Johann Mayr

Ginevra di Scozia

Dramma eroico

Libretto von Gaetano Rossi

Uraufführung: 21.04.1801, Teatro Nuovo, Triest

Personaggi

Il Rè di Scozia
Ginevra, sua figlia
Ariodante, Prode Cavaliere Italiano
Polinesso, gran Contestabile del Regno
Lurcanio, fratello d’Ariodante
Dalinda, Damigella
Vafrino, Scudiere di Ariodante
Grandi del Regno,
Duci d’armi,
Guerrieri Scozzesi,
Solitarj,
Popolo, Coro di
Giovani e Donzelle Scozzesi,
Prigionieri Irlandesi,
Corteggio nobile d’ambo i sessi,
Guerrieri Scozzesi, che ballano
Guardie Reali,
Damigelle di Ginevra,
Soldati Scozzesi,
Soldati Britanni,
Scudieri,
Popolo,
Sgherri, Comparse

La Scena è nella Capitale del Regno di Scozia, e sue adiacenze.

Argomento.

Nel quinto Canto del notissimo Poema dell‘ Orlando furioso descrive il Divin Ferrarese l’imaginato Episodio della bella Ginevra, che termina colle prime stanze del Canto sesto, e il quale serve di soggetto al presente Dramma, nel qual l’Autore seguì le traccie dell‘ Epico testo, dove ognuno può leggerne la descrizione senza bisogno di esposizione ulteriore.

Il Ballo analogo, che forma la Scena V. dell‘ Atto primo fu aggiunto al Dramma.
Le Decorazioni delle Scene I. III. V. e XI. dell‘ Atto Primo, e XIII. dell‘ Atto secondo, sono tutte nuove del Sign. Prof. P.L. Burnat; le altre sono del Sign. Bartolomeo Verona.
Atto Primo.

Scena Prima.

Gallerìa nella Reggia, corrispondente a varii Appartamenti.

Il Rè, e Grandi del Regno, tutti in varie attitudini di spavento e di desolazione, rivolti al Cielo, intuonano il seguente Coro.

Guardie Reali sull‘ indietro.

CORO.
Deh! proteggi, o Ciel clemente,
Le nostr‘ armi, il nostro fato:
Fà che resti debellato
Un nemico traditor.
IL RÈ.
Ah! ci fosse il Duce amato,
Ei sarebbe vincitor!
CORO.
Ciel, soccorso … Ciel clemente;
Ciel, pietà …

S’ode improvviso echeggiare di voci giulive, e suono di marziali stromenti.

Ma qual si sente
Suon festoso, alto clamore?
Dolce speme scende al core,
E cessando va il timor.

S’aggirano per la Scena, e vedendo comparire Lurcanio seguìto da alcuni Scudieri, gli s’affollano tutti intorno; ed egli presentandosi al Rè, canta.

LURCANIO.
Consolatevi, esultate,
Di tremare omai cessate,
Col soccorso armato in campo
Ariodante è giunto già.
IL RÈ, E’L CORO.
Ariodante! O lieto evento!

Con giubilo.

Ah! spedito un Dio ce l‘ ha.
LURCANIO.
Il suo braccio, il suo valore
Il nemico abbatterà.
IL RÈ E’L CORO.
Il suo braccio, il suo valore
Il nemico abbatterà.
IL RÈ.
Ah! l’impazienza mia,
Lurcanio, appaga in brevi accenti: ah! dimmi …
LURCANIO.
Signor, fino alle mura,
Che al mio comando tu affidasti, giunti
Eran gia gli Irlandesi. In fuga i tuoi,
Non dal valor, dal numero sospinti,
Al nemico cedeano oppressi, e vinti:
Quando inatteso il prode mio Germano,
Che i Britanni alleati
In soccorso traea, piombò sù loro,
E cominciavan già a piegare omai
Quand‘ io col lieto annunzio a te volai.
IL RÈ.
Prode, invitto Ariodante!
O sempre mio liberator!
LURCANIO.
Permetti,
Sire, ch’io voli del Germano amato
A divider la gloria, ed i perigli.
IL RÈ.
Va, trionfa con lui.
LURCANIO.
Non dubitare,
Vedrai bella vittoria
Salvarti il Regno, e accrescerti la gloria

Parte cogli Scudieri.

IL RÈ.
Qual dolce speme! Ah! sì: in sì lieto giorno
Faccia fra noi ritorno
La gioja, ed il piacer: lieto, e sereno
Ci torni il core a respirar nel seno.

Il Rè, ed i Grandi s’incamminano per partire, cantando in Coro, come segue.

CORO.
S’apra alla gioja
Contento il core,
Lunge il timore,
Rida il piacer.
Respira l’anima
In tal momento,
Pace, e contento
Torna a goder.

Esce io questo Ginevra dal suo appartamento.

Scena II.

Ginevra; e detti.

GINEVRA.
Padre, Signor, t’arresta
Quai liete grida, quale gioja è questa?
Quest‘ anima consola,
Amato genitore,
Dividi col mio core
Il tuo contento.
Non mi fare un sol momento
Caro Padre, più penar.
IL RÈ.
Cara figlia …
GINEVRA.
Ah! Parla …
CORO.
Esulta …
GINEVRA.
Ma perchè?
IL RÈ, E’L CORO.
L’Eroe …
GINEVRA.
Che avenne?
IL RÈ, E’L CORO.
Ariodante al Campo venne,
Ei per noi stà a trionfar.
GINEVRA.
Egli venne! (o me felice!)

Con gioja.

Padre! … Amici! … oh qual diletto!
Ti vedrò mio dolce oggetto,

Da se.

Mi verrai a consolar.
IL RÈ.
Figlia, tutto intendesti:
A questo Italo Eroe, al nostro prode
Liberator sia cura tua, Ginevra,
Nobil serto apprestar. Dalla tua mano
Riceva intanto sì gentil mercede
Al valor, all‘ onore, alla sua fede.
GINEVRA.
T’ubbidirò. (Caro comando!)

Da se, e parte.

IL RÈ.
Andiamo.
Già mi predice il core
Che il Ciel di lui coronerà il valore.

Parte co‘ Grandi, e seguìto dalle Guadie.

Scena III.

Giardini Reali con istatue, fontane, e viali, e prospetto della Reggia.

Polinesso, indi Dalinda.

POLINESSO.
Quale m’affanna, e opprime
Smania crudel … come feroce in seno
Un geloso veleno
Mi serpe, e straccia il cor! … Sempre felice
Nell‘ amor, nella gloria
Dunque su me trionferà Ariodante?
Ginevra! O Nome! Oggetto
Del più violento affetto,
In vano adunque io t’amerò? … Spietata
Troppo barbara pena
È un disdrezzato ardore!
Tutta la sente, e non vi regge il core.

Se pietoso, Amor, tu sei,
Calma, o Dio! gli affanni miei:
Per te sol da tante pene
L’alma in sen respirerà.

Ah! se m’ama il caro bene
Qual per me felicità!

Esce Dalinda.

Dalinda!
DALINDA.
Mio Signor!
POLINESSO.
E ben? parlasti?
DALINDA.
Parlai.
POLINESSO.
Che ne ottenesti?

Con impazienza.

DALINDA.
Nulla.
POLINESSO.
Nulla?

Con sorpresa e rabbia.

