Karl Heinrich Graun

Montezuma

Tragedia per Musica

Libretto von Giampietro Tagliazucchi

Uraufführung: 06.01.1755, Königliches Opernhaus, Berlin

Argumento.

Sono famose nella Storia del XV. Secole varie Spedizioni, e Conquiste degli Spagnuoli nelle Indie Occidentali scoperte dall' insigne Cristoforo Colombo sotto il Re Ferdinando, e la Regina Isabella di Spagna. Celebre fra le altre è stata quella di Ferdinando Cortes nel Mesico. Montezuma, che ne era lo Imperatore, gliene permise sotto buona fede l'ingresso; Tardi però si avuide d' una troppo eccedente fiducia, e generosità, che gli costò la vita. Il tragico fine adunque di questo buon Monarca, barbaramente sacrificato alla crudeltà, e all' avarizia de' suoi Ospiti à dato l'Argomento alla seguente Tragedia.

Personaggi

Montezuma, Imperatore del Messico
Eupaforice, Regina di Tlascàla, e promessa Sposa a Montezuma
Tezeuco, Ufficiale del Regno
Pilpatoè, Generale delle Armi
Erissena, Confidente della Regina
Ferdinando Cortes, Condottiere degli Spagnuoli
Narves, uno de' suoi Duci
Soldati Messicani, e Spagnuoli

La Scena è nella Città Imperiale del Messico.


Mutazioni di Scene.

Nell' Atto Primo.

Tre gran Viali di Palme nel Giardino Imperiale. Appartamenti destinati alla Regina.

Nell' Atto Secondo.

Gran Piazza su la riua del fiume, che divide la Città. Atrio del Palazzo Imperiale. Parte dell' Imperial Giardino.

Nell' Atto Terzo.

Prigione. Gran Cortile cinto di Colonne, fra le quali si vede parte della Città del Messico, che viene incendiata. Le Decorazioni sono del Signor Carlo Fechhelm, Decoratore di Sua Maestà. Il Balli sono del Signor Francesco Salomon, detto di Vienna, Maestro de' Balli di Sua Maestà. La Musica è del fù Carlo Enrico Graun, già Maestro di Capella di Sua Maestà.

Atto Primo.

Scena I.


Tre grandi Viali di Palme nel Giardino Imperiale.

Montezuma con gran Seguito, e Tezeuco.

MONTEZUMA.
Si, mio Tezeuco! Il Messico è felice,
Libero sotto il fren di quelle Leggi,
Ch'io pria d'ogni altro osservo. Il popol mio
D'util riposo abonda
E il mio poter sull' amor suo si fonda.
Tranquilli infra di noi, nulla temiamo
I deboli Vicini, e con disprezzo
Rimiriam gli Stranieri
Sbarcati a questi lidi. A noi fra poco
Di costor le novelle
Pilpatoê darà. Fra tante gioje
Non manca al mio contento,
Che il poterlo partir. Quel ben che viene
Posseduto da un sol, non è più bene.
Compiasi 'l mio destin. Messico veggia
Sposa real al fianco mio, che unisca
Con provido disegno
Al nostro Impero di Tlascala il Regno.
TEZEUCO.
Signor, Messico tutto
Gioisce al tuo gioir. Del Nomè tuo
Suonan le Vie, le Piazze;
E il Popoli devoti
Da per tutto per Te formano i voti.
E chi può non amarti? Il pianto a Noi.
Rascingasti pietoso,
Nol facesti versar. In Te l'Amico
Trova ciascun, Consolator, e Padre.
Della Patria, de' Tuoi. Chi dunque puote
Non godere con Quei, cui de l'Impero
Di sua felicitade il frutto intero?

Somiglia il buon Monarca
Dal popol suo diletto
Nume del Ciel fra noi.
Sopra il fedel soggetto
Difonde i doni suoi,
La sua clemenza estende.
Tale, Signor, ti rende.
La bella tua pietà.
In te siuora alcuno
Non vide un Dio sdegnato,
Che dell' ardente fulmine
Avvesse il braccio armato;
Ma un Dio, che Padre tenero
Ognora a noi sarà.
MONTEZUMA.
Non inalzar cotanto
Sì deboli virtù. Faccio altro mai,
Che 'l mio dover? Jo ti domando, Amico,
Non lodi, ma consigli. E merto in noi
Il non essere un Mostro? Eh pera questa
Politica crudele
Che stabilisce il soglio.
De' sudditi col sangue!
A prezzo così indegno
Di Montezuma il cor non compra il Regno.

Non saprei curare il vanto
Di grandezza passaggera,
Non vorrei del regno il freno,
Se con man troppo severa
Lo dovessi governar.

Cor di Padre ò nel mio seno,
Son miei Figli i miei soggetti,
Ed io lascio la fierezza,
Rea cagion di tristi effetti
Ai Tiranni esercitar.
Non etc.


Scena II.


Pilpatoe, e i detti.

PILPATOÈ.
Fedel asecutor de' cenni tuoi
Riedo, Signor. Vidi i stranieri Eroi.
Sopra ondeggianti Rocche il Mar varcaro.
Hanno il folgore in man. Cavalcan Mostri
Non veduti fra noi, de' Venti stessi.
Più veloci, e più lievi. In pochi giorni
Le Nazioni in contro a loro armate,
Che vivon presso il Mar, han già domate.
Amicizia a tuo Nome,
Ed ammistade al Duce offrii. Rispose
(E fu vana in distorlo ogni opra mia)
Che in Messico a tratter Teco verria.
Vegliar sulle frontiere allor imposi
A Zamoro fedel. Ma temo intanto
Che opporsi a quel valor sia dura impresa.
MONTEZUMA.
Agli ostinati offristi i doni?
PILPATOÈ.
Tanto
Avido alcun non vidi. I doni offerti
Accettàro, Signor. Ma ciò non basta
Per quella Gente fiera,
Che vuol soggetta a se la Terra intera.
MONTEZUMA.
Eben. Se i Prenci tributari a noi
Soggettaro Costor, altra possanza
Ha il Messicano Impero. E quanti sono?
PILPATOÈ.
Sol ne vidi trecento, e non so dirti,
Se sien Uomini, o Dei. So, che la Fama
Che nel Cozùmel suona, e nel Tabasco
Ci fa saper, che pria d'ampio Torrente
Arresterassi 'l corso,
Che il coraggio di Quelli. Oh Dio! che tutti
Questi Popoli illustri or son distrutti!
MONTEZUMA.
E' pur Pilpatoè, che si favella?
E' quel Guerrier, del cui valor io stesso
Testimonio già fui? Quello, ch' io vidi
Conduttor di mie Schiere
Per la Gloria pugnar? Qual cangiamento,
Che stupore mi fa! L'alto valore,
Che qual le frondi al vento
Dissipava i Nemici, or all' aspetto
Di pochi erranti, che rispinse il Mare
Al nostro lido, io mirero tremare?
Arrossisci, e quel tuo folle spavento
Di questo di non turbi il bel contento.
Amico!

A Tezeuco

sia tua cura,
Di preparar dell' Imeneo la pompa
Allor, che il Sole all' Occidente riede.
Jo volgo intanto alla Regina il piede.

Parte con Tezeuco ed il Seguito.



Scena III.

PILPATOE.
E ver: quanto narrari
Impossibil rassembra; e pur non temo
Senza ragion. Ah non si perdan questi
Preziosi momenti,
E per salvar il Re tutto si tenti.
Tolgasi omai da questa
Sicurezza funesta. I suoi Vicini
Oppressi faccian noto il suo periglio,
E risveglino in lui serio consiglio.

Vegga, che alsin gl' impone
La gloria sua, l' onore,
Ch' oggi abbandoni amore,
E corra armato in campo
Da forte a trionfar.

Sì, sì, le patrie offese
A vendicar voliamo:
Gli empi stranier veggiamo
Al nostro piè spirar.


Scena IV.


