22 Dante Alighieri - La Divina Commedia - Paradiso
22 Carl Streckfuß - Die Göttliche Komödie - Paradies

Canto XXII, nel quale si tratta di quelli medesimi che nel precedente capitolo, qui sotto il titolo di Santo Maccario e di Santo Romoaldo; e infine dispitta il mondo e la sua picciolezza e le cose mondane, ripetendo e mostrando tutti li pianeti per li quali è intrato; ed entra con Beatrice nel segno d'i Gemini; e qui prende l'ottava parte di questa terza cantica.

Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;

e quella, come madre che soccorre
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che 'l suol ben disporre,

mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo?
e non sai tu che 'l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?

Come t'avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;

nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.

La spada di qua sù non taglia in fretta
né tardo, ma' ch'al parer di colui
che disïando o temendo l'aspetta.

Ma rivolgiti omai inverso altrui;
ch'assai illustri spiriti vedrai,
se com' io dico l'aspetto redui».

Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che 'nsieme
più s'abbellivan con mutüi rai.

Io stava come quei che 'n sé repreme
la punta del disio, e non s'attenta
di domandar, sì del troppo si teme;

e la maggiore e la più luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sé la mia voglia contenta.

Poi dentro a lei udi': «Se tu vedessi
com' io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.

Ma perché tu, aspettando, non tarde
a l'alto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti riguarde.

Quel monte a cui Cassino è ne la costa
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;

e quel son io che sù vi portai prima
lo nome di colui che 'n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;

e tanta grazia sopra me relusse,
ch'io ritrassi le ville circunstanti
da l'empio cólto che 'l mondo sedusse.

Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e ' frutti santi.

Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo».

E io a lui: «L'affetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,

così m'ha dilatata mia fidanza,
come 'l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant' ell' ha di possanza.

Però ti priego, e tu, padre, m'accerta
s'io posso prender tanta grazia, ch'io
ti veggia con imagine scoverta».

Ond' elli: «Frate, il tuo alto disio
s'adempierà in su l'ultima spera,
ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.

Ivi è perfetta, matura e intera
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr' era,

perché non è in loco e non s'impola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti s'invola.

Infin là sù la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d'angeli sì carca.

Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.

Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.

Ma grave usura tanto non si tolle
contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de' monaci sì folle;

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d'altro più brutto.

La carne d'i mortali è tanto blanda,
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.

Pier cominciò sanz' oro e sanz' argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;

e se guardi 'l principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov' è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.

Veramente Iordan vòlto retrorso
più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui 'l soccorso».

Così mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.

La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtù la mia natura vinse;

né mai qua giù dove si monta e cala
naturalmente, fu sì ratto moto
ch'agguagliar si potesse a la mia ala.

S'io torni mai, lettore, a quel divoto
trïunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e 'l petto mi percuoto,

tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant' io vidi 'l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.

O glorïose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e s'ascondeva vosco
quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,
quand' io senti' di prima l'aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita
d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
la vostra regïon mi fu sortita.

A voi divotamente ora sospira
l'anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.

«Tu se' sì presso a l'ultima salute»,
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;

e però, prima che tu più t'inlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;

sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo
s'appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo».

Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approbo
che l'ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell' ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.

L'aspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com' si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone.

Quindi m'apparve il temperar di Giove
tra 'l padre e 'l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove;

e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.

L'aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom' io con li etterni Gemelli,
tutta m'apparve da' colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

Ich kehrte mich, vom Staunen überwunden,
Zu meiner Führerin, gleich einem Kind,
Das Hilfe sucht, wo's immer sie gefunden.

Sie sprach, der Mutter gleich, die sich geschwind
Zum Knaben kehrt, der atemlos, beklommen
In ihrer Stimme frischen Mut gewinnt:

"Bedenk's, dich hat der Himmel aufgenommen,
Wo alles heilig ist, wo heißem Drang
Gerechten Eifers, was geschieht. entglommen.

Wie dich mein Lächeln, wie dich der Gesang
Verwandelt hätten, wirst du jetzt verstehen,
Da jener Ruf dich so mit Graus durchdrang.