Adunque? …
DALINDA.
Ad Ariodante …
POLINESSO.
Basta; t’intendo. (Io fremo: all‘ arte)
Ingrata!
Non merta la superba
Omai nè un mio sospir, nè un mio pensiero.
DALINDA.
Ah! che dici, Signor? Saria pur vero?
POLINESSO.
Sì. Quant‘ ella mi sprezza
La vo‘ sprezzar: al nostro antico amore
Voglio tornar.
DALINDA.
Tu mi consoli il cuore.
POLINESSO.
Teco verrò nella vicina notte
Al noto sito; ma da te, se m’ami
Un piacere desìo.
DALINDA.
Parla; che brami?
POLINESSO.
Conformi a quelle, che Ginevra adopra
Spoglie tu dei vestir: componi il crine
Eguale al suo: studia imitarla al fine,
E sembrar dessa: sul veron ten vieni
In guisa tale; io salirò; ed appieno
Saran felici i nostri cuor nel seno.
DALINDA.
Quale strano desir?
POLINESSO.
Servi a una mia
Folle illusion.
DALINDA.
Ma almen …
POLINESSO.
Resisti?

Con fierezza.

DALINDA.
Il posso?
POLINESSO.
Dunque verrai?
DALINDA.
Verrò.
POLINESSO.
Giuralo.
DALINDA.
Il giuro.
POLINESSO.
(Sei nella rete) Adio. (O mia vendetta,
Questi audaci a punir piomba, e t’affretta.)

Da se, e parte.

Scena IV.

DALINDA sola.
Che pensa ei mai? Ah! forse incauta, troppo
Io gli promisi. Oh dove,
Come mai mi trasporta
Un fascino tiranno! In questo stato
D’una cieca passione
Parlarmi in vano al cor tenta ragione.

Parte.

Scena V.

Vaste, e magnifiche Logge terrene, con vista de‘ Reali Giardini, e pomposamente adornate per il trionfo d’Ariodante. Trono da un lato.

Le Guardie Reali precedono a numerosa milizia di Guerrieri Scozzesi ed Inglesi, i quali tutti si ordinano, ed occupano il fondo del Teatro.

Segue a questi un numero di Donzelle, e Giovani Scozzesi, seguiti anch‘ essi da altri Guerrieri di lor Nazione, i quali conducono varj Irlandesi prigionieri.

In fine i Grandi del Regno, a‘ quali segue un Nobil Corteggio d’ambo i sessi, ed ultimi a comparire sono gli Scudieri, che portano le bandiere, e i troféi concquistati.

S’intreccia il Ballo Festivo per celebrare il trionfo d’Ariodante, sotto il di cui comando generale le armi Scozzesi riportarono vittoria, e furono disfatti e vinti gli Irlandesi nemici.

Nel Ballo sono presentate le bandiere dagli Scudieri ai Grandi del Regno; vien resa la libertà ad alcuni de‘ prigionieri Irlandesi; si inghirlandano con corone di fiori, e d’allori i troféi; e li principali fra quelli del Nobile Corteggio, e fra i Giovani e le Donzelle di Scozia eseguiscono le danze particolari caratteristiche.

Dà termine alle danze festive una Musica marziale, che si sente, e che annunzia l’arrivo del vincitore.

Tutti gli astanti che componevano il ballo, si muovono per andar incontro al Generale vittorioso, che s’avvicina; ed entrano.

Le Guardie si schierano; gli altri rimangono a‘ loro posti.

Scena VI.

A suono di vivace musica marziale, sfilano le schiere Scozzesi e Britanne, indi i Duci, ed altri Graduati militari, che portano sopra superbi destrieri le vinte insegne, poi sul carro trionfalé Ariodante assiso. I prigionieri Irlandesi tirano il carro; Lurcanio cogli scudieri lo segue, indi co‘ Grandi del Regno avanzano il Rè, cui immediatamente segue Polinesso; indi Ginevra col seguito delle Nobili Donzelle Scozzesi, alla testa delle quali è Dalinda, che porta sù d’un bacile una corona d’alloro.

Il Rè, servito da Lurcanio, durante il Coro, và sul Trono.

CORO.
Ecco l’Eroe, ecco il guerriero,
Viva il sostegno di questo Impero,
La nostra gloria, il nostro amore,
Lui, che la Scozia seppe salvar.
Di pace in seno
Felice appieno
Lieta la Patria può respirar.
ARIODANTE.
Per voi fra l’armi intrepido
La morte cimentai;
Di Marte i fulmini,
L’ire sfidai.
Dolce per voi
M’è il trionfar.
CORO.
Viva l’Eroe, Viva il guerriero,

Ariodante discende dal Carro.

Lui che la Scozia seppe salvar.
ARIODANTE da se.
Ma più dell‘ trionfo,
Ma più dell‘ alloro,
Tu soi mio tesoro
Quest‘ alma brillar.

Guardando Ginevra.

CORO.
Di pace in seno
Felice appieno
Lieta la patrià può respirar.
ARIODANTE.
Sire, vincemmo. Mai più bella e intera
Fù la vittoria. Omai

In faccia al Trono.

A temer più non hai nemico sdegno,
L’Irlandese è distrutto, e salvo è il Regno.
Ecco le opime spoglie; i prigionieri,
I trofèi concquistati ecco al tuo piede;
Del gran trionfo essi ti faccian fede.
IL RÈ.
Guerriero Eroe, quanto ti debbo! E quanto
Meco tutta la Scozia! E gloria, e pace
Ci rendesti in tal dì: degna t’attendi
Da quésto grato core
A‘ merti tuoi mercede, e al tuo valore.
GINEVRA.
E da me questo accetta,
(Nè discaro ti sia) nobile dono.
Il valor con la fede in te corono.

Ad un suo cenno Dalinda presenterà la corona d’alloro, e Ginevra la prende, e ne cinge l’elmo ad Ariodante.

POLINESSO.
(Il rancor mi divora!)

Da se.

LURCANIO.
(O felice Germano!)

Da se.

ARIODANTE.

Che si sarà inginocchiato per ricevere la corona, alzandosi con entusiasmo.

Ah questo dono
Tutto è per me. Con questo in fronte, ah! quale
Nemico a me regger potrà? Lasciate,
Anime grandi, a vostri piè prostrato …

Vuol inginocchiarsi a piedi del Trono. Il Rè s’alza, e discende, e Ginevra, che gli stava vicina, avanza con lui.

IL RÈ.
Sorgi, e mi porgi, o Duce
La vittoriosa destra: a questo seno
Accostati, ed apprendi in questo amplesso
Quanto caro mi sei. Duci, Guerrieri,
A voi d’illustre esempio
Sia sempre un tal Campione,
Ed al vostro valor serva di sprone.

Il Rè parte con Ginevra, Ariodante, e con tutto il seguito.

Scena VII.

Polinesso, Lurcanio, e Dalinda.

POLINESSO.
(Ah! ch’io pace non hò finchè l’altero
Non veggo oppresso, e in questo dì lo spero.)

Da se, e parte seguendo gli altri, che partirono.

Scena VIII.

Lurcanio, e Dalinda.

LURCANIO.
Dunque sempre spietata
Sarai verso di me? Ma dimmi almeno
Dov’è? qual è questo rival felice?
DALINDA.
Nomarlo a me non lice,
Ma sappi ch’egli è tale,
Che ti farìa tremare.
LURCANIO.
Far Lurcanio tremar? Chi il potrìa fare?
Forse così per gioco
Meco scherzar ti piace;
Qual è quel cor capace
Di farmi paventar?
Pensa che amante io sono,
Che m’arde amor nel petto,
Ma un irritato affetto
Furia può diventar.
Pensa che amante io sono
L’amor non irritar.

Partono da lati opposti.

Scena IX.

Giardini Reali, di nuovo, come alla Scena terza.

Ariodante, e Polinesso.

ARIODANTE.
Non più; lasciami, o Duca: troppo omai

Con isdegno.

Mi cimentasti, sì; soffersi assai.
Ginevra …
POLINESSO.
Ti tradisce.