Appartamenti destinati alla Regina.

Eupaforice, Erissene.

ERISSENA.
Regina! e perchè mai sospiri? E quale
Cagion di pianto? Or che giugnesti pure
De' tuoi voti alla meta; il giorno stesso,
Che al Nodo sospirato
Ti conduce Imeneo, per man d'Amore,
Qual segreto dolor ti preme il core?
EUPAFORICE.
E che? Dunqu' Erissena
I funesti prodigi ignora ancora?
I Numi, i Sacerdoti,
Soli Interpreti lor, io consultai,
E quai risposte ah non intesi io mai!
Sventure, e mali estremi
Ne predicono tutti. E' ver, che lieve
Finor fu la mia tema. Or è maggiore
Pel fulmine vicin il mio timore.
Suona per tutto il grido
Del Popolo stranier, che quà s' appressa
Valoroso e crudel. Chi sa, che noi
De' Popoli vicini
Non corriamo la Sorte? In tanto io nulla
Tremo per me. Per Montezuma solo
Tu mi vedi tremar, a cui vorrei
Sacrificar più tosto i giorni miei.
ERISSENA.
Saggiamente, o Regina!
Celano l' avvenir i Numi a noi
E son gli sforzi vani
Di chi tenta indagar i loro arcani.

Godi l' amabile presente istante,
Ch' è il vero, ed unico ben della vita;
Dal timor libera ama il tuo amante,
L' impresa seguita a cui t' invita
Un dolce, e tenero, svave Amor.

Perchè vuoi credere nemico il Jato?
Chi sapria leggere fra noi nel Cielo
Qual sorte serbisi a questo Stato?
L' auvenir copresi d' oscuro velo:
Quand' abbia a togliersi è incerto ognor.

Parte.



Scena V.


Eupaforice e Montezuma, con piccol seguito.

MONTEZUMA.
Leggiadra Eupaforice, ecco alfin giunto
Il caro dì de' nostri puri amori,
Che unir deve per sempre i nostri cori.
Non ha più freno il mio gioir. Permetti
Ch'io t'offra un serto che mi è caro adesso
Che 'l divido con te.
EUPAFORICE.
Signor, quel serto
Col suo splendore non m'abbaglia. Il sai.
Amo in te Montezuma; e per lui solo
I nodi imposti dal voler Paterno
Constante ricusai. Quindi al mio soglio
Sollevata, lo volli
A lui sol conservar. Or tu decidi
Quale più caro fia,
O l' Impero, o 'l tuo cor all' alma mia.
MONTEZUMA.
Per dubitarne generosa troppo
Io ti conosco. Ah d'ogni invidia è degno
Il mio destin felice a questo segno.
EUPAFORICE.
Ah immaginar non puoi
Di qual soave ardore
Quest' alma insiamma amore,
Quanto penar mi fa.

Ben mio, la fede accetta
Di questo cor sincero,
Che sa sprezzar l'Impero,
Che sol per te viurà,
Ah etc.


Scena VI.


Pilpatoè, e i detti.

PILPATOÈ.
Oimè, Signor! Han gli stranieri Ispani
Di Zamòro delusa
L'attenta vigilanza. Essi passàro
Per altra strada; e dove scorre il Fiume
Del Messico varcar. Son presso omai;
E a recarne la nuova a te volai.
Deh perchè a me tu non credesti? Or quale
Consiglio prenderem? son lungi i nostri.
Poche Schiere quì sono; e solo scudo
Resta l'amor de' Tuoi. Già il tempo vola.
L'orgoglioso Spagnuol quà volge il piede,
E un loro Ambasciator parlarti chiede.
MONTEZUMA.
Cieli! fino a qual segno il tuo timore
Avvilir ti può il core? Alla difesa
Del Messico fia d' vopo
D' un Esercito intero
Contro trecento fuggitivi erranti
Vomitati dal mare a questi lidi?
Fora un troppo onorarli
L'armarsi loro a fronte. A me si guidi
Il loro Ambasciator.

Pilpatoè parte per introdurre l' Ambasciatore.

EUPAFORICE.
Deh non fidarti
Di costoro, o Signor. Tutto paventa.
Tu già sai, che i vicini essi an distrutti:
Si narrano incredibili prodigi
Del lor coraggio, delle imprese loro.
Almen fa che Zamoro
S'appressi alla Città colle sue schiere.
Sul timor del periglio
L'esser cauti è il miglior d'ogni consiglio.
MONTEZUMA.
Calma, amabil Regina, il tuo bel core,
E credi pur, che quanto più di questi
Conquistatori è strepitoso il grido,
Merita minor fe. Mostriamo ad essi
Di posseder quelle virtù, che forse
Fieno ignote ai lor cori;
E colmiamli di grazie, e di tesori.
Viltà saria di nobil alma indegna
Il prepararsi a gran difesa a fronte
D'un vagabando stuoi, che sol c' invita
Ad usargli pietate, a dargli aita.


Scena VII.


Narves con piccol seguito di Spagnuoli, e i detti.

NARVES.
Sovrano Imperator, il grande, il forte
Duce di nostra schiera omai del Mondo
Domatrice possente,
Ed Arbitro dell' armi
Del maggior de' Monarchi a Te m'invìa,
E Te veder, e a Te parlar desia.
Chiede che incontro a lui
Con quell' onor tu venga a lui dovuto,
A quel sovran ch' ei rappresenta espresso,
Al Messicano Impero, ed a te stesso.
MONTEZUMA.
Non conosco il tuo Duce,
Ne il Popol, nè il Monarca, onde mi parli.
Intesi, che una truppa di stranieri
Fu gettata da' venti a queste sponde.
Se pacifici sono,
Se vengono a implorare i nostri auspici,
Vedran, che lor saremo ospiti, e amici.
NARVES.
Pensa, che tutti soggiogati abbiamo
Que' temerari popoli, che ardito
An con noi cimentarsi, e sol di nostra
Generosa clemenza
An meritato di provar l'effetto
L'obbedienza d'alcuni, ed il rispetto.
MONTEZUMA.
Pensa, che a te non lice
Sì audace favellar con chi potrebbe
Punirti del tuo ardir, nè in te rispetta
Che l'essere straniero. Pensa ancora
Che il Popol mio di 'questo Continente
E' il più forte, e animoso;
E, se combatter fosse d' vopo, forse
A fronte di noi soli
Vedressimo tremar gli Eroi Spagnuoli.
NARVES.
Ma a 'Cortes qual risposta
M'imponi di recar?
MONTEZUMA.
Digli, che venga
Jo gliel permetto: Accolto
Sarà come straniero, al quale io deggio
E assistenza, e soccorso. A me si fidi:
Il servigio, l'affetto
De' miei sudditi tutti a lui prometto.
NARVES.
Vedrai fra queste mura
La formidabil schiera
In contractar sicura:
Vedrai gli Eroi, che il Cielo
Volle del tuono armar.

Sì questi climi ardenti
E della nostra gloria
E delle nostre imprese
Chiara douran memoria
Eterna conservar.

Parte.



Scena VIII.


Montezuma, Eupaforice, Pilpatoè.

