16 Dante Alighieri - La Divina Commedia - Paradiso
16 Carl Streckfuß - Die Göttliche Komödie - Paradies

Canto XVI, nel quale il sopradetto messer Cacciaguida racconta intorno di quaranta famiglie onorabili al suo tempo ne la cittade di Fiorenza, de le quali al presente non è ricordo né fama.

O poca nostra nobiltà di sangue,
se glorïar di te la gente fai
qua giù dove l'affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sarà mai:
ché là dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai.

Ben se' tu manto che tosto raccorce:
sì che, se non s'appon di dì in die,
lo tempo va dintorno con le force.

Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;

onde Beatrice, ch'era un poco scevra,
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra.

Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
voi mi date a parlar tutta baldezza;
voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io.

Per tanti rivi s'empie d'allegrezza
la mente mia, che di sé fa letizia
perché può sostener che non si spezza.

Ditemi dunque, cara mia primizia,
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro in vostra püerizia;

ditemi de l'ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni».

Come s'avviva a lo spirar d'i venti
carbone in fiamma, così vid' io quella
luce risplendere a' miei blandimenti;

e come a li occhi miei si fé più bella,
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna favella,

dissemi: «Da quel dì che fu detto 'Ave'
al parto in che mia madre, ch'è or santa,
s'allevïò di me ond' era grave,

al suo Leon cinquecento cinquanta
e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l'ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.

Basti d'i miei maggiori udirne questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare onesto.

Tutti color ch'a quel tempo eran ivi
da poter arme tra Marte e 'l Batista,
eran il quinto di quei ch'or son vivi.

Ma la cittadinanza, ch'è or mista
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l'ultimo artista.

Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,

che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l'occhio aguzzo!

Se la gente ch'al mondo più traligna
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio benigna,

tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
là dove andava l'avolo a la cerca;

sariesi Montemurlo ancor de' Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s'appone;

e cieco toro più avaccio cade
che cieco agnello; e molte volte taglia
più e meglio una che le cinque spade.

Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.

Le vostre cose tutte hanno lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son corte.

E come 'l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna:

per che non dee parer mirabil cosa
ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini
onde è la fama nel tempo nascosa.

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
già nel calare, illustri cittadini;

e vidi così grandi come antichi,
con quel de la Sannella, quel de l'Arca,
e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

Sovra la porta ch'al presente è carca
di nova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura de la barca,

erano i Ravignani, ond' è disceso
il conte Guido e qualunque del nome
de l'alto Bellincione ha poscia preso.

Quel de la Pressa sapeva già come
regger si vuole, e avea Galigaio
dorata in casa sua già l'elsa e 'l pome.

Grand' era già la colonna del Vaio,
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
era già grande, e già eran tratti
a le curule Sizii e Arrigucci.

Oh quali io vidi quei che son disfatti
per lor superbia! e le palle de l'oro
fiorian Fiorenza in tutt' i suoi gran fatti.

Così facieno i padri di coloro
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a consistoro.

L'oltracotata schiatta che s'indraca
dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
o ver la borsa, com' agnel si placa,

già venìa sù, ma di picciola gente;
sì che non piacque ad Ubertin Donato
che poï il suocero il fé lor parente.

Già era 'l Caponsacco nel mercato
disceso giù da Fiesole, e già era
buon cittadino Giuda e Infangato.

Io dirò cosa incredibile e vera:
nel picciol cerchio s'entrava per porta
che si nomava da quei de la Pera.

Ciascun che de la bella insegna porta
del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,

da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.

Già eran Gualterotti e Importuni;
e ancor saria Borgo più quïeto,
se di novi vicin fosser digiuni.

La casa di che nacque il vostro fleto,
per lo giusto disdegno che v'ha morti
e puose fine al vostro viver lieto,

era onorata, essa e suoi consorti:
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze süe per li altrui conforti!

Molti sarebber lieti, che son tristi,
se Dio t'avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch'a città venisti.

Ma conveniesi, a quella pietra scema
che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace postrema.

Con queste genti, e con altre con esse,
vid' io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.

Con queste genti vid' io glorïoso
e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,

né per divisïon fatto vermiglio».

O du geringer Adel unsers Bluts,
Kannst du hienieden uns zum Stolz verführen,
Wo wir noch fern vom Schau'n des wahren Guts.