Con fermezza.

ARIODANTE.
E ancor l’ostenti?
POLINESSO.
Affascinato amante! Io ti compiango;
Non sai quanto che sei
Da Ginevra ingannato,
E quanto ch’io sono da lei riamato.
ARIODANTE.
Tu! Come? Ah! parla …

Agitato.

POLINESSO.
Sì; sappi che basta
Ch’io lo voglia, e Ginevra
Per non sospetta, e solitaria parte
Nelle segrete stanze sue m’accoglie:
Seco trascorro l’ore
Soavemente a ragionar d’amore;
E in mezzo a nostri teneri colloquii
Il tuo credulo affetto,
Misero amante! è a noi di riso oggetto.
ARIODANTE.
Ah! un mentitor tu sei. Di Regia figlia

Con impeto di sdegno.

Sogni, a macchiar l’onor, finti favori.
Con questo acciaro, audace,

Pone la mano sulla spada.

Ti proverò, sì, sosterrò per lei,
Che un vil bugiardo, e un traditor tu sei.
POLINESSO.
Calmati. Vana fora
Per ciò tenzon. Dì; allor mi crederai
Quando, da te, se dico il ver vedrai?
ARIODANTE.
(Oh Dio! qual gel mi scende al cor!
Potrebbe

Da se.

Ginevra! Ah! nò; non è capace.) Allora,
Si, allor ti crederò.
POLINESSO.
Ebben, fra poco
Convincerti saprò. Di già la notte
Si avvicina: là dove sù deserta
Remota via le stanze di Ginevra
Guardano della Reggia al manco lato
Recati inosservato. Fra di poche
E diroccate case
T’appiatta, e osserva. Dimmi, ci sarai?
ARIODANTE.
Ci sarò. (Quale ambascia!)

Da se.

POLINESSO.
(Or son contento.)

Da se.

Non mancar.
ARIODANTE.
Non temer. (Morir mi sento.)

Da se.

POLINESSO.
Vieni, colà t’attendo,
L’inganno tuo vedrai,
Appien ravviserai
La mia felicità.
ARIODANTE.
Verrò: colà m’attendi,
Ma per punirti, audace;
Non è il mio ben capace
Di tanta infedeltà.
POLINESSO.
E bene, lo vedrai.
ARIODANTE.
Confuso resterai.
POLINESSO.
Quanto t’inganni!
ARIODANTE.
Menti …
Quanti mai contrari affetti

Ciaseune di se.

Agitando il cor mi vanno!
Vacillando và quest‘ alma
Fra lo sdegno, e fra l’affanno,
E più reggere non sà.
POLINESSO.
Io volo a‘ miei contenti.
ARIODANTE.
Misero te, se menti …
POLINESSO.
E troppo mio quel core …
ARIODANTE.
T’inganni, traditore.
POLINESSO.
Senti …
ARIODANTE.
Non t’odo.
POLINESSO.
Ascolta.
ARIODANTE.
Che vuoi? Taci una volta.
POLINESSO.
Quando vedrai che m’ama …
ARIODANTE.
Ginevra tua sarà.
ARIODANTE.
S’accresce la mia smania,
M’opprime il mio tormento.
Da mille furie l’anima
A lacerar mi sento.
Che pena atroce, e barbara
Morire, oh Dio! mì fà!
POLINESSO.
S’accresce la sua smania,
L’opprime il suo tormento.
Prova tu pur nell‘ anima
Le furie, ch’io vi sento.
Che angoscia atroce, e barbara
Penare, oh Dio! mi fà!

Partono da strade diverse.

Scena X.

Vafrino dalla parte per dove entrò Ariodante.

Cielo! come agitato
Sembrava il mio Signor! Quai tronchi accenti
Gli sfuggivan dal labbro! In volto espresso
Cupo dolor gli si vedéa. Qual mai
Ne sarà la cagion? Ei, che d’ogn‘ altro
Dovrebbe esser più lieto, e più contento,
Egli è infelice? E in così bel momento?
Ah! forse, ed io ne temo,
E pur troppo sarà, tiranno Amore,
Fra la gloria e’l piacer gli turba il core.

Tremo agitato, e peno
In sì fatale istante,
E combattuto in seno
Da mille affetti è’l cor.

Pietà, timore, affanno
Or tormentando vanno
L’alma, che geme oppresse
Dal più funesto orror.

Parte.

Scena XI.

Notte con Luna.

Prospetto, da un lato, della Reggia, che risguarda parte disabitata della Città con Verone praticabile. Dall‘ altro lato alcune case antiche, e rovinose; e nel prospetto ponte sopra il fiume, che costeggia la Reggia.

Ariodate esce concentrato, a lento passo, poi Lurcanio.

ARIODANTE.
Già l’Ombre sue Notte distese. Tace
Tutto d’intorno … Avvolta
Natura è in alta quiete … Odo soltanto
Sommessa mormorar l’onda vicina,
E dell‘ aure notturne
Il pesante aleggiar. Sonno, e riposo
Trova il mortal più misero, ed abietto,
Ed io sol veglio, e ho mille furie in petto.
LURCANIO.
Germano … ebben? …

Nell‘ uscire.

ARIODANTE.
Lurcanio,
Se tu sapessi … ah! parmi
Che avanzi alcun …. Vieni; celiamci: in questa
Volta io m’ascondo, in quella là tu resta …
Non escirne se prima io non ti chiamo …
Abbracciami …

S’abbracciano.

LURCANIO.
Ah! German, molli di pianto
on le tue gote! …
ARIODANTE.
Io! … Nò … Taci … oh Dio!
Celati … và …
LURCANIO.
Caro Germano! …
ARIODANTE E LURCANIO.
Addio.

Vanno a nascondersi, Lurcanio in una volta lontana; presso al ponte; Ariodante più avanti sulla Scena in faccia al Verone.

Scena XII.

Polinesso, indi Dalinda sul Verone, e detti celati.

POLINESSO.
Ecco il momento sacro
Alla vendetta, all‘ ira mia. Fra quelle

Osservando verso le case diroccate.

Oscure volte il lunar raggio mostra
D’armi incerto splender. Ei v’è; egli vede,
O almeno i torti suoi veder già crede.
Abborrito rival! Fremi. Sì; in breve
Desolazion t’opprimerà. Io ne godo …

S’apre una porta, che è sul Verone, e comparisce Dalinda colle vesti, e acconciatura di Ginevra.

Ma già s’apre il verone. Ecco Dalinda …
Vedila, e tutto il suo infernal veleno
Ti versi or gelosia entro del seno.

Di nuovo guardando verso le case rovinose.

LURCANIO.
(Giusto Ciel! che vegg’io? Quella è Ginevra!

Affacciandosi sulla soglia della volta dove è andato a celarsi, e guardando verso il Verone.

DALINDA.
Duca, sei tu?

Sotto voce.

POLINESSO.
Son io;
Non dubitar, ben mio.

Forse, per esser sentito da Ariodante. Dalinda si ritira dal Verone, e ricomparisce sulla porta dal palazzo, che apre elle stessa.

LURCANIO.
Germano sventurato!
POLINESSO.
Mia vita, eccomi a te.

Forte, e poi piano.

Son vendicato.

Polinesso entra, si vede Dalinda accoglierlo con segni di tenerezza, ed entrando con esso chiude la porta.

Scena XIII.

Ariodante, che esce dalla volta dove è andato a celarsi, poi Lurcanio.

ARIODANTE.
Che vidi? Ohimè! La mia Ginevra!
Oh nato
Cieco foss’io! Oh tormento!
La pudica Ginevra! … Oh pena! Oh troppo
Verace indegno Duca! Ah! ben sicuro

Con ira.