MONTEZUMA.
Qual fierezza à costui!
PILPATOÈ.
Signor, tu vedi
Qual sia l' orgoglio loro,
Implotando soccorso.
Pensa quali saranno
Quando impor leggi alfin presumeranno.
MONTEZUMA.
Questo straniero, lo confesso, à in lui
Un ignoto poter, che mi sorprende.
Quella nobil fierezza,
Quella sua sicurezza, - quel coraggio
Gli danno una grandezza,
Che sorpassa l' umano a gli occhi miei.
EUPAFORICE.
E per questo, Signor, cauto esser dei.
Se appigliar ti volessi a un mio consiglio
Del Messico l' ingresso
Divietato lor fora.
PILPATOÈ.
Deh Signor, non sprezvarlo: ai tempo ancora
Non lasciarli appressar, le frodi addopra,
Tendi loro le insidie, e questo Impero
D'una razza purghiam di scellerati,
Che alfin non porteravvi
Che il flagello de' Numi
Cogli empj vizi suoi, co' suoi costumi.
MONTEZUMA.
Che ardisci configliarmi? ah che la frode
D'alma nobile è indegna.
Per pugnare, per vincere ò ardimento,
Ma che sia non so ancora un tradimento.
EUPAFORICE.
Ah contro i turbatori
Del publico riposo
Tutto è, Signor, permesso.
Dunque vorrai loro assidar te stesso?
Vorrai la Reggia tua, tutto il tuo Impero
Mettere in lor balia?
MONTEZUMA.
Non uvò, che il giusto.
Se questi Eroi sono mortali, e come
Di trecento guerrieri aurem timore?
Se poi son Numi, i sagrifici nostri
Voliam loro ad offrir; se alfin non sono
Che stranieri, ci rende umanitate
Lor d'ogni aiuto debitori. Andiamo,
Per riceverli omai, in riva al fiume.
Soffri, o Regina, che per pochi instanti
M'involi a te, ma per virtù d'amore
Teco rimane ad adorarti il core.

Se il dovere in quest' addio
Vuol ch' io volga altrove il piede;
Fido Amor, bell' idol mio,
Presto a te mi condurrà.

Da te lungi il core amante
Conta il tempo, e langue, e geme,
E gli sembra un breve istante
Un amara eternità.

Parte con Pilpatoè.



Scena IX.


Eupaforice, ed Erissena.

EUPAFORICE ad Erissena che sopraviene.
Vieni, amica Erissena. Ah tu ben vedi
Che non furono ingiusti i miei timori
Che nacquer da i Prodigj.
ERISSENA.
Eh poni in calma
L'agitazion dell' alma. A che ti lasci
Turbar da una sventura
Che 'l timor ti figura,
Ne forse arriverà?
EUPAFORICE.
Dunque non prezzi
I funesti portenti,
E l' avviso decli Auguri, e l' arrivo
Di questa Schiera minacciosa? Ah pensa
Ch' essa tant' altri ha vinto, e puote or essa...
ERISSENA.
Deh per pietà non tormentar te stessa.
EUPAFORICE.
Non an calma le mie pene
Nel terror de' dubbi miei;
Fra il timore, e fra la spene
Agitata ò l' alma in sen.

Deh i miei voti udite, o Dei!
Se una vittima volete,
Ecco il sen, voi m' uccidete,
Ma saluate il caro ben.
Non etc.

Parto con Erissena.


Fine dell' Atto Primo.

Segue Ballo di Tlascalani del seguito della Regina.


Atto Secondo.

Scena I.


Gran Piazza sulla Riva del Fimme che divide la Città

Cortes, Narves, Tutto il seguito Spagnuolo.

NARVES.
Eccoci alfin, grazie alla Sorte, accolti
Fra le Barbare Mura. Un sol tuo cenno
Cen renderà Signori. Ah tu l'imponi,
E fra 'l sangue de' Suoi
Il Re prendiam ed i Tesori a noi.
CORTES.
Modem il tuo valor. L'Ispano sangue
Jo voglio risparmiar. Devesi all' armi
D' America l'acquisto.
Quel di Messico sia
Dovuto sol alla prudenza mia.
Arte, e frode s'adopri, e Montezuma
Per noi rendasi reo d'alcun delitto,
E dian' ei stesso di punirlo il dritto.
Dissimuliam
NARVES.
Qual ira
Questo Popol mi desta! Oh Dio! Qualpena
Per nasconderla aurò! Troppo detesto
Gl' Idolatri, Signor.
CORTES.
Il lor castigo
Non è che diferito. In questo giorno
Prima che l'ombre agli occhi de' mortali
Involino la luce, arbitri affatto
Del Messico saremo,
E regnar vi faremo
Col nostro Re la nostra
Religione ancor.
NARVES.
Siam pur felici!
Oh buona, oh facrosanta
Religion, che ne arricchisci a costo
De' perfidi, esecrabili pagani!
Non puoi creder qual sia la lor grandezza!
Non tardare a eseguire i tuoi disegni:
Qual vergogna fatal per noi sarebbe,
Se fuggir ci lasciassimo di mano
Tanti tesori, quando al lor possesso
Potressimo, Signor, volaré adesso!
CORTES.
L'impazienza tua versar faria
Torrenti di quel sangue,
Che dobbiam conservare: I miei comandi
Sia sol tua cura d'eseguire, e sia
Di ben condurre il braccio tuo la mia.
NARVES.
L'Imperator s'appressa; or che m'imponi?
CORTES.
Di simular, di fingere, di dargli
Di rispetto, e umiltà vani tributi.
Ci conviene su l'orlo addormentarlo
Del precipizio, in cui desio d'urtarlo.


Scena II.


Montezuma preceduto da numeroso Popolo, che canta il seguente Coro, e seguito da Tezeuco, e da tutta la sua Corte. Cortes e Narves.

CORO.
Venite, intrepidi stranieri Erbi
Tolti al terribile furor del mare.
Cari, c pregevoli sarete a noi,
E al nostro amabile Imperator.

Lieti a ricevere sì sì venite
Del più benesico Monarca i doni:
Per vostra gloria gli applausi udite
Di questo Popolo ammirator.
MONTEZUMA.
Vieni, illustre Stranier, di cui la fama
Narra l'eccelse Imprese. A me t'affida.
Tuo Protettor son io. Vieni al riposo
Che meritar le tue fatiche, e mira
Tutti Miei quai fratelli,
E de i piaceri lor godi con quelli.
CORTES.
Signor che il suolo Americano ammira,
I tuoi doni ricevo
Conrispetto, e stupor. Grazie al Destino
Che quà mi trasse a venerar un Prence
Che da lungi ammirai.
MONTEZUMA.
Se fra noi regna
Qualche virtude, agli Stranieri ospizio,
Alla virtude stima
Sono il merito nostro; e tu vedrai
Come render sappiamo al bel valore
D'Eroe si grande il meritaro onore
CORTES.
Le Imprese mie, Signor, poichè le approvi,
Hanno un prezzo maggior.
MONTEZUMA.
Alle promesse
L'opre aggiugner saprò. Quivi i Congiunti,
Gli Amici quì, che al Patrio suol lasciasti,
Fra Noi ritroverai,
E fra nuovi piaceri
Presente alle mie Nozxe ancor sarai.
CORTES.
Come potrò, Signor, grato abbastanza
Mostrarmi a tal virtù? ... deltu permetti
Che i miei Compagni nelle lunghe pene;
Lo sieno nel piacer. Potrei lasciargli
Senza taccia d'ingrato? In la tua Corte
Per lor, ten prego umil, s'apran le Porte.
MONTEZUMA.
Quest' illustri Guerrieri
Ti seguan, lo concedo. Aurai di loro
Cura, Tezeuco. Quanto lor fa d'vopo
Loro ampiamente porgi,
E al mio soggiorno imperial li scorgi.

Parte col Seguito della sue Corte; il Popolo resta, e canta il.

CORO.
Lieti a ricevere sì sì venite
Del più benefico Monarca i doni.
Per vostra gloria gli applausi uditc
Di questo Popolo ammirator.


Scena III.


Cortes, Narves, Spagnuoli, Tezeuco.

TEZEUCO.
Del mio Monarca ai cenni
Con qual gioia obbedisco. Sì fra noi,
Valorosi stranieri, omai godete
In amabil riposo i benefici,
Che il nostro Imperator farvi destina.
E giusto, che il piacere
Vi rasciughi i sudori
All' ombra trionfal de' vostri allori.

Passaggero, che tenta la sorte
Soura un legno, ch' è gioco del vento
Vede il Porto con dolce contento
Stanco alfine dell' ira del mar.