Verstündest du das drin enthaltne Flehen,
So wäre dir die Rache schon erklärt,
Die du noch wirst vor deinem Tode sehen.

Von droben fällt zu frühe nicht das Schwert,
Und nicht zu spät, wie's dem scheint, der mit Grauen
Es harrend fürchtet oder es begehrt.

Jetzt blicke nur auf andres mit Vertrauen,
Sieh dortenhin; du wirst in großer Zahl
Dort hochberühmte sel'ge Geister chauen."

Ich sah, den Blick gewandt, wie sie befahl,
Wohl hundert Kreise, welche Funken Sprühten,
Verschönert von dem gegenseit'gen Strahl.

Wie auch in mir der Sehnsucht Stacheln glühten,
Doch wagt' ich keine Frag' und hieß sie ruh'n,
Um vor zu großer Kühnheit mich zu hüten.

Die größte, hellste Perle nahte nun,
Um jenem Wunsch, den sie in mir ergründet,
Mit süßem Liebeswort genugzutun.

"Wenn du die Liebe säh'st, die uns entzündet,"
So sprach die Stimme jetzt aus jenem Licht,
"Du hättest, was du denkst, mir frei verkündet.

Doch horch, auf daß du, harrend, später nicht
Zum hohen Ziel gelangest, und ich deute
Dir, was zu fragen dir der Mut gebricht.

Des Berges Höh', an dessen Abhang heute
Cassino liegt, war einst Versammlungsort
Für viel Betrüger und betrogne Leute.

Der erste, nannt' ich dessen Namen dort,
Der jene Wahrheit, die uns hoch erhoben,
Der Erde bracht' in seinem heil'gen Wort.

Und solche Gnade glänzt' auf mich von oben,
Daß ich das Land umher vom Dienst befreit,
Der mit verruchtem Trug die Welt umwoben.

Wer hier glänzt, lebt' einst in Beschaulichkeit,
Und keiner ließ in sich die Flamm' erkalten,
Die Blüten treibt und heil'ge Frucht verleiht.

Sieh des Maccar, des Romuald Lichtgestalten,
Sieh meine Brüder, die im Klosterbann
Den Fuß gehemmt und fest das Herz gehalten."

"Dein liebevolles Wort", so hob ich an,
"Und diese Freundlichkeit, die es begleitet,
Die ich an jedem Glanz bemerken kann,

Sie haben aIso mein Vertrau'n erweitet,
Wie Sonnenschein die Rose, welche sich,
Soweit sie kann, erschließet und verbreitet.

Und, so vertrauend, Vater, bitt' ich dich,
Dich meinen Blicken unverhüllt zu zeigen,
Ist solche Gnade nicht zu groß für mich."

"Wenn so hoch", sprach er, "deine Wünsche steigen,
Beut dir der letzte Kreis Erfüllung dar.
Durch sie wird jeder Wunsch, auch meiner, schweigen.

Dort wird vollkommen, reif und ganz und wahr,
Was nur das Herz ersehnt - und dort nur findet
Sich jeder Teil da, wo er ewig war,

Weil jener Kreis sich nicht im Raum befindet;
Doch unsrer Leiter Höh' erreichet ihn,
Daher sie also deinem Blicke schwindet.

Als sie dem Jakob einst im Traum erschien,
Sah er die Spitze bis zum Himmel streben
Und drauf die Engel auf und nieder zieh'n.

Jetzt mag man nicht den Fuß vom Boden heben,
Um sie zu steigen, und bei Schreiberei'n
Bleibt an der Erde träg mein Orden kleben.

Denn Räuberhöhlen sind, was einst Abtei'n,
Und ihrer Mönche weiße Kutten pflegen
Nur Säcke, voll von dumpf'gem Mehl, zu sein.

Kein Wucher ist so sehr dem Herrn entgegen
Als jene Frucht, auf die die Mönch' erpicht,
Drob sie im Herzen solche Torheit hegen.

Das, was die Kirche wahrt, gehört nach Pflicht
Den Armen nur zur Lind'rung der Beschwerden,
Nicht Vettern, noch auch schlechterem Gezücht.