Era di lei lo scellerato … Ed io

Riflette.

Ancor vivrò? Ah! qual vita! … Sì … vendetta …

Risoluto.

Ma a qual prò? … Nel mio stato
Angoscioso, infernale
Nulla, nulla più vale. Altro consiglio
Non ho che quel d’un disperato. Ingrata!
Femmina rea! Oh tu la più fallace!
Eccoti ancora il sangue mio; sarai
Paga, crudel.

Snuda il ferro per uccidersi; in questo Lurcanio esce rapidissimo, e togliendogli il ferro, dice.

LURCANIO.
Ohimé! German, che fai?
Quale insania è la tua?
ARIODANTE.
Dammi quel ferro;
Ah! lasciami morir … vedesti?

Con passione, e sdegno.

LURCANIO.
Vidi;
E chi fù il traditor?
ARIODANTE.
Nol ravvisaeti?
LURCANIO.
Nò, nol potei.
ARIODANTE.
Ne godo.
Io solo, io solo, ma fra l’Ombre, meco
Porterò il mio segreto. Addio. Ah! se m’ami

Risoluto, e con forza.

S’hai pur di me pietà, se ti son caro,
Dammi, io voglio morir, dammi l’acciaro.

Per chi vivere degg’io,
Come a vivere si fà?
Ho perduto l’Idol mio
Non ho piu felicità.
Và, l’infida rivedrai,
Le dirai ch’io più non sono …
Dille pur che le perdono,
E che a morte sol mi trasse
La sua nera infedeltà.

Quale affanno! … Io più non reggo …
Dammi il ferro … ah! sì … si mora.
Gerchi in van ch’io viva ancora,
Ad un alma disperata
Mai la morte mancherà.

Corre sopra il ponte.

LURCANIO.
Ah! t’arresta, ah! che fai?

Seguendolo.

ARIODANTE.
Addio, Germano.

Si lancia nel fiume.

Scena XIV.

Lurcanio, indi Guerrieri, Scudieri, e popolo, fra‘ quali alcuni con faci accese.

LURCANIO.
Ah! misero fratello! … Genti … ah forse

Disperato correndo sul ponte.

Ei più non è … Soccorso! … Ohimè, germano!

Scende dal ponte, e s’aggira per la Scena chiamando genti. Intanto da varj lati escono li Guerrieri, gli Scudieri, e molti del popolo.

Aita … ah! forse ogni soccorso è vano.
CORO.
Quali voci! Qual rumore!
Quali grida disperate!
LURCANIO.
Ah! correte, oh Dio! volate …

A tutti, vicendevolmente, e con voce affannata, e piangente.

CORO.
Ma che avenne?
LURCANIO.
Amici … Ohimè!
Ariodante … più non è …
CORO.
Più non è?

Con sorpresa, e terrore.

LURCANIO.
Alla Reggia, amici,
La sua morte a vendicar.
CORO.
Sì, quest‘ armi, e destre ultrici
Lo sapranno vendicar.

Mentre s’avviano verso la Reggia, esce Polinesso.

Scena XV.

Polinesso uscendo dalla Reggia, si fà incontro alli sudetti, ed in tuono maestoso, e fiero.

POLINESSO.
Olà, fermate; e quali
In ques‘ ora, in tal luogo,
Tumultuose grida? Qual trasporto?
Indegni! Se periglio
Sovrasta al mio Signore
Cimentar pria dovrete il mio valore.

Audaci! Io sol m’oppongo
Al vostro ardire insano,
Difendo il mio Sovrano,
E vi farò tremar.
CORO, E LURCANIO.
Del nostro Duce amato
Del mio germano amato
Gemiam sull‘ aspra morte.
POLINESSO.
Come? Che dite? Ah! misero!

Con affettato dolore.

Che sento! (Ah! qual contento!)

Da se.

Chi fù quell‘ alma perfida? …
Son paghi i voti miei,
Comincio a respirar.

Da se.

CORO, E LURCANIO.
Piangi con noi quel misero,
Pera che il fè mancar.
POLINESSO.
Andiam; da noi vendetta
Quell‘ ombra cara attende,
Il mio furor s’accende,
Si deve vendicar.
TUTTI.
Cada chi il trasse a morte,
Si deve fulminar.

Tutti partono verso la Reggia, preceduti da Polinesso, e Lurcanio.

Scena XVI.

Parte della Reggia corrispondente a varj Appartamenti, Fanali accesi.

Il Rè esce agitato. Le Guardie restano nel fondo. Indi Ginevra.

IL RÈ.
Sgombra, o Cielo, dal mio seno
Questo palpito affannoso.
La sua pace, il suo riposo
Rendi al cor, che oppresso stà.

S’odono delle voci da lontano, che vanno sempre più accostandosi.

CORO DI DENTRO.
O caso barbaro!
IL RÈ.
O quali voci! e quale
Gelo m’inonda il petto!
CORO DI DENTRO.
O Duce misero!

Esce Ginevra.

GINEVRA.
Ah! padre … ah! padre mio; calma il mio cuore.
CORO DI DENTRO.
Vendetta orribile
Quell‘ ombra avrà.
GINEVRA.
Qual tumulto! non odi? …
IL RÈ.
Ah! figlia … ignoro …
GINEVRA.
Crescendo và il rumore.
IL RÈ.
Ah! sempre più s’avanza.
GINEVRA.
O Ciel! Che fia?
Chi s’inoltra?
IL RÈ.
Quai genti?
GINEVRA.
Qual terrore!

Scena XVII.

Avanzano dal fondo della Scena Polinesso, Lurcanio, Duci, Guerrieri, Scudieri, e Popolo.

IL RÈ.
Che avvenne?
GINEVRA.
Che si vuole?
LURCANIO a Ginevra in tuono feroce.
La tua morte.
IL RÈ.
Come? Che parli?
GINEVRA.
O Ciel!

Atterrita.

LURCANIO.
Ecco chi trasse
Il misero Ariodante.

Additando Ginevra a tutti.

Disperato a morir. E dessa amici;
La perfida è costei.
GINEVRA.
Ferma. Che dici?
Ariodante morì? Come? … Ah! ch’io moro …

S’abbandona appoggiandosi al padre.

IL RÈ.
Misera figlia! Ah! dite …
POLINESSO.
Sire! quale sciagura!
Qual perdita fatal! per te, impudica! …
Ah! dèsti orror! Del Regno
Per te l’amor perì, cadde il sostegno,
Un amico io perdei.
Tutto chiede vendetta: delle leggi
L’esecutor son io. D’esse paventa
Tu che onestà, che amor, che fé violasti;
La giusta pena tua subir dovrai,
E infame, e sù vil rogo, empia, morrai.
GINEVRA.
Basta, furia infernal; basta; t’invola;
Fuggi dagli occhi miei. Mostro! Non ero
Abbastanza infelice
Senza Ariodante mio,
Che d’un colpo maggìor d’ogni dolore
Vieni, spietato, a lacerarmi il core!
Ginevra rea! Ginevra infame! Ah tutto,
Sì tutto a tollerar pronta son io;
Rendimi, se lo puoi, più triste ancora,
Sazia del tuo furor sù me le brame,
Ma rea non mi chiamar, non dirmi infame.

Di mia morte s’hai desìo,
Versa tutto il sangue mio,
Ma rispetta l’innocenza,
Ma l’onor non m’involar.
POLINESSO E POI IL CORO.
Non vantare più innocenza,
Più l’onore non vantar.
GINEVRA.
Tu che vedi, o Ciel clemente,
Se quest‘ anima è innocente
Mi difendi in tal periglio,
Per pietà non mi lasciar.
IL RÈ, E POLINESSO.
Al suo duolo, a‘ suoi lamenti

Ognuno da se.