Là sbandita le tema dal petto
Scorge il fine di tante sue pene,
E nel seno d' amabil diletto
Può sicuro, e tranquillo posar.
NARVES.
Omai del Mondo i vincitor noi siamo,
Ne ci san far spavento
L'onde sdegnate, la tempesta, o il vento.

Noi fra perigli
L' onor cerchiamo
Vittorie, e sangue
Veder bramiamo.
Mollezza è figlia
Della viltà.

Questi momenti
Crediam perduti,
Onde in riposo
Siam ritenuti.
La virtù nostra
Languir non sa.

Parte accompagnato da Tezeuco, e feguito dalli Spagnuoli.



Scena IV.

PILPATOÈ solo.
Numi! qual sicurezza
Perigliosa, e fatal! Ah Montezuma
Troppo si fida agli Stranieri, e corre
Alla ruina sua. Deh perchè almeno
Non disarmar Costor? Ne' sguardi loro
Jo leggo una sierezza
Che sdegna simular. Gonfi di tante
Vittorie lor e chi potrà frenargli?
Ah! si torni al Sovrano, e al suo periglio
Aprasi a Lui, se far si puote, il ciglio.

Erra quel nobil core,
Che in sua bontà riposa.
Spesso la frode ofcosa
Lo viene ad ingannar.
Ne' fausti eventi loro

Cauti guardiam costoro.
Consiglio il più sicuro
Fu sempre il difidar.

Parte.



Scena V.


Atrio nel Palazzo Imperiale.

Cortes, Narves, Tezeuco, Soldati Messicani, Soldati Spagnuoli.

I Messicani se pongono dal lato destro. Gli Spagnuoli al sinistro. Cortes va mettendo in ordinanza i suoi.

TEZEUCO.
Si: del soggiorno Imperial l'ingresso
Questo è, Signor ... Ma ... che pretendi? Oh Dei!
Qual disegno fia 'l tuo? Per chè disponi
Quella Gente così?
MONTEZUMA.
Barbaro, fuggi,
O paventa il mio sdegno.

Tezeuco resta attenito, e timoroso. Allora Cortes si rivolta a i suoi.

CORTES.
E' quosto Amici,
Delle vostre fatiche il degno fine.
Il valor vostro a segnalar correte,
E l'acquisto d'America compite
Col prender questa Regia. Orsù, venite.

Cortes impugna il ferro: gli Spagnuoli si avanzano contro i Messicani, che si pongono in istato di difesa: ma allo spato di alcune Pistole se ne fuggono insiem con Tezeuco.

Eccoci Vincitori. Ora conviene
La grand' opra compir. Jo della Corte
La cura avrò. Tu'n la Città disponi
Le Guardie attente, ove più grande è l'uopo.
Jo fra tanto cader farò ne' lacci
Lo stesso Imperator: e se ne giova
A stabilir, il Regno, a me la Sposa
Ch'egli scelse unirò. Con quella al fianco
Farò che 'l Popol m' obbedisca.
NARVES.
Oh Cielo!
Una Idolatra sposerai?
CORTES.
Conviene,
Amico, al nostro bene
Tutto sacrificar. Arte, Valore,
Forza, Inganni, ed Amore
Servono alla Conquista. Il tempo preme.
Vanne, veglia, provvedi, e pensa infine
Che delle nostre Imprese il miglior frutto
Da questo giorno sol dipende tutto.

Narves parte colla metà degli Spagnuoli.



Scena VI.


Cortes, Montezuma attonito, e spaventato.

MONTEZUMA.
D'onde vengon quei tuoni?
Quale strano rumor? ... Ma doue sono
Le Guardie mie? ... Non veggo che stranieri? ...
Cieli! sarei tradito? ... Ah sventurato
Fosti a tal segno ardito? ...
Qual empietade? ...
CORTES.
O al mio dover compito.
MONTEZUMA.
Barbaro! qual dover? Le Guardie mie
Cacciate auresti?
CORTES.
Al sommo Dio, che adoro,
E del mio Rege all' invincibil schiera
Tutto deve ptegar la fronte altera.


Scena VII.


Pilpatoè, e detti.

PILPATOÈ.
Sei tradito, Signor. Già la tua Reggia,
Già le pubbliche piazze
Son de' Spagnuoli in mano,
E a' loro insulti si resiste invano.
MONTEZUMA.
Ecco la tua riconoscenza. Oh Cieli! ...
Clemente io ti proteggo; come Amico
T'accolgo, t'introduco
Nella mia Capitale, anzi che dico?
Entro il soggiorno mio; tu dell' asilo
La santità profani, e col più nero
Orribile attentato
I benefici miei tu paghi, ingrato!
CORTES.
Dell' Ispano Monarca
Deve il Messico ancor col mondo intero
Seguir le leggi, e venerar l'impero.
MONTEZUMA.
E' il suo nome anco ignoto ai nostri lidi.
Ma questo Re qual dritto
Sul Messico può avere? Qual Sourauo
Può fare in te virtù d'un tradimento?
CORTES.
Noi per legge abborriam l'empio Idolatra
Ch' offre a barbari Dei vittime umane.
Più, che di far conquiste,
Cerchiam di farvi noto il nostro Dio,
E stabilir fra voi quella perfetta
Religion, che a questo Nume è accetta.
MONTEZUMA.
Ah qual idea potrò formar d'un Nume,
Che il delitto t'impone?
D'una Religion, che ti costringe
A detestare ogn'altro, ch' l'ignori,
O, che a'tuoi non accordi i suoi pensieri?
Che le persidie meco usate alfine
Legitimar può in te?
CORTES.
Degno non sei
Di conoscere questa
Religion, che oltraggi.
MONTEZUMA.
E' sì la nostra
Santa, e perfetta appieno. Ella c'impone
D'amare, e di servire ogni mortale;
C' insegna a compatir chiunque pensa
Altrimenti da noi: Ci vuol ripieni
Di verace virtude, e ci dipinge
Col più nero colore
Del reo delitto l'empietà, l'orrore.
Qual differenza! ... ah barbaro Nemico!..
CORTES.
Cessa omai d'insultarmi, e ti conforma
Al tuo stato presente. Co' tuoi Numi
E' già distrutto l'empio culto indegno:
Piu Monarca non sei: finito è il regno.
MONTEZUMA.
Ah questo è troppo, Si insolente ardire
Più non posso soffrir. Sieguimi, Amico:
Il nostro onore a vendicar corriamo.
PILPATOÈ.
Si fuggiam dalla Regia
E armiam contro Costoro
Il Popol tutto, e richiamiam Zamoro.

Parte.


Montezuma in atto di partire s'atrêsta.

Ah pria che quind'io parta
Il gastigo ricevi à tuoi furori
Troppo già tolerai. Perfido, mori.

Snuda la spada, e corre contra Cortes gli Spagnuoli lo titengouo.

CORTES.
Che orribil tradimento!
Nella tua Reggia trucidar mi vuoi?
Questa è dunque la fede,
Su cui potevo riposar sicuro?
Così dunque tu sei
Ospite generoso? ah che tu stesso
Mi trasporti al rigor. La sicurezza
De' giorni miei richiede,
Che tua sia prigioniero. Olà, Soldati,
Di catene il cingete.

Gli Spagnuoli, che anno arrestato Montezuma, l'incatenano ancora.