Schwach ist des Menschen Fleisch, so, daß auf Erden
Ein guter Urspung nicht genügen kann,
Bis Eichensprossen Eichenbäume werden.

Petrus fing ohne Gold und Silber an,
Und ich begann mit Fasten und mit Flehen,
Franz seinen Orden als ein niedrer Mann.

Willst du nach eines jeden Ursprung spähen,
Dann sehn, wie ihn verführt der Übermut,
So wirst du Schwarzes statt des Weißen sehen.

Traun! daß sich aufgetürmt des Jordans Flut
Auf Gottes Wink, ist wunderbar zu finden,
Mehr als die Hilfe, die euch nötig tut."

Sprach's, um mit seiner Schar sich zu verbinden;
Zusammen drängte sich die Schar und fuhr
Vereint empor, gleich schnellen Wirbelwinden.

Und ihnen nach, mit einem Winke nur,
Trieb mich die Herrin aufwärts jene Stiegen;
So zwang jetzt ihre Kraft mir die Natur.

Hienieden, wo bald sinkt, was erst gestiegen,
Gibt die Natur nie solche Schnelligkeit,
Daß sie vergleichbar ist mit meinem Fliegen.

So wahr ich, Leser, zu der Herrlichkeit
Einst kehren will, für die ich oft in Zähren
Den Busen Schlag' in Reu' und tiefem Leid;

Du kannst ins Feu'r den Finger tun und kehren
So schnell nicht, als ich war im Sterngebild,
Das nach dem Stier durchrollt die Himmelssphären.

O edle Sterne, kraftgeschwängert Bild,
Dem das, was ich an Geist und Witz empfangen,
Sei's wenig oder sei es viel, entquillt,

In euch ist auf-, in euch ist untergangen
Die Mutter dessen, was auf Erden lebt,
Als mich zuerst Toskanas Luft umfangen.

Als ich zum hohen Kreis, in dem ihr schwebt,
Geführt von reicher Gnad', emporgeflogen,
Da ward zuteil mir, daß ich euch erstrebt.

Fromm seufz' ich jetzt zu euch, seid mir gewogen!
Wollt Kraft zum schweren Pfade mir verleih'n,
Der meine Seele ganz an sich gezogen,

"Zum letzten Heile führ' ich bald dich ein,"
Sie sprach's, die mich zu diesen Höhen brachte,
"Und scharf und klar muß itzt dein Auge sein.

Darum, bevor du tiefer dringst, betrachte
Was unten liegt, und sieh, wie viele Welt
Ich unter deinem Fuß schon liegen machte.

Damit dein Herz, soviel es kann, erhellt,
Bereit sei, vor den Siegern zu erscheinen,
Die fröhlich sich in diesem Kreis gesellt."

Durch alle sieben Sphären warf ich meinen
Blick nun zurück und sah dies Erdenrund,
So daß ich lächelt' ob des niedern, kleinen.

Und jener Rat beruht' auf gutem Grund,
Denn die dies Rund verschmäh'n in höherm Streben,
Nur ihnen wird die echte Weisheit kund.

Ich sah in Glut Latonas Tochter schweben,
Von jenem Schatten frei, der mir zum Wahn
Vom Dünnen und vom Dichten Grund gegeben.

Dich, strahlenreicher Sohn Hvperions, sahn
Jetzt meine Blicke fest und ungeblendet,
Und um dich Majas und Diones Bahn.

Dich sah ich, Zeus, der mäß'gen Schimmer spendet,
Zwischen Saturn und Mars, auch ward mir klar,
Wie seinen WechseIIauf ein jeder wendet.

Wie groß die sieben sind, ward offenbar,
Wie schnell sie sind, den Weltenraum durchreisend,
Auch stellte mir sich ihre Ferne dar.

Und mit dem ew'gen Zwillingspaare kreisend,
Sah ich die Scheibe, die so stolz uns macht,
Mir Land und Meer und Berg' und Täler weisend.

Dann kehrt' ich mich zu ihrer Augen Pracht.

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