Io mi sento a lacerar.
Io mi sento a consolar.
LURCANIO, E CORO.
Quegli accenti, que‘ lamenti

Ognuno da se.

Mi vorrian pietà destar.
GINEVRA.
Ma voi tutti, oh Dio! tacete …
Tutti, ohimè, m’abbandonate!
Tutti voi dunque m’odiate?
Padre, almen …
IL RÈ da se.
(Che pena amara!)
CORO.
Nò, Signor, non l’ascoltar.
GINEVRA.
Dunque di voi non son più cara?

A tutti.

CORO.
Nò.
GINEVRA.
Nè potrò sperar pietà?
CORO.
Nò.
GINEVRA.
Quello sdegno, quel rigore
Mai per me non cesserà?
CORO.
Nò.
GINEVRA a Lurcanio.
Tu spietato.
LURCANIO.
Non t’ascolto.
GINEVRA A POLINESSO.
Tu crudele.
POLINESSO.
Orror mi fai.
GINEVRA.
Questo è troppo. Avverso Cielo!
Non resisto a tante pene
Insoffribil mi diviene,
E la vita orror mi fà.
Le mie barbare vicende
Desteranno un dì pietà.
POLINESSO.
Quel furore, che m’accende
Nel mio sen crescendo và.
IL RÈ.
Infelice, vanne a morte,
La mia pena, il mio dolore
Lacerando il cor mi và.
POLINESSO.
Và crescendo ad ogni istante
Di vendetta il mio furore.
LURCANIO.
Sciagurata, vanne a morte.
CORO.
Già t’attende la tua sorte.
LURCANIO.
Sciagurata! Che facesti!
POLINESSO, LURCANIO E CORO.
Và, impudica, vanne a morte;
Desti orror, non fai pietà.

Fine dell‘ Atto Primo.

Atto Secondo.

Scena Prima.

Luogo remoto fuori della Città, che corrisponde da un lato al mare, e dall‘ altro al bosco de Solitarii.

Vafrino, che esce dolente dalla parte del mare, e Dalinda di dentro.

VAFRINO.
O me dolente! Ahi lasso!
Dunque del mio Signor l’esangue spoglia
Rinvenir non potrò? Nel fiume in vano
La ricercai; dall‘ onde
Gettata la sperai sù queste sponde.
Vane lusinghe! Ah! questo pianto mio
La potesse bagnar! potessi …
DALINDA di dentro.
Oh Dio!
VAFRINO.
Qual grido!
DALINDA come sopra.
Aita!
Barbari!
VAFRINO.
Che vegg’io? …

Osservando di dentro.

Scena II.

Dalinda, che esce scarmigliata fuggendo, inseguìta da alcuni Sgherri coi pugnali nudi; e detto.

DALINDA.
Pietà … la vita …
VAFRINO.
Vili! Contro una donna!

Snuda la spada, e s’avventa contro gli Sgherri, Questi fuggono, egli gli insegue.

DALINDA.
Io più non reggo …
La stanchezza, l’affanno …
Perfido Polinesso!

Vafrino ritorna.

VAFRINO.
Donna, sei salva.
DALINDA.
O Ciel! Vafrin!

Ravvisandolo.

VAFRINO.
Dalinda!

Ravvisandola.

In quale stato! In qual periglio! Ah dimmi …
DALINDA.
Se sapessi, Vafrin, che nero inganno! …
Che inudita perfidia! … Ah! tempo forse
Resta al riparo ancor: guidami altrove.
VAFRINO.
Ma dimmi prima almen …
DALINDA.
Tutto saprai.
Orror ti prenderà, pianger dovrai.

Tu vedi in me la vittima
Del più crudele inganno;
Comprendere l’affanno
Non puoi di questo cor.

Mi desta orrore un perfido,
Mille rimorsi ho in petto;
Sono a me stessa oggetto
D’angoscia, e di rossor.

Partono insieme.

Scena III.

Foltissimo, e vasto bosco. Un sontuoso Edifizio è da un lato con torri, e guglie; il quale serve di ritiro ai Solitarj della Scozia, ed è in parte nascosto dagli alberi, che ingombrano tutta la Scena.

Ariodante comparisce dal fondo del bosco. Tutto dinota in lui una cupa passione: lentamente s’avanza immerso in profondo pensiero; geme; sospira; poi, come scuotendosi, guarda attorno avanzandosi sempre.

ARIODANTE.
Ove son io? Dove m’inoltro? Quali
Ombre opache diffonde d’ogn‘ intorno
La tortuosa selva, e asconde il giorno?
Che silenzio profondo!
Muta quì par Natura. Oh! come tutto
Quì spira un sacro orrore!
Come si pasce un cuor nel suo dolore!
Questo, sì questo è il luogo, che richiede
La mia desolazion. Dell‘ onde in seno
M’avrìa serbato il Ciel da certa morte
Per soffrir nuove pene? E che mi resta
A tollerare ancor? Son giunti omai
Al colmo i mali miei;
Che soffrir più non sò, tutto perdei.
Ah! che per me non v’è
Più pace, nè pietà.
Povero cor! di te
Che mai sarà!

S’appoggia dolentissimo ad un tronco.

Scena IV.

S’apre la porta dell‘ Edifizio, e n’escono molti Solitarii, che vanno a disperdersi nel bosco mostrando molto dolore, e cantando a.

CORO.
Quale orror! che infausto dì!
Chi mai non piangerà?
Ah! dovrà perir così
Senza pietà!
ARIODANTE.
Quali flebili voci!
Qual triste mormorar di mesti accenti!
Eco forse risponde a‘ miei lamenti?

S’alza, e s’avanza.

CORO.
Giusto Ciel, calma il rigor
A tanto lagrimar:
Tanti affanni, tanto orror.
Deh! fa cessar!
ARIODANTE.
Quale sciagura mai, … Cielo! Non erro:
Son io fra i saggi Solitarii. O come
Son essi immersi in alto duol! Che fia?
CORO.
Quale orror! che infausto dì!
Chi mai non piangerà?
Ginevra, oh Dio così
Perir dovrà?
ARIODANTE.
Non perirà. (Come soffrir potrei
Ch’ella per me perisse!)
Non si tardi, si voli; questo sangue
Tutto a versar per lei pronto son io;
(Per lei, che adoro ancor, che è l’Idol mio.)

Da se, e poi al Coro.

Se sapeste chi m’accende
Tanto ardore, e tanto affetto;
Se vedeste in questo petto,
Vi saprei destar pietà.
Questa cor …
CORO.
D’onor s’accenda.
ARIODANTE.
Ah! l’amor …
CORO.
La gloria ascolta.
ARIODANTE.
Ah! sì; vadasi una volta
Tanti affanni a terminar.
CORO.
Per te rieda un‘ altra volta
Questo Regno a respirar.
ARIODANTE.
Mentre fra l’armi

Al Coro.

Sarò a pugnar,
Voi sacri carmi
Fate echeggiar.
Dio, che presiedi

Da se.

Alla vittoria!
Tu mi concedi
Valore, e gloria:
M’assisti, e guidami
A trionfar.
CORO.
Và, combatti, il Ciel ti guida,
Certo sei di trionfar.
ARIODANTE.
Ma se è rea …

Da se.

CORO.
Che più t’arresti?
ARIODANTE.
E se cedo …

Da se.

CORO.
Il tempo vola.
ARIODANTE.
La vedrò …

Da se.

CORO.
T’affretta.
ARIODANTE.
Oh Dio!
Ah! chi mai provò del mio
Un destino più crudele?
Mi ha tradito un‘ infedele,
Nè la posso mai scordar.
CORO.
Più s’accresce il suo periglio:
Và; trionfa; non tardar.
ARIODANTE.
Ah! m’accende il suo periglio,
Vò la morte a cimentar.