MONTEZUMA.
Jo fra catene!
Cieli! .. che ardir! ... qual empietade è questa! ...
Aita, o Messicani ... ahi son perduto!
M'a tratto al precipizio la mia stcssa
Generosa virtù! ... Se tu non sei
Tigre feroce del mio sangue ingorda,
Se tu non sei orribil mostro uscito.
Dall' onde di Cocito,
Dimmi, che vuoi da me? brami ricchezza?
Ecco i tesori miei: brami aver terre?
Appagato sarai;
Ma su la vita mia qual dritto aurai?
S'ai senso, s'ai ragion, s'ai core inpetto,
Puoi tu mirarmi in sì infelice stato,
Senza sentir pietà? Ma, quando ancora
Tu spenga i giorni miei, la tua potenza
Non ti pensar sicura
Sovra un Popol, che m'ama,
Ch'esser libero brama, - e che sapria
Qualche dì vendicar la morte mia.
Deh risparmia a te stesso
L'orror di tanto eccesso.
Meglio è per te di conservat quel sangue
Che di sparger pretendi.
Lasciane in pace, e prendi
Questi tesori in dono,
Che con cor generoso io t'abbandono.
CORTES.
Più donar tu non puoi questi tesori,
Nè riceverli ardisco. Essi già sono
Dell' inuitto mio Re, che a te conviene
Riconoscere omai per tuo Sourano.
Volgi dunque il pensiero
A venerarlo, ed a lasciar l'Impero.

Benchè superbo, e vano
Renditi al Vincitor.
Pensa a prestar da saggio
Al mio Monarca omaggio,
E del tuo culto infano
Lascia il fallace error.

Mercè, soccorso aurai;
Fidati pure a me.
Tutto sperar potrai
Dal mio clemente Re.
MONTEZUMA.
No, che un Nume non sei, come la fama
Persuader mi volea. Dopo d'avermi
Crudelemente tradito,
Ahi qual viltà sei di propormi ardito!
De' ferri, onde son cinto, il fiero oltraggio
Non sa abbattermi in seno il mio coraggio.
Non pensar, che la tema,
O di tua crudeltate alfin l'eccesso
Possan giammai farmi obbliar me stesso.

Del mio destin tiranno
Tutto l' orrore io sento,
Ma intanto a un vile affanno
Non cedo, e non pavento,
Nè mi vedrai tremar.

Barbaro! ou' è la morte?
Vengami a torre il giorno.
Meglio è perir da forte,
Che fra vergogna, e scorno
La vita conservar.


Scena VIII.


Eupaforice, e i detti.

EUPAFORICE.
Che miro? Ah gli occhj miei m'ingannan forse?
Ah si ... Quelli è 'l mio Bene.
Montezuma ... oh dolor! dunque in catene?
Adorato mio Sposo,
In qual misero stato io ti rivedo?
Tradito .... abbandonato .... Ah troppo il core
Col perpetuo timore
Troppo mel presagì. Perfido Mostro

A Cortes.

A tale d' empietà segno giugnesti
Che 'n la sua stessa Corte
L'Imperator incatenar potesti?
CORTES.
Raffrena, o Prineipessa,
Gl'ingiuriosi accenti. E' Montezuma
Che svenarmi tentò. Salvommi 'l Cielo.
E s' Ei fu 'l primo dell' Ospizio sacro
A violar le Leggi; e se tradito
Egli ha la fede, tremi
D'avermi alfin sforzato a questi estremi.
MONTEZUMA.
Ed hai pur l' ardimento
D'aggiugner la calunnia al tradimento?
EUPAFORICE.
Scelerato, ta cerchi
Di deludermi invano. Montezuma
Colpevole non è; ma de' più rei
Delitti infami il solo Autor tu sei.
CORTES.
Non à ragion, per cui possa se stesso
Rimproverar chi fedelmente serue
Il suo Nume, e il fuo Re.
EUPAFORICE.
Serui alla tua
Insaziabil cupidigia, serui
Al tuo infame interesse, a'tuoi furori.
Questi, Barbaro, son gli Dei, che adori.
CORTES.
Soldati, Montezuma
Al carcere traete: A voi l'assido;
Nè a lui s' appressi alcun de' Messicani.
Tu, Regina, rimani.

A Eupaforice.


Cortes si ritira alquanto verso il fondo della Scena, e parla a' suoi Spagnuoli.

EUPAFORICE.
Caro Sposo adorato
E' questo dunque il fortunato giorno,
Che pel nostro Imeneo
Splender dovea di nuova luce adorno?
MONTEZUMA.
Le inutili querele
Deh raffrena, ben mio,
Tutta solo degg'io
L'amarezza provar d'una sventura,
Che il sacile mio cor sol mi procura.
Non innasprir con i lamenti tuoi
La fierezza d'un barbaro Nemico,
Che non mette alcun freno a' suoi furori,
E che porrebbe ... (ah si fatal presagio
Tolgano i giusti Dei)
Precipirarti ne' disastri miei.
EUPAFORICE.
Nello stato infelice, in cui mi vedo
Che mi resta a sperar? ... Mio Prence, addio
MONTEZUMA.
Sposa, mia vita, addio. D'un infelice
Che tenero, e fedel saprà adorarti
Fino ai sospiri estremi ... ah! non scodarti.

È condotto via.



Scena IX.


Eupaforice. Cortes.

EUPAFORICE.
Stranier perfido, ingrato,
Accolto per pietà, fino a qual segno
Disumano sarai? se a me creduto
Si fosse pur, quì non saresti. Jo tutte
Le sventure previdi. Or tu trionfa.
Ma 'l Ciel ti punirà. Cinger di ferri
Il tuo Benefattore!
Numi! chi vide mai si crud' orrore?
CORTES.
A te dell' opre mie ragion non deggio.
Ti basti che cangiato
Di Messico è lo Stato. Eh lascia un Prence
Che la Sorte lasciò. Scorda que' Nodi
Che misera pon farti. Ah tai bellezze,
Di cui Natura, e 'l Ciel ti fecer dono,
Per un barbaro Principe non sono.
Serba la tua grandezza
Col farne parte a Noi. Meglio d'ogni altro
Distinguon gli Europei
Quel che vali, che merti, e quel che sei.
EUPAFORICE.
Jo tutti gli detesto
Se somigliano a re. Se vuoi ch'io gli ami!
A me rendi lo Sposo, e rendi a lui
La libertà, l'Impero. Ai sacri Nodi
Che in questo dì stringer ne denno, il sai,
Assister, e goder allor potrai.
CORTES.
Deh sbandisci l'idea d'un nodo, a cui
S' oppone il Fato coi decreti sui.

Quando al vago tuo sembiante
A oslrir viene il core amante,
Sospir ando, un Vincitore
Calmar devi il tuo dolore;
Devi il ciglio rascingar.

De se Amore a' tuoi bei rai
Viene a dar nuovo tributo,
Con un barbaro risiuto
Nol voler ricompensar.
EUPAFORICE.
Se un alma avessi così indegna in seno
Per tradir l'Idol mio, per te non fora,
Ch'io commettessi mai,
Barbaro, un tal delitto,
CORTES.
Montezuma
E' in mio poter, lo sai; però tu puoi
Farlo salvo, o perduto.
Può costargli la vita il tuo rifiuto.
EUPAFORICE.
Barbaro, che mi sei
Fiero d' orrore oggetto
Mi vuoi parlar d' amor?
Spegni gli affetti rei,
O vieni in questo petto
A trapassarmi il cor.

Misera a questo segno
Sorte crudel, saro!

No, non godrai l' indegno
Frutto de' tuoi delitti,
Mostro di crudeltà.
Giuro al mio dolce Amore
Fin' al morir costante
La fede mia serbar.

Oggi sul capo tuo,
Su i tuoi seguaci rei,
La sdegno degli Dei
Veggasi fulmi Narves

Parte.

CORTES.
Lasciam che 'l tempo, ed il riflesso calmi
Quello sdegno crudel. Amor di vita,
Salvezza dell' Amante,
E desìo di regnar mia la faranno.


Scena X.


Cortes, Narves.

