad arrecare il ben, tardo si vede,
Che poi per le sicagúre há l‘ ali al piede.
Má le lucide gemme, chi sparse al suolo?
E qual di sangue intriso lacero velo è questo?
Onnipotenti Dei! sogno o‘ son deste!
Ah! perché non vi chiude eterna notte
Infelici occhj miej!
Qual freddo gelo mi serra il cor!
Qual tremito improviso mi riscoute ogni fibra!
Jo veggio, io veggio il nero abisso ove il destin mi porta,
Riconosco i miei doni – – – ah! Tisbe, Tisbe é morta!
Di questo vel io stesso l‘ aurée ciffre segnai,
La ricca gemma le posi io stesso al sen!
Pegni funesti d‘ un infelice amor
Pur Troppo o Dei! siete miei!
Vi ravoiso; e questo sangue, è sangue del mio ben.
Qual cruda belva da quel sen lo versó?
Che lunga tracciá ne vergha il suolo!
Ah quetta tracciá almeno mi‘ guidi a lei!
Mi chiudi con lei l‘ istessa tomba!
Il corpo estinto, il cadavere informe
Abbiasi almeno gli ultimi miei sospiri
J baci miei: si trovi, oh Dio! si vegga. – –
Ah! che vedrei?
Barbarmente sparse frá l‘ erba e frá la palve
Immondi avanzi; dicendo belve dispietate e crude
O le lacere membra o l‘ ossa ignude:
A cercar una morte, ah! non fa‘ d‘ uopo
Di tanto orror;
Ne rapirebbe il vanto alla mia man, l‘ atroce vista – – – –
Ah! resti qual ve l‘ impresse amor
L‘ imagin bella, nel mio tenero amor
Ne la sfigúri l‘ idea di tanto strazio
E ta! si mostri nel felice giardin de‘ semi dei
Ombra cora amorosa! agl: occhj mici.

Giá la fento
Che in flebile accento
Ombra mesta,
Ni gira d‘ intorno.
E si lagna che tardi, si lento
Il monento
D‘ unirsi con me.

Non sdegnarti bell‘ ombra diletta
Ferma! aspetta!
Sul margin di Léthe
S‘ affretta il mio pié.

Si ti seguo mio dolce tesóro
L‘ alma amante giá parte, gia viene
Nó, non sdegnarti mio dalce tesóro
Si ti seguo bell‘ ombra diletta
Non é morte l‘ unirsi al suo bene.

Nò teribbil la morte non é:
Si ti segue l‘ alma amante
Giá parte, giá viene:
Nó terribil la morté non é.

Si ferisce e s‘ abbandono semivivo al pié della Temba.

Scena terza.

Tisbe e detto.

TISBE.
Misero! ove m‘ inoltro!
Il primo albore a spuntor giá commincià
E il pié tremante si rassicura appena;
Almen non fosse giúnto il mio bene in questo istante.
Almeno qualche nuovo spavento – – –
PIRAMO.
Tisbe – – – Tisbe – – – Idol mio!
TISBE.
Numi! che sento!
Che flebil voce! ah quale atroce oggette
Si presenta al mio sguardo!
O mia speranza! Piramo! Pirama mio tesere!
Qual ti veggió, qual ti veggió? che fú?
PIRAMO.
Tu vivi – – – – io móro!
TISBE.
Come? perché?
PIRAMO.
Credei seguirti estinta;
Questo vel, questo vel m‘ ingannò.
TISBE.
Barbare stelle! che fiera erudeltá!
Vi sóno ancora púí fulmini per me!
PIRAMO.
Deh! non lagnarti – – – – non é pena il morir – – – –
Ti lasció in vita, e moro – – – moro – – – accanto a te.
TISBE.
D‘ un sol momento preceder mi potresti – – – –
E il ferro istesso – – – –
PIRAMO.
Ah ao! vivi idelo mio!
TISBE.
Chiederlo puoi! puoi lusingharti!
Oh Dio! a ucciderti, crudel pote bastarti
Della mia morte il sol sospetto,
E vuoi che d‘ ogni ben, d‘ ogni conforto prisa
Perdúto te, ti miri estinto,
Ti miri estinto e viva?
Tanto creder potesti vile il mio amor
E la mia destra imbelle? mira – – – –
PIRAMO.
Ferma erudel!
TISBE succida.
Lasciámi!
PIRAMO.
Ob Stelle!
Ah! che mirar deggio!
Si puó soffrir la morte,
Ma questo colpo o Dio!
Nó, non, si puo soffrir!
TISBE.
Ah! tutti al destin rie
Perdono i mali miei,
Se accanto all‘ idol mio
M‘ accorda di morir.
PIRAMO.
Mio Ben!
TISBE.
Mia vita!
TISBE, PIRAMO.
Addio! addio!
PIRAMO.
Sará contento il sato!
TISBE.
Finiti, fiiniti i miei martir!
PIRAMO.
Addio! mio ben!
TISBE, PIRAMO.
Addio mia vita!
Mia vita addio!
TISBE.
Stringimi al seno
TISBE, PIRAMO.
Stringimi al seno e spíri
Sú quel tuo labbro amáto
L‘ ultimo mio sospir.

Scena ultima.

Il padre di Tisbe entra infuriáto con un seguito di gente armáta.

IL PADRE.
Non m‘ inganna lo sguardo! é dessa
Il sonno in mal punto la colse:
Eccola in preda al forsennato amor, che la consiglia.

Aecustandosi al cadavero di Tisbe.

Má il ferro, il sangue – – – –
Oh! atroce vista! oh figlia!
Figlia infelice!
Ah di sua man nel seno qual profonda feríta!
Ancor fumante ne sgorga il sangue a rivi ancor!
Sub labbro un gemito di morte! – – – – – –
Oh Dio! oh Dio! – – – – che orrore!
Mi disarma e mi gela!
E qual mi piomba sul cor quel mesto suono!
A questo passo l‘ há tratto il mio rigor!
Senza l‘ ingiusto ostinàto l‘ odio mio
Sarebbe al colmo della felicitá:
Di mia vecchiezza l‘ ornamento il conforto.
Ah! – – – – qual m‘ ingombra d‘ arti pensier
Tutti Funesti, un nero caliginóso velo‘
Ove m‘ ascondo dagli uomini e dal ciel
Dove non glunga a lacerarmi il core
Il mio crudel rimorso!
Ove non sia da mille smanie oppresso,
Orribile a‘ viventi ed a me stesso!

Nella nera ombra di Morte
Che m‘ invol‘ ai rai del giorno!
Ah! dovunque il guardo giro
Mille larve avró d‘ intorno.

Sol di gemiti e sospiri
Mesto suono ascolteró.
Mirirò la figlia esangue
Che m, accenna il sen Trafitto
Il quel valto ed in quel sangue
Vedro scritto
Il mio delitto
Ed il decrèto di mia sorte
Da quel labbro apprendero!

Ah taci! ah taci ombra diletta!
Ascondi al tuo tiranno quella crudel ferìta,
Quel làcero tuo sen. Ah cara figlia aspettar
S‘ io t‘ involai la vita,
Voglio seguirti almen.

S‘ uccida e cade frá‘ suoi.

Fine del Dramma.