Parte accompagnato da‘ Solitaraj fino al fondo del bosco; essi ritornano, e rientrano nell‘ Edifizio.

Scena V.

Giardini.

Il Rè, poi Lurcanio.

IL RÈ.
Qual‘ orrida sciagura
Piomba sopra di me? La cara figlia,
L’unica speme mia, de‘ giorni miei
Il conforto, il piacer perder dovrei?
Dove, dove si trova
Un padre più infelice,
Un più misero Rè?
LURCANIO.
Sire ….
IL RÈ.
Lurcanio!
Ah! la presenza tua
Mi fà gelar. A‘ benefizii miei
Qual barbara mercè rendi, spietato!
LURCANIO.
Io compiango il tuo stato,
Ma la tua figlia aborro. Il mio Germano
Per lei perì, chiede vendetta …
IL RÈ.
Oh Dio!
LURCANIO.
L’ombra inulta placar sù lei degg’io.
IL RÈ.
Dunque …
LURCANIO.
Sia eretto il Rogo.
IL RÈ.
E sì barbara legge
Eseguire io potrò?
LURCANIO.
Lo devi.
IL RÈ.
E parli
Ad un padre in tal guisa?
LURCANIO.
Io parlo ad un Sovrano;
Sacra è la legge; e tu …
IL RÈ.
Taci, inumano;
La legge eseguirò. La cara figlia
Verrà tratta al suo fato;
Ma forse saprà il Cielo
Mosso a pietà del mio crudele affano,
L’innocenza salvar, punir l’inganno.
Tu mi trafiggi, ingrato!
M’involi al cor la pace.
Non ti credea capace
Di tanta crudeltà.
Ah! mi vacilla il core,
Morire, oh Dio! mi sento!
Ciel! che crudel momento!
Del mio dolor pietà.

Parte.

Scena VI.

LURCANIO solo.
Alta pietà mi dèsti
Sventurato mio Rè! Ma se la pena,
Che tu soffri è crudele, acerba, e rìa;
Minore della tua non è la mia.

Và per partire, e vedendo di dentro Ginevra, che viene, ritorna, e dice.

Ombra del mio Germano,
Se a me t’aggiri intorno, ti consola;
E vicina, s’affretta
L’aspettata da te giusta vendetta.

Parte per altra strada.

Scena VII.

Ginevra in bianca veste, colle treccie sciolte, tutta disadorna, e circondata dalle sue Donzelle, che la compiangono; poi il Rè con Grandi, Guardie &c.;

GINEVRA.
Infelice Ginevra! In qual cadesti
Spaventevole abisso! In un sol giorno
Tutto perder così! … Che più ti resta
Per opprimermi ancor, sorte funesta?

Esce il Rè.

IL RÈ.
Figlia! Misera figlia!
GINEVRA.
Ah? padre mio!
IL RÈ.
Vieni, vieni al mio sen …
GINEVRA.
Tu piangi!
IL RÈ.
Oh Dio!
Come il pianto frenar? Vederti omai
Presso a morir …
GINEVRA.
Ah! che non è la morte,
Padre, che mi spaventa;
Ma l’infamia, l’infamia! Ecco l’orrore
Cui resister non sò. Padre, se m’ami,
Dammi un ferro, un velen … ah! non negarmi
Questo alla mia salvezza uffizio estremo.
IL RÈ.
Figlia! Che chiedi? Io raccappriccio, e tremo.
GINEVRA.
Padre, se ti son cara,
Tu non devi esitar. Co‘ giorni miei
Finiran le mie pene,
Tornerò a riveder l’amato bene.
Là, tra i fedeli amanti
Lieti, e felici istanti
Seco al fine godrò: d’intorno a noi
Regneranno i contenti,
Alternerà il piacer dolci momenti.
Ebbre l’anime nostre

Con entusiasmo.

Del più vivace, ed innocente affetto,
Ci brilleran soavemente in petto.
A goder la bella pace
Col mio ben m’invita Amore;
Nel suo sen da tanto orrore
Ei mi chiama a respirar.

Deh! consola il tuo dolore,
Frena il pianto, o Padre amato;
Moro, è ver, ma sul mio fato
Tu non devi sospirar.

Vò a goder la bella pace
Col mio ben, in grembo a Amore;
Nel suo sen da tanto orrore
Ei mi chiama a respirar.

Sarai paga, avversa sorte!
L’ire tue non temo omai.
Palpitar tu sol mi fai

Al Rè.

Nel doverti abbandonar.

Volo a te, mio caro bene.
Le mie pene a consolar.

Parte seguìta dalle Donzelle.

Scena VIII.

Il Rè, Grandi, e Guardie.

IL RÈ.
Crudo cimento! Ah! tu, pietoso Cielo,
Che leggi nel mio cuore,
Deh! moviti a pietà del mio dolore;
E in sì fatal periglio
Porgi ad un Genitor qualche consiglio.

Parte con tutto il seguito.

Scena IX.

Luogo magnifico nella Reggia. Guardie disposte per la Scena. Molti Grandi, e Duci in attitudine di dolore, poi Polinesso; indi il Rè con Ginevra, Nobili Donzelle, &c.;

I Grandi intuonano il seguente.

CORO.
Il Sole all‘ occaso
S’affreta veloce;
O qual Scena atroce
Allor che tramonta
Succeder vedrà?

Un raggio di speme
Più quasi non resta!
Di legge funesta
Subire il rigore
Ginevra dovrà!

Polinesso in tutta la Scena conservetà un‘ aria affettata di compassione, e di dolore; ma tratto tratto farà travvedere il suo odio, e compiacenza.

POLINESSO.
Piangete, sì, gemete
Fidi d’un triste Rè mesti Vassalli;
Giorno di pianto, e di terrore è questo;
(Ma di gioja per me.) Quale funesto
Spettacolo d’orror! Qual Scena amara
Al cuor d’un Genitor mai si prepara!
Eccolo … fà pietà! … Seco è la rea!
Gemo sul lor destino.
(Di mia vendetta il colmo è già vicino.)

Da se.

IL RÈ.
Polinesso, che vuoi?
POLINESSO.
Dover crudele
Mi guida a‘ piedi tuoi,
Sconsolato mio Rè. Dell‘ aspra legge
L’inviolabil rigor, Sire, t’è noto.
Geme il mio cor; ma, Principessa …
GINEVRA.
Taci.
E tu dici d’amarmi? Al mio destino
M’abbandoni così? Vieni tu stesso
A condurmi all‘ infamia, a ingiusta morte?
Ti commove così, vil, la mia sorte?
POLINESSO.
Non sai quanto mi costa …
Ma del mio grado il dover sacro …
IL RÈ.
Vanne.
Quando giunga l’istante
Pronta sarà la figlia.
POLINESSO.
Obbedisco, Signore: Ah! se valesse,
Sire, tutto il mio sangue,
Per vederti contento il verserei.
Se morissi per te, lieto sarei.

Come frenare il pianto
A tanto tuo dolore?
Misero Genitore!
Quanto mi fai pietà!
CORO.
Dunque nel campo scendi.
POLINESSO.
Che mi chiedete, oh Dio!
CORO.
La figlia sua difendi.
POLINESSO.
Amici, nol poss’io.
IL RÈ.
Sei tu guerrìer?
POLINESSO.
Me’l chiedi?
IL RÈ.
Vile! E tu tremi?
POLINESSO.
Io tremo?
Non temo del cimento,
Perigli non pavento.
Per te, per voi, nel Campo
Tu mi vedresti intrepido
La morte ad incontrar.
CORO.
Dunque speme a lei non resta,
E perir così dovrà?
POLINESSO.
Legge barbara, e funesta
Oh dover di crudeltà!
CORO.
Allontana il fier momento,
Giusto Cielo, per pietà.
POLINESSO.
Principessa, Sire, Amici,
In quel barbaro momento
Il mio cor non reggerà.
Alla fin sarò contento
La superba omai cadrà.