NARVES.
Signor, temo per noi l'estremo danno.
CORTES.
Perche?
NARVES.
Nella Cittade
Sordo grido già corre
Ch' è in lacci Montezuma. Il Popol folto
Si raduna, e cospira. E' debol troppo
Quivi il nostro poter, e sostenerne
Gli sforzi de' Ribelli
Difficile sarà. Se a' detti miei
Creduto avesti, omai ciascun oppresso
Saria stato poc'anzi al nostro ingresso.
CORTES.
Narves, non paventar. Sara mia cura
Al tutto provveder. Nulla fin ora
Nulla perdemmo. Attenti
Sveliamo i tradimenti,
Vegliam cauti, e arditi. Abbiam nostr' armi
Cui niun resister può. Vieni. Gl' Ispani,
E i Popoli aduniam che ci han seguito.
In questo dì tutto sarà compito.

Partono.



Scena XI.


Parte dell' Imperial Giardino. Eupaforice, Erissena.

EUPAFORICE.
Sì, le sventure mie sono purtroppo
Senza riparo omai.
L'indegno Usurpatore
E' giunto ad insultare il mio dolore.
Crede coll' atterrirmi
Di soggettarmi ancor; ma al punto istesso,
Che crescendo all' eccesso
Va la disgrazia mia, nascer mi sento
Nuove forze nel sen. Non fia mai vero
Che l'Amante, e l' Impero
Sì vilmente abbandoni. Al Mondo tutto
Mostriam di qual coraggio
Sia una donna capace:
E apprendan gli Spagnuoli
Colla loro rouina,
Che non s'offende invano una Regina.
Non perdiam maggior tempo.
Corri, chiama, raduna
Pilpatoè, Tezcuco, e quanti fidi
Messicani potrai.
ERISSENA.
Volo a obbedirti,
Ma temi una sorpresa; e in questo loco
Così sospetto più non far dimora.
Se Cortes ama fia geloso ancora.

Erissene parte per ritornar quasi subito con Tezeuco e Pilpatoè.

EUPAFORICE.
Altro scampo non v'è. Conviene omai
O vincere, o perir. Se Montezuma
Non sale al Trono vien condotto a morte;
Per salvarlo tentar dobbiam la sorte.


Scena XII.


Erissene, Tezeuco, Pilpatoè, Eupaforice.

TEZEUCO.
Ah che intesi, Regina! è dunque in lacci
Il nostro Imperator?
EUPAFORICE.
Certa pur troppo
E' la sventura sua, ma; s'egli è in lacci
Noi siam liberi, e a noi
Il procurar s'aspetta
La libertade sua, la sua vendetta.
PILPATOÈ.
Facciamo, che Zamoro a noi s'appreffi
E gli Spagnuoli rimarranno oppressi.
TEZEUCO.
Un Nuncio di Zamoro,
Non à molto a noi giunto, oh Dei! ne reca
L'infausto auviso, che l'intera Armata
S' è tutta solleuata, - e che il Nipote
Di Montezuma istesso
Il Prence di Tacuba
A favor de' Spagnuoli
N'è il capo, e il seduttor.
EUPAFORICE.
Non abbiam d'vopo
Di soccorsi stranieri. Armiamo, amici,
Il proprio braccio alla comun difesa.
Richiede il nostro staro
Coraggio disperato. - Ah vi sovenga
Di quanto debitori
Voi siete a Montezuma. Vi souvenga
D'ogn'alta sua virtù. Sì, d'immolare
Alla sua libertate
Le vostre vite in mano mia giurate,
TEZEUCO E PILPATOÈ.
Sì, lo giuriamo.
EUPAFORICE.
E bene, agli Spagnuoli
Se fu propizio il giorno
Sia funesta la notte.
Pilpatoè, raduna, arma le schiere,
Arma il Popol, lo sprona alla difesa
Del suo Monarca. Quando l'ombre au ranno
Velata al guardo del mortal la luce
Partiam. Sarò io stessa
La vostra conduttrice.
Gli empi nostri tiranni
Tutti distruggeremo ... Ah, quello in cui
Li troveremo immersi,
Faccian gli Dei, che tutto sanno, e ponno,
Faccian, che sia per lor l' ultimo sonno.
PILPATOÈ.
Ah sì illustre pensier di Montezuma
Degna sposa ti mostra, e degno oggetto
Di nostre meraviglie. Ah con qual gioia
Corro a disporte, e a preparare il tutto
Del Monarca in soccorso,
Ed a misura de' disegni tui.
Sì, il salveremo, o morirem con luì.

Parte.

EUPAFORICE.
Deh piaccia al Ciel, ch'io possa
Ricompensarti un giorno
Sì bella fedeltà. Tu vanne amico

A Tezeuco.

Alla schiera Spagnuola.
Fingendo di tradirci, in lei maggiore
Accresci sicurezza. Il periglioso
Liquor, di cui l'abbuso
Confonde la ragion, le sia profuso.
Allor, che all' allegrezza. e quindi al sonno
L'ubriachezza le aurà fatto inuito,
Il mio disegno esser potrà compito.
TEZEUCO.
Secondin gli Dei
Sì giusto disegno,
Puniscan l' indegno
Nemico crudel.
A questa vendetta
L'offesa commune
M' inuita, m' affretta
Vi corro fedel.

Monarca adorato,
Ti renda il mio zelo
Protetto dal Cielo
La tua libertà!
Per opra sì altera
Un grido immortale
Mio nome ne spera
Per tutte l' età.

Parte.



Scena XIII.


Eupaforice, Erissene.

EUPAFORICE.
Sì tutto spero, e attendo
Dal soccorso di questi
Sudditi valorosi.
Correggon la fortuna i Coraggiosi.
ERISSENA.
Qual alma vi saria
Sì insensibile, o ria
Che pietà non avcsse,
E che al soccorso tuo non si movesse?

Da te impara ad esser forte
Chi più avezzo e a paventar.
Gelo, e tremo, e pur la morte
Vo da forte - a cimentar.

Vuol vendetta la tua offesa,
Son già accesa - di virtù.
Ah che alfin meglio è il morire,
Che languire - in servitù.

Parte.

EUPAFORICE.
Ah, se pur giusti sono,
Non lascieranci i Numi in abbandono!

L'onor del soglio offende,
La propria gloria oscurà
Chi nella ria sventura
Discende - a una viltà.

Seconda il Ciel l' audace,
Che di coraggio armato
Sprezza il rigor del Fato,
E paventar non sa.
L'onor etc.

Parte.


Fine dell' Atto Secondo.

Sigue un Ballo di Spagnuoli.


Atto Terzo.

Scena I.


Prigione.

Montezuma incatenato, poi Eupaforice.

MONTEZUMA.
Qual orribil destino, oh Dei! m'opprime!
Felice oggi mi vide il sol nascente,
Oggi nel tramontare il sole istesso
Delle sventure mie vede l'eccesso.
Sarä pur vero? o questo è un sogno? sono,
Son io pur Montezuma? ... come! ... oh stelle!
Il Monarca del Messico in catene!
Non pugnai, e son vinto!
Non fui domato, e son di ceppi auvinto!
Oh quanto è mai, Fortuna,
Infensato il mortal per adorati!
Sperando i favor tuoi quanto è mai folle!
Se i Monarchi più grandi
Sono il tuo gioco, se i più antichi Imperi
Son rovesciati per tua mano ardita.
Chi può aver stabil bene in questa vita?
Senza pena abbandono una grandezza,
Che fragil troppo. e vana ò conosciuta,
E, senza insuperbirne, ò posseduta.
Sempre a lasciar quei beni,
Onde la dee privare un dì la morte
Pronta esser deve un alma grande, e forte.
Ma tu, Sposa fedele! ... ah Eupaforice,
Il momento felice,
Che stringer ci dovea
D'indissolubil nodo è quello ... forse
Che dee per sempre separarci! ... ahi questo
E' il sol colpo funesto,
Che opprimere mi può! Crudel straniero,
Mostro spietato, e fiero
D'ogni vizio nudrito, i tuoi delitti
Così trionferanno
Dunque della virtù? dunque vedrassi
Dal maggior scelerato impunemente
L'onor, la fede, l'innocenza oppressa?
Ma ... fin doue auvilisco il mio coraggio?
D'un alma generosa è forse degno
Il lagnarsi a tal segno
Degli ordini immutabili del Cielo?
Con costanza si soffrano quei mali,
Ch' evitar non sapiam. Sì, tocca a voi
Il difendere, o Numi tutelari,
I vostri sacri altari,
Il fido Popol vostro, e il suo Monarca;
E, se il soccorso vostro
Voi ci negate dall' eterna spera
Senza farne querele alfin sì pera.