So werd' ich nimmer drob Verwundrung spüren;
Denn dort, wo falsche Lust uns nicht erreicht,
Fühlt' ich darob in mir den Stolz sich rühren.

Du bist ein Mantel, der, sich kürzend, weicht,
Setzt man nicht Neues zu von Tag zu Tagen,
Weil rings die Zeit mit ihrer Schere schleicht -

Mit jenem ihr, das Rom zuerst ertragen,
Das jetzt die Römer minder brauchen, trat
Ich näher hin, beginnend neue prägen.

Beatrix drum, zur Seite stehend, tat,
Lächelnd, gleich jener, die beim ersten Fehle
Ginevrens, wie man schreibt, gehustet hat.

"Ihr seid mein Vater; Ihr erhebt die Seele,
Daß ich mehr bin als ich; Ihr gebt mir Mut
Mit Euch zu sprechen frei und sonder Hehle.

Mir strömt zur Brust vielfacher Wonne Flut,
Doch sie erträgt es, ohne zu zerspringen,
Weil süß das Herz in eigner Freude ruht.

Drum sprecht, mein Urahn, welche Vordern gingen
Euch noch voraus, und wie bezeichnet man
Die Jahre, die Euch hier itzt Früchte bringen?

Vom Schafstall sprecht des heiligen Johann;
Wie groß war er? Wer ist, den, hochzustehen
In jenem Volk, man würdig preisen kann?"

Gleichwie, belebt von frischen Windeswehen,
Die Kohl' in Flammen glüht, so war das Licht
Bei meinem Liebeswort in Glanz zu sehen.

Und so verschont er jetzt sich dem Gesicht,
Wie seine Sprache sich dem Ohr verschönte;
Doch war's nicht jene, die man jetzo spricht.

Er sprach: "Seitdem des Engels Ave tönte,
Bis meine Mutter, heilig itzt, in Qual
Sich meiner Last entledigend, erstöhnte,

Kam allbereits fünfhundertachtzigmal
Dies Feuer zu den Füßen seines Leuen,
Dort zu erneuern seinen Flammenstrahl.

Des ersten Lichts sollt' ich am Ort mich freuen,
Den Vätern gleich, wo man das Sechsteil fand.
In dem sich eure Jahresläuf' erneuen.

Und dies sei von den Ahnen dir bekannt;
Wer sie gewesen, und woher entsprossen,
Wird schicklicher verschwiegen als benannt.

Was da, von Mars und Täufer eingeschIossen,
Befähigt war, sich zum Gefecht zu reih'n,
Ein Fünfteil war's der jetzigen Genossen.

Allein die Bürgerschaft, jetzt groß zum Schein,
Vermischt mit Campis und Certaldos Scharen,
War noch im letzten Handwerksmanne rein.

Wohl besser wären, die einst Nachbarn waren,
Es jetzo noch - wohl besser war's, Galluzz
Und Trespian als Grenzen zu bewahren,

Als innerhalb der Bauern Stank und Schmutz
Von Aguglion und Signa zu ertragen,
Die listig schachern allem Recht zum Trutz.

Wenn sich, der gänzlich aus der Art geschlagen,
Am Kaiser nicht stiefväterlich verging,
Statt ihn am Herzen väterlich zu tragen,

War' mancher Schachrer, den Florenz empfing,
Bereits zurückgekehrt nach Simifonte,
Wo sein Großvater schmählich betteln ging.

Wie Montemurlo Grafschaft bleiben konnte,
So wären noch die Cerchi in Acon,
Vielleicht in Valdigriev die Buondelmonte.

In Volksvermischung fand man immer schon
Den ersten Keim zu einer Stadt Verfalle,
Wie Speis auf Speisen unsern Leib bedroh'n.

Ein blinder Stier stürzt hin in jäherm Falle
Als blindes Lamm, und öfters ist ein Schwert
Mehr wert als fünf und schneidet mehr als alle.

Sieh Luni, Urbifaglia schon verheert,
Sieh Chiusi in derselben Not sich winden,
Die Sinigaglia, jenen gleich, erfährt;

Dann wirst du's nicht mehr neu und schrecklich finden,
Hüllt Nacht des Todes die Geschlechter ein,
Da Städte selbst vom festen Grund verschwinden.