Parte.

Scena X.

Il Rè, Ginevra, Grandi, Guardie, indi Lurcanio, e di nuovo Polinesso.

IL RÈ.
Figlia!
GINEVRA.
Padre!
IL RÈ.
Oh momenti!
GINEVRA.
E ancora esiterai?
Un acciaro, un velen mi negherai?
IL RÈ.
Risolvermi non posso;
Disperare non so.
LURCANIO.
Non più. Guardie, si tragga
D’una giusta vendetta
La vittima al supplizio. É già vicino
A tramontare il dì; nè ancor si vede
Guerriero, che s’opponga al valor mio,
Che meco osi pugnar.

Esce Ariodante.

Scena XI.

Ariodante, in armatura negra, col viso chiuso nella Visiera, e detti.

ARIODANTE.
Si; vi son io.
Io la difendo. In Campo
Scenda l’accusator.
GINEVRA.
Ah! che di speme un lampo
Torna a brillare ancor.
ARIODANTE.
Ah! chè nel sen mi palpita
Fra mille affetti il cor.
IL RÈ.
Figlia, dal Ciel protetta,
Vien l’innocenza ognor.
LURCANIO E POLINESSO.
Tarda la mìa vendetta.
S’accresce il mio furor.
LURCANIO.
Guerrier, chi sei?

Ad Ariodante.

ARIODANTE.
Son uno,
Che difende Ginevra. Eccoti il segno
Della disfida.

Getta un guanto.

LURCANIO.
Ed io l’accetto.

Raccogliendolo.

IL RÈ.
Oh prode,
E generoso Eroe! Tu, che ci apporti,
Quanto che atteso men, tanto più caro
Necessario soccorso,
Lasciati ravvisar.
GINEVRA.
Dimmi, chi sei
Pietoso mio liberator?
ARIODANTE.
Nol posso.
GINEVRA.
Ma almen …
ARIODANTE.
Ti basti, o Donna,
Esser difesa. Il mio sembiante, e nome
Dopo la pugna oso scoprir.
LURCANIO.
S’affretti
Adunque la tenzon. T’attendo. Il vedi?

Ad Ariodante snudando la spada.

Quest‘ è del mio German l’invitto acciaro.
Guerrier, trema al suo lampo:
Le sue vendette oggi farà nel Campo.

Parte.

IL RÈ.
Duca, fà che si chiuda
Nella piazza maggiore lo steccato.
POLINESSO.
Vò il cenno ad eseguir. Clemente il Cielo
Alla fin ti consoli, e i giorni sui
Voglia serbar. (Possa perir costui.)

Parte.

IL RÈ.
Giusta il costume, in libertà rimanga
Colla figlia il Campione. Addio, Guerriero,
A te l’affido, e nel tuo braccio io spero.

I Grandi, e i Duci sul secondo verso del Rè si separano, ed entrano da varie parti, Il Rè parte poi seguìto dalle Guardie.

Scena XII.

Ginevra, e Ariodante.

ARIODANTE.
(Orribile momento!)
GINEVRA.
Giacchè la mia difesa
Con magnanimo cuore
Imprendesti, o Guerrier, certo sarai
Che innocente son io,
Che oltraggia vil calunnia l’onor mio.
ARIODANTE.
(Che audacia!)
GINEVRA.
Il Ciel; che è giusto
Vincere ti farà. Chieder poss’io
Grazia da te?
ARIODANTE.
Favella.
GINEVRA.
Io sono allora
Concquista tua. Guerrier; se generoso,
Tanto tu serbi il cor, cedi a‘ miei voti,
Rinunzia al dritto tuo. Tienti gli stati,
E le dovizie, che sarian mia dote;
Ma in libertà dolente
Lascia gli sventurati affetti miei,
Che amarti, anche volendo, io non potrei.
ARIODANTE.
Come?
GINEVRA.
Non ti sdegnar. Fù Ariodante
(Nome adorato!) l’amor mio primiero,
E l’ultimo sarà.
ARIODANTE.
(Ah! fosse vero!

Da se.

(Che smania! Che martir! che stato è il mio!)
Ed Ariodante solo amasti?
GINEVRA.
Vivo
Come ognor l’adorai, l’adoro estinto,
Nè sarò d’altri.
ARIODANTE.
Ingrata!

Con trasporto.

GINEVRA.
Che parli tu?
ARIODANTE.
(Cielo! che dissi? Ah! quasi
Mi tradisce il trasporto; essa m’incanta,

Da se.

Nè sò come più a lei
Mi sforza a prestar fè, che agli occhi miei.)
GINEVRA.
Guerrier, che hai tu? Cotanto
Perchè fra te ragioni? E quali sguardi
Vibri dalla visiera? A che smanioso
Tanto così t’aggiri?
Perchè celar mi vuoi fin quei sospiri?
Parla …
ARIODANTE.
Non più; mi lascia …
GINEVRA.
Lasciarti?
ARIODANTE.
Sì; non sai
Quanto la tua presenza è fa me funesta.
GINEVRA.
Come? Che dici? Ohimè! … Senti … t’arresta.
(Qual larva lusinghiera! Ah! se dall’Ombre
Tornassero gli estinti …
Quelle smanie … que detti …) Oh! mio Guerriero,
Misero forse sei come son io?
ARIODANTE.
Lo son.
GINEVRA.
Perchè?
ARIODANTE.
Non sai …
GINEVRA.
Spiegati.
ARIODANTE.
Addio.
GINEVRA.
Per pietà, deh! non lasciarmi;
Calma, od Dio! la pena mia.
Scopri a me quel volto in pria,
E poi vanne a trionfar.
ARIODANTE.
Questo volto non vedrai
Se non cado al suolo estinto
Di mortal pallor dipinto
Ti farà d’orror gelar.
GINEVRA.
E così di vincer speri?
ARIODANTE.
Pugnerò per te da forte.
GINEVRA.
E così mi togli a morte?
ARIODANTE.
Vince solo chi difende
La ragion …
GINEVRA.
Tu la difendi.

Con nobiltà, e forza.

ARIODANTE.
Ah! che dici? lo! Nò. Paventa …
GINEVRA.
Non paventa l’innocenza;
Questo cor non sà tremar.
ARIODANTE.
Come vanta l’innocenza!

Da se.

Cosa deggio, oh Dio! pensar?
GINEVRA.
Guardami almen.
ARIODANTE.
Deh! taci …
GINEVRA.
Ma vincerai?
ARIODANTE.
Nol sò.
GINEVRA E ARIODANTE.
Che palpiti atroci
Nel seno mi sento!
Che smanie feroci!
Qual nuovo tormento!
Mio povero core,
Sei nato a penar.
ARIODANTE.
Si vada.
GINEVRA.
Parti?
ARIODANTE.
Il debbo.
GINEVRA.
Senti.
ARIODANTE.
Che vuoi!
GINEVRA.
Ti svela.
ARIODANTE.
Paventa.
GINEVRA.
In vano …
ARIODANTE.
Io sono …
GINEVRA.
Chi sei?
ARIODANTE.
Trema …
GINEVRA.
Vogl’io …
ARIODANTE.
Lo vuoi? Sappi …

Mentre Ariodante sta‘ per alzar la Visiera, s’ode di dentro la tromba.