Ah d' inflessibil sorte
L'aspro rigor severo
Chi può fra noi cangiar?
Quanto è il destin più fiero
Allor degg'io più forte
Questo mio cor mostrar.

Della grandezza umana,
Larva impossente, e vana,
Il vanto è passagger.
Cieca fortuna a noi
Lo dona, e toglie poi:
Nulla si perde alsin ...

Si sentono aprir i cancelli della Prigione.

Ma qual rumore
Mi risuona all' orecchio? Ad ogni evento
Son pronto già. Forse il Tiranno reca
Di sua mano la morte. Ah ch' è sol questa
L'unico bene che a sperar mi resta.
Ma ... che rimiro? Oh Dei!
Eupaforice è quì? Diletta Sposa
Chi mai guida i tuoi passi
In questo di terror cupo soggiorno?
EUPAFORICE.
L'amor, e 'l mio dover
MONTEZUMA.
Ah se 'l Tiranno
A scoprirti giugnesse?
EUPAFORICE.
Ah no, deponi,
Caro Prence, la tema. I tuoi Custodi
Subornar seppi. Col fulgor dell'oro
Si vincon gli Spagnuoli, e un fido core
Sforza i ripari, e dove
Trova ostacol maggior, s'apre il sentiero.
MONTEZUMA.
In mezzo a i mali miei qual pura gioja
E' 'l rivederti ancor! La vita, il Serto
Lasciar non m'è discaro,
Ma 'l perderti, mio ben, ah troppo è amaro.
EUPAFORICE.
Non disperar, ben mio. Resta uno scampo
MONTEZUMA.
E qual? forse Zamoro ...
Ma il vincere che vale ad un che langue
Sotto nemica Stella,
Che a sparger senza prò l'umano sangue?
EUPAFORICE.
Ah! Zamoro ... Signor ... le schiere sue
Dal tuo stesso Nipote
Sedotte fur, ed all' Ispan si diero.
Ma 'l colpo non t'abbatta. In tua difesa
Ti resta Eupaforice. Oggi vogl'io
Che la mia fe' s'ammiri, e l'amor mio.
MONTEZUMA.
Dunque non basta che la Schiera ardita
Di Stranier mi rapisca e Regno, e vita?
Dunque mirar degg'io
Che mi tradisca insino il Sangue mio?
Ma che vi feci, o Numi?
Per meritar cotanto sdegno? Ah sembra
Che contro me congiuri e Terra, e Cielo.
Ma la sfortuna mia
Scoter non puote la costanza mia.
MONTEZUMA.
Ah sol per te, ben mio,
Del mio destin tiranno
Sento l' orror l' affanno,
E sospirar mi fa.
EUPAFORICE.
Non disperar, mia vita:
Questo mio cor costante
Sì per salvar l' Amante
Tutto tentar saprà.
MONTEZUMA.
Quando verrà quel giorno,
In cui le mie vendette
Il giusto Ciel farà!
EUPAFORICE.
Quando verrà quel giorno,
In cui sì puri voti
Compiere il Ciel vorrà!
MONTEZUMA.
Sposa! ....
EUPAFORICE.
Mio bene! ....
MONTEZUMA.
Oh stelle!
EUPAFORICE.
Deh rassicura il core:
Ancor si può sperar.
MONTEZUMA.
Del tuo destin l' orrore
Solo mi fa tremar.
EUPAFORICE.
Ah! con sì puro amore ...
MONTEZUMA.
Ah con sì bella fede ...
EUPAFORICE E MONTEZUMA.
O insiem regnar dobbiamo,
O insiem dobbiam morir!


Scena II.


Montezuma, Eupaforice, Erissena.

ERISSENA.
Ah scoperti, o Regina,
Sono i nostri disegni.
Per la Città già lo spavento, e il lutto
Coll' indegno Spagnuol corron per tutto.
Narves in quella parte,
Cortes nell' altra i Messicani arresta.
Apportatrice d'un sì tristo annuncio
Con gran pena affrettare a voi potei
Fra l'orror del tumulto i passi miei.

Parte.

MONTEZUMA.
E chi ne puo tradire? e che ne resta
Da perder nello stato, in cui noi siamo?
EUPAFORICE.
Sarian stati traditi i miei progetti?
A no ... color capaci non ne sono,
A' quali li affidai.L
MONTEZUMA.
Deh qual disegno? ...
Quai progetti, o Regina?
Che s'è giunto a scoprir?
EUPAFORICE.
Ch'armar volevo
Per la tua libertate
Alla strage nemica i tuoi soggetti.
MONTEZUMA.
Oh magnanima, oh degna
D' esser da me adorata,
D' essere venerata! ah un tal coraggio
Alle tante virtù, che in te ammirai
Creduto unito non aurei giammai.


Scena III.


Tezeuco, e suddetti.

TEZEUCO.
Ahimè! tutto, o Regina,
Che barbaro destin! tutto è perduto.
EUPAFORICE.
Cieli! che auvenne? parla.
TEZEUCO.
I cenni tvoi
Eseguendo fedel, già col Tirauno
Simulando io parlavo, ed a buon segno
Piegavano le cose, quando a lui
Un vom s'appressa, e gli favella a parte.
Il furor lo trasporta, impugna il ferro,
Ruina sopra me: io fuggo, ei vola
Alla strage de' nostri: gli Spagnuoli
Si congiungono a lui: suenano ognuno,
Che s'armi alla difesa: da per tutto
Suonan minacce, suonan pianti, e lai.
Fra i cadaveri, e il sangue io mi salvai.
Pilpatoè dal maggior Tempio ancora
Lor contrasta, ma invano. Ah sommi Dei
Perchè tanto serbaste i giorni miei!
MONTEZUMA.
Oh Popol generoso,
Che dai pel tuo Monarca e sangue e vita;
Perchè mai per salvarti or non poss'io
Correr tutto a versar il sangue mio?
Ah! sol piangerti posso!
EUPAFORICE.
E ben, si fugga,
Se non puossi pugnar. Vieni:

A Montezuma.

Coll'oro
Quà penetrai. Coll'arme stessa quindi
Uscir potrem. Nel Regno mio n'andremo,
E nuove forze, e nuove Schiere avremo.
MONTEZUMA.
Se in libertà son io, far uso i' voglio
Di lei fra l'armi; e se 'l mio sforzo è vano,
Almen voglio perir coll'armi in mano.
TEZEUCO.
Troppo è tardi, Signor. Salvati; fuggi.
Questo è l' unico scampo
Che la Sposa fedel a te propone.
Non differir; necessità l'impone.
MONTEZUMA.
Ed a tanta viltà scender poss'io?
Sposa, bell' Idol mio,
Tu parti, e lascia un infelice Amante
Seguire il suo destin.
EUPAFORICE.
Sgombra un idea
Disperata, e funesta. Ah te ne priego
Per quel tenero amor ch'ambi n'accese,
Per gli Dei che adoriam, pel Popol tuo
A te fedel. Ti serba alla vendetta,
Che forse per mio mezzo il Cielo affretta.
MONTEZUMA.
Tu l'imponi? obbedisco.
Tu drizza i passi miei.
La nostra impresa ah secondate, o Dei.

Partono.



Scena IV.


Gran Cortile cinno di colonne, d'onde si vede una parte della Città che vien poi incendiata. Cortes con alcuni de i suoi. Pilpatoè incatenato.