Was euer ist, das trägt, wie euer Sein,
Den Tod in sich; doch, was sich minder wandelt,
Verbirgt ihn euch, denn eure Zeit ist klein.

Und wie des Mondes Lauf den Strand verwandelt
Und ihn in Ebb' und Flut entblößt und deckt, -
So ist's, wie das Geschick Florenz behandelt.

Drum werde dir kein Staunen mehr erweckt,
Sprech' ich von Edeln deiner Stadt, von ihnen,
Die in Vergessenheit die Zeit versteckt.

Die Ughi hob' ich und die CateIIinen
Der Greci und Ormanni Stamm gesehn,
Die selbst im Fall erhabne Bürger schienen.

Mocht' alt, wie hoch, der von Sanella stehn,
Er mußte mit Soldanier, den von Arke
Und den Bostichi kläglich untergehn.

Am Tor, das jetzt an Hochverrat so starke
Belastung hat, daß in den Wogen bald
Versinken wird die überladne Barke,

Dort war der Ravignani Aufenthalt,
Das Stammhaus derer, so den Namen führen
Des BeIIincion, der edel ist und alt.

Wohl wußte, wie sich's zieme, zu regieren,
Der della Pressa - Galigajo nahm
Das Schwert, das goldnes Blatt und Knauf verzieren.

Groß war die graue Säul' und wundersam,
Groß waren die Sachetti, die Barucci
Und die ein Scheffel jetzt durchglüht mit Scham.

Groß war vordem der Urstamm der Calfucci;
Zu jeglichem erhabnen Platz im Staat
Rief man die Sizii, die Arrigucci.

Wie groß war't ihr! Allein des Stolzes Saat
Trug Untergang - wie blüht auf allen Ästen
So edler Stämme Mut und große Tat!

So waren deren Väter, die in Festen,
Wenn man den Sitz des Bischofs ledig sieht,
Im Konsistorium sich behaglich mästen.

Das prahlende Geschlecht, das dem, der flieht,
Zum Drachen wird, doch sanft wird, gleich dem Lamme,
Wenn man die Zahne weist, den Beutel zieht

Kam schon empor, allein aus niederm Stamme,
Drum zürnt' Ubert dem BeIIincion, daß er
Zu solcherlei Verwandtschaft ihn verdamme.

Von Fiesole kam Caponsacco her
Auf euren Markt und trieb in jenen Tagen,
Wie Infangato bürgerlich Verkehr.

Unglaubliches, doch Wahres werd' ich sagen:
Ein Tor des Städtchens ließ man ungescheut
Den Namen des Geschlechts der Pera tragen.

Wen nur des schönen Wappens Schmuck erfreut,
Des großen Freiherrn, dessen Preis und Ehren
Alljährlich noch das Thomasfest erneut.

Ließ Ritterwürden sich von ihm gewähren,
Mag der auch, der's mit goldner Zier umwand,
Jetzt im Vereine mit dem Volk verkehren.

Da hoch der Stamm der Gualterotti stand,
So würd' in Kriegsnot Borgo minder beben,
Wenn er sich mit den Nachbarn nicht verband.

Das Haus, das euch zum Weinen Grund gegeben,
Da's in gerechtem Grimm euch Tod gebracht
Und ganz beendigt euer heitres Leben,

Stand mit den Seinen fest in Ehr' und Macht.
Buondelmont, was hattest du Verlangen
Nach andrer Braut? Was fremden Antriebs acht?

Wohl viele würden froh sein, die jetzt bangen,
Wenn Gott der Ema dich vermählt, als du
Zum ersten Male nach der Stadt gegangen.

Doch wohl stand dieser Stadt das Opfer zu,
Das sie der Brückenwacht, dem wüsten Steine,
Mit Blut gebracht in ihrer letzten Ruh'.

Mit diesen und mit andern im Vereine
Sah ich Florenz des süßen Friedens wert,
Indem's nie Ursach' fand, weshalb es weine.

Mit diesem sah ich hoch sein Volk geehrt,
Gerecht und treu, in ruhig stiller Haltung,
Und nie am Speer die Lilie umgekehrt'

Und nimmer rotgefärbt durch innre Spaltung.

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