GINEVRA.
Qual suono!
ARIODANTE.
Ecco la tromba. Addio;
Vado per te a morir.
GINEVRA.
Senti … t’arresta … oh Dio!
ARIODANTE E GINEVRA.
Oh Dio! mi manca l’anima;
Che barbaro martir!

Ginevra entra da un lato, e Ariodante velocemente dallato apposto.

Scena XIII.

Gran Piazza della Città. In mezzo, steccato per li Combattenti. Rogo da una parte; loggie all‘ intorno ripiene di popolo Spettatore; ed una nel prospetto per il Rè, e i Grandi.

Polinesso armato d’usbergo, ed elmo, seguito dagli Scudieri. Lurcanio; dopo, da un lato, accompagnato da alcuni Duci, e da due Scudieri, che portano la spada, e lo scudo. Indi, dall‘ altro lato, Ariodante con accompagnamento di Grandi; e infine il Rè con Ginevra, e Seguito di Grandi, Donzelle, e nobil corteggio.

CORO generale.
O giorno di spavento!
O istante di terror!
Vicino al gran cimento
Mi trema in seno il cor.
CORO DI DUCI che viene con Lurcanio.
Vendica un infelice,
Pera la traditrice.
Eccoti al gran momento,
Armati di valor.
CORO DI GRANDI che accompagnano Ariodante.
Difendi un‘ innocente,
Consola un Rè dolente.
Il ciel nel gran cimento
Ti renda Vincitor.

Il Rè prende il suo posto; lo stesso fanno i Grandi. Polinesso vicino al Rè. Ariodante, e Lurcanio si situano alle due parti laterali dello steccato. Gli Scudieri loro son vicini ad essi. Ginevra rimane in piedi in mezzo alle Donzelle.

IL RÈ.
Popoli; al gran cimento ecco la figlia
Del vostro Rè. S’ella è innocente, o rea,
Il Ciel, che è giusto, in breve
Nel valor scoprirà de‘ due Campioni.
Ora tu la tenzon, Duca, disponi.

A Polinesso.

POLINESSO.
Lo steccato si chiuda,
S’armino i due Guerrieri. E tu il costume

Lurcanio abassa la visiera, e prende lo scudo, e la spada da‘ suoi Scudieri.

Adempi, o Principessa.

A Ginevra.

(Oh quale in tal momento
Palpito ignoto, ed angoscioso io sento!)

Da se.

GINEVRA.
Ecco de‘ torti miei

Prendendo dalle Donzelle lo scudo, e la spada, e porgendoli ad Ariodante.

L’acciar vendicator, ecco lo Scudo.
T’anima, o mio Guerriero;
L’innocenza difendi.
ARIODANTE da se.
(Ah! non è vero.)
POLINESSO.
Prodi Campioni, entrate.
LURCANIO.
Ecco l’istante,

Entrando nello steccato.

In cui vendicherò l’Ombra diletta
Del mio caro Germano.
ARIODANTE.
(Dalla fraterna mano

Da se, entrando nello steccato.

Ora estinto cadrò.)
GINEVRA.
Cielo! tu assisti
Il mio Campion; possa l’onor salvarmi.
POLINESSIO.
Olà; squilli la Tromba.

Un Trombetta dà il segno della pugna.

LURCANIO.
All’armi.
ARIODANTE.
All’armi.

Combattono; in questo si vede aprire la folla, e comparire Vafrino.

Scena XIV.

Vafrino, e li sudetti.

VAFRINO.
Fermatevi, Guerrieri;
Consolati, Signore,

Al Rè.

La tua figlia è innocente. Il traditore,
Che ordì contro di lei la più vil trama,
Sire, ti siede appresso,
Popoli, inorridite, è Polinesso.
POLINESSO.
Come?
IL RÈ.
Che sento?
GINEVRA.
O Mostro!
ARIODANTE.
Ah! scellerato!

Scena Ultima.

Dalinda, che corre ad inginocchiarsi avanti a Ginevra; e detti.

DALINDA.
Delle frodi d’un empio, Principessa,
La complice in me vedi. Io quella sono,
Che nella scorsa notte
Comparvi sul Veron colle tue spoglie;
Che nelle stanze mie così l’accolsi.
Mi sedusse quel perfido. Io l’amava,
Sì barbaro, si vil nol sospettava:
E poi l’empio, in mercede,
A trucidarmi a‘ sgherri suoi mi diede.
IL RÈ.
Fellon!
LURCANIO E ARIODANTE.
O inganno!
GINEVRA.
Ah! furia!
POLINESSO.
E quali fole,
Scellerati, fingete?

Con ostentata fermezza.

IL RÈ.
Iniquo!
POLINESSO.
E falso
Quanto inventar costor. Con questo acciaro
Le lor menzogne ad ismentir son pronto
Ov‘ è chi meco audace si cimenta?
ARIODANTE.
Vi son io, traditor! Vieni, e paventa.
POLINESSO.
Vengo. (Necessità mi renda ardito.)

Da se.

Scende, prende dal suo Scudiero lo scudo, si cala la visiera, ed entra nello steccato, Lurcanio ne esce.

ARIODANTE.
All’armi.

Combattono.

POLINESSO.
All‘ armi.
GINEVRA.
Il Cielo
Già fulmina la frode.

Ariodante disarma Polinesso, ed atterrandolo gli presenta la spada alla visiera.

ARIODANTE.
Mori, fellon.
POLINESSO.
Ferma, Guerrier.
ARIODANTE.
Confessa
Il tradimento, o che t’uccido.

Come sopra.

POLINESSO.
Oh Dio!
Sì, Ginevra è innocente, e il reo son io.
IL RÈ.
Perfido!

Ariodante lo lascia.

POLINESSO.
Mi punisci,

Escono dallo steccato.

Sire, merto la morte. Io più non reggo
Alla violenza de‘ rimorsi miei,
All‘ orror dì mia colpa. Ambizione,
Amore, gelosia
Mi reser traditor. Pentito or sono;
Imploro con la morte il tuo perdono.

Si inginocchia.

IL RÈ.
Alzati, sciagurato.

Polinesso s’alia. Il Rè scende dal Trono, corre ad abbracciare la figlia; e seco i Grandi scendono con segni di giubile.

GINEVRA.
Oh Padre!
IL RÈ.
Oh! figlia!
Vieni al mio sen; sei salva.
GINEVRA.
Salva è la fama mia. Son paga. Io vado,
Se mel concedi, in solitaria parte
Il mio caro Ariodante a pianger sempre.
IL RÈ.
Che pensi?
ARIODANTE.
Ah! nò; Ginevra …
GINEVRA.
O guerrier generoso,
Che per me tanto oprasti,
Scopri (calma il mio cor) quel tuo sembiante.
ARIODANTE alza la visiera, e s’inginocchia avanti Ginevra.
Ginevra! Anima mia! Vedi Ariodante.

Ginevra nel trasporto della sorpresa cade fra le braccia del Padre, assistita dalle Damigelle.

Apri mia vita i lumi
Ritorna a respirar.
GINEVRA.
Come! Tu vivi! O Numi!

Rinvenendo.

Ah! temo di sognar.
ARIODANTE.
Mio ben …
GINEVRA.
Sei tu?
ARIODANTE.
Son io.
GINEVRA, ARIODANTE, IL RÈ, LURCANIO, VAFRINO.
Ah! che più dolce istante
Nò, non si può provar.
POLINESSO, DALINDA.
Confusò in tale istante
Confusa in tale istant
Non oso i lumi alzar.
TUTTI GLI ATTORI, E IL CORO.
O giocondo, e lieto giorno!
Dolce, amabile momento!
Ah! nel seno appien contento
Sempre il cor ci brillerà.

Fine del Dramma.