CORTES.
Si perfido: dovrai cader trafitto.
Per lavar col tuo sangue il tuo delitto.
PILPATOÈ.
Per la Patria, e 'l Monarca a me di gloria
Questa morte sarà.
CORTES.
Sarà di scorno,
Poichè un ribelle sei. Crudele scempio
Di te farò per vendicar del Cielo
L'interesse, e del mio grande Monarca.
PILPATOÈ.
E quale il Cielo ha mai
Col Messico interesse?
CORTES.
Anche bestemmj,
Scelerato, or che vedi
Che 'l nostro Dio trionfa?
PILPATOÈ.
I Numi tuoi
Furon possenti, si, ma non più giusti,
Quando di tanti mal gravàro noi.


Scena V.


Narves col resto degli Spagnuoli, conducendo incatenati Montezuma, Eupasorice, e Tezeuco.

NARVES.
Duce, quì Montezuma
Ti traggo, e la Regina. Essi, ingannati
Gli Spagnuoli soldati,
Eran presso alle Porte. Jo gli raggiunsi
Essi osàro farfronte, e alcun de' Nostri
Ucciso fu da Montezuma, e fino
Dalla Donna orgogliosa.
Ma fur vane difese.
Gli atterrammo, e alla forza ognun s'arrese.
CORTES.
Si, per la rea conguiro
Perfidi, sì tremate:
Ah per punirvi armate
Voi stessi il mio furvr.
Così il tuo orgoglio altero

A Montezuma.

Di mia pietà s' abusa
Vicino a perdonar?
Armi il ribelle Impero
Trami, cospiri, e tenti
Il sangue mio versar?

Ma la crudel tempesta
Sul capo tvo s' appresta;
Nulla arrestar la può.
Le mie conquiste alfine
Col sangue, e le ruine
Assicurar saprò.
MONTEZUMA.
Barbaro Usurpator, ed osi ancora
Di chiamarmi Ribelle?
EUPAFORICE.
A i nostri mali
Insulti, o Mostro reo?
CORTES.
Si perirete,
E tu primier, che sei

A Montezuma.

L'autor infame de' disegni rei.
EUPAFORICE.
T'inganni. Jo sola fui. De' Messicani
Le forti destre armai,
E per salvar lo Sposo,
A svenarti, o crudel, tutto tenti.
MONTEZUMA.
No, Cortes. Poichè tutte
Cangian nome le cose,
E l'opre generose
S'appellano delitti, io sol son reo.
L'onor del Soglio vendicar pretesi;
Volli la libertà rendere al Regno;
Volli pugnar per l'Are
Che tenti profanar.
CORTES.
Tu m' hai costretto
Ad usar il rigor, e offese aggiugni?
Il tuo supplicio è pronto.
EUPAFORICE.
Empio, inumano!
Oggi quà ne venisti, ed oggi avcsti
La fede Imperial; e 'l giorno stesso
L' Imperator di lacci rei cingesti.
Pensa, crudel, che da te sol sospinti
Fummo al furore disperato. Pensa
Che niun senza difesa
Opprimere si lascia; e pensa infine
Che 'l nome tuo, se tal fierezza adopri,
D'un' eterna vergogna oggi ricopri.
CORTES.
E ben, vuoi ch'egli viva?
EUPAFORICE.
Ah! s'io lo voglio?
Prenditi il sangue mio. Vibra: ferisei:
E' questo il ferro. Ma tu salva, oh Dio!
Salvami per pietà lo Sposo mio.
MONTEZUMA.
Mille volte più tosto
Jo mi eleggo perir.
CORTES.
S' ei vuol salvarsi
Egli abbandoni prima
I suoi fallaci Dei;
Quindi a me ceda umìle
L'Impero, e la tua man.
MONTEZUMA.
Vile che sei!
Col prezzo d'un' infamia
Ricomprerò la vita?
Jo perdorò l'onore
Per trarre in servitù vita infelice?
Cedere Eupaforice
La mia Sposa, il mio ben a te potrei?
Prima che ciò facessi
Mille vite darei, se mille avessi.
EUPAFORICE.
Mostro, che sol respiri
Terrore, e crudeltà
Tu il nostro pianto miri
Senza sentir pietà?
Temi ne' nostri mali
Frutto del tuo furore,
Temi un rimorso al core,
Che a te fatal sarà.

Son folli idee, crudele,
Le glorie, e i fasti tuoi.
Anno i veràci Eroi
Senfi d'umanità.
CORTES.
Hanno l'opere mie
Giudice assai miglior che i Messicani.
Ne da te vuo' consiglio.

Ad Eupafus.

E ben:

A Montezuma.

tu alfin che risoluto avrai?
MONTEZUMA.
D'effer tratto al supplicio. Andiam omai.

Sì, corona i tuoi trofei
Col privarmi alfin di vita
Mi vedrai con alma ardita
Della morte trionsar.

Senza tema un alma pura
Rendo al sen della Natura:
Rendo il corpo agli Elementi,
Onde il nascere sortì.
De' tuoi fieri tradimenti
Grideran vendetta un di.

Vieni, sì, mio dolce Amore,

A Eupaforice.

Per raccorre il cener mio:
A ricever del mio core
Vieni l'ultimo sospir.

Montezuma abbraccia Eupaforice, ed è tratto al supplicio con Tezeuco, e Pilpatoè da alcuni Spagnuoli condotte da Narves.

EUPAFORICE.
Ah mio Sposo adorato! ...
Non v'è dunque più scampo? ... Orribil mostro,

Che al tvo eieco surore
Limiti non ponesti,
Sì sì il maggior de' tuoi delitti è questi;
Ma il di lui frutto reo
Non ti penfare di gustar in pace.
Vedrai di che capace,
Allor ch'è spinta a disperati estremi,
Una donna sarà. So ch'empia sete

Qui si comincia a veder l'incendio della Città, che poi va crescendo.

Della nostre ricchezze, e de' tesori
Barbaro, ti condusse a tanti orrori.
Volgi colà lo sguardo, e mira come
Te ne privin le fiamme,
Ch' ardono la Città per cenno mio.
Non regnerai, che su distrutti avanzi,
Ed i sudditi tuoi
I cadaveri sien de' Messicani
Immolati a' tuoi barbari furori.
Gli Dei Vendicatori
Faccian, che in man straniera
Passino le ricchezze,
Che dal fecondo sen di questo suolo
A ricavar verrà braccio Spagnuolo.
Tu m'uccidi lo Sposo per strapparmi
Dalle sue braccia oh Dio! di sangue intrise!

Ma diverrò, non dubitar ben tosto
Furia vendicatrice,
Furia persecutrice.
Fintanto, che, sdegnata
De' rei delitti tuoi, vorrà pur anco
Sopportarti la terra
Ti sarò sempre intoruo a farti guerra.
Va: le tue violenze, i tuoi delitti
Omai più separar non mi potranno
Dal mio tenero Amante.
S'uniran l'alme nostre in quest' istante.

S' immerge un pugnale nel petto; le donne la circondado, e la eonducono via.

CORTES.
Ah! qual rabbia ostinata! Il veggio omai
Per domar quèste Genri
Distruggerle convien. Sia la Cittade
La preda de i Soldati,
E i Cittadini suoi cadan svenati.
Valorosi Spagnuoli
Correte all' alta impresa. Estinta cada
L'Idolatrìa cogl' Idolatri suoi.
Del nostro Re l'Impero
Così si stabilisca. Il far vendetta
Oggi del nostro Culto a Voi s'aspetta.

Parte, e gli Spagnuoli corrono al saccheggio si canta il Coro da i Messicani che quindi fuggono spaventasi. Allora vedesi l' incendio della Città, e si fa un Ballo di schiavi, e schiave Messicane.

CORO.
Oh Cielo! oh giorno orribile
Di delitti esecrabili!
O terra, che gli toleri,
Apri le tue voragini!
Fuggiam, fuggiam dai barbari.
Voi. ginsti Dei, salvateci:
Movetevi a pietà.

Fine.

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