04 Dante Alighieri - La Divina Commedia - Inferno
04 Karl Bartsch - Die Göttliche Komödie - Hölle

Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l'inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de' non battezzati e de' valenti uomini, li quali moriron innanzi l'avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.

Erwacht sieht sich Dante jenseit des Acheron im Höllenvorhof, wo man keine Klagen, nur Seufzer vernimmt. Hier weilen die tugendhaften Heiden und die ungetauft gestorbenen Christenkinder. Virgil berichtet auf Dantes Frage, daß viele Seelen von Christus diesem Vorhof entführt worden seien. In einem abgesonderten Kreise befinden sich die Dichter Homer, Horaz, Ovid und Lucan, die Virgil begrüßen und Dante in ihre Mitte aufnehmen. Sie gehen einem Feuer zu und gelangen zu einem von sieben Mauern umfangenem Schlosse, in dessen Mitte auf grüner Aue die Seelen edler Männer und Frauen, Philosophen, Naturforscher sich aufhalten. Virgil und Dante setzen dann ihren Weg allein fort.

Ruppemi l'alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch'io mi riscossi
come persona ch'è per forza desta;

e l'occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov' io fossi.

Vero è che 'n su la proda mi trovai
de la valle d'abisso dolorosa
che 'ntrono accoglie d'infiniti guai. 9

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?». 18

Ed elli a me: «L'angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.

Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l'abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l'aura etterna facevan tremare; 27

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che più andi,

ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch'è porta de la fede che tu credi; 36

e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio».

Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo eran sospesi. 45

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
comincia' io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:

«uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che 'ntese il mio parlar coverto,

rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato. 54

Trasseci l'ombra del primo parente,
d'Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co' suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,

e altri molti, e feceli beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati». 63

Non lasciavam l'andar perch' ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand' io vidi un foco
ch'emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n'eravamo ancora un poco,
ma non sì ch'io non discernessi in parte
ch'orrevol gente possedea quel loco. 72

«O tu ch'onori scïenzïa e arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?».

E quelli a me: «L'onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza».

Intanto voce fu per me udita:
«Onorate l'altissimo poeta;
l'ombra sua torna, ch'era dipartita». 81

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand' ombre a noi venire:
sembianz' avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;
l'altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano. 90

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid' i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com' aquila vola.

Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di tanto; 108

e più d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch'io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere è bello,
sì com' era 'l parlar colà dov' era.

Venimmo al piè d'un nobile castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel fiumicello. 117

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti. 126

Colà diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto.

I' vidi Eletra con molti compagni,
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea. 135

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l Saladino.

Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid' ïo Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri più presso li stanno; 144

Democrito che 'l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che 'l gran comento feo. 153

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca.

Den tiefen Schlaf im Haupt brach mir mit Krachen
Ein Donner, und ich fuhr empor wie Der,
Den man gewaltsam nöthigt zum Erwachen.

Mein ausgeruhtes Auge schweift' umher;
Grad aufgerichtet, blickt ich in die Runde,
Die Stätte zu erspähn, an der ich wär'.

Und ich erfand mich an dem jähen Schlunde
Des schmerzenvollen Thales, [1] dessen Kluft
Endloser Klagen Donner birgt im Grunde.

Tief war es, dunkel, nebelvoll die Luft,
Und unterscheiden konnt' ich dort nichts weiter,
Wie forschend auch der Blick drang in die Gruft.

Und todtenbleich begann nun mein Geleiter:
‘So mög' uns denn die blinde Welt umfangen;
Ich sei der erste, folge du als zweiter.’

Und ich, dem sein Erbleichen nicht entgangen,
Sprach: Wie komm' ich hinab, wenn du willst zagen,
Der du mein Trost in meines Zweifels Bangen?

Und er zu mir: ‘Das jammervolle Klagen
Des Volkes da drunten malt auf mein Gesicht
Des Mitleids Farbe; nimm es nicht für Zagen.

Auf, säumen läßt der lange Weg uns nicht.’
So trat er ein, so sah ich mich gekommen
Zum ersten Kreise, der den Schlund umflicht. [2]

Dorther entstieg, so viel mein Ohr vernommen,
Kein Klageruf, es bebte nur wie Weiden
Die ewige Luft von Seufzern bangbeklommen. [3]

Und dieses kam von marterlosem Leiden,
Das viele große, ungezählte Scharen
Von Kindern, [4] Fraun und Männern dort erleiden.

Der Meister sprach: ‘Und willst du nicht erfahren,
Was dies für Geister, die du schaust allhie? [5]
Laß, eh du fortgehst, mich dirs offenbaren.

Nicht Sünder sind sie; doch Verdienst kann nie
Der Taufe Mangel zum Ersatze dienen,
Denn deines Glaubens Pforte ja ist sie.

Sie lebten, eh das Christenthum erschienen,
Drum dienten Gott nicht würdig ihre Seelen; [6]
Und auch ich selbst bin einer unter ihnen. [7]

Um diesen Mangel, nicht um andres Fehlen
Sind wir verdammt in solch ein leidvoll Leben,
Daß hoffnungslos wir uns in Sehnsucht quälen.’

Als ich das hörte, fühlt' ich schmerzlich beben
Mein Herz, weil Seelen höchsten Werthes ich
Gewahrt' in diesem Höllenvorhof schweben.

Sprich, o mein Meister, mein Gebieter, sprich,
Begann ich, um Gewißheit zu gewinnen
Des Glaubens, vor dem jeder Irrthum wich:

Half Keinem eigenes Verdienst von hinnen
Noch fremdes, daß er kam ins selige Land?
Und er, durchschauend mein geheimes Sinnen, [8]

Versetzt: ‘Ich war noch neu in diesem Stand, [9]
Da ist ein Mächtiger hereingekommen,
Dem um die Stirn des Sieges Kranz sich wand.

Den ersten Vater hat er mitgenommen, [10]
Und Abel, seinen Sohn, und Noahs Schatten,
Und Moses, des Gesetzes Hort, den frommen,

David und Abram, Joseph, Rahels Gatten, [11]
Sie selbst, die langumworbne, [12]
Der Söhne, die durch ihn das Dasein hatten:

Sie macht' er selig und viel' andre gar,
Und wissen sollst du, daß vor ihnen keine
Menschliche Seele je erlöset war.’

Wir standen still, indeß er sprach, nicht eine
Minut' im Hain, den rüstig wir durchschritten,
Ich mein' in der gedrängten Geister Haine.

Wir hatten wenig erst des Wegs durchschritten
Vom Gipfel, [13] als ich Feuer strahlen sah
In dieser finstern Hemisphäre Mitten.

Wir waren zwar dem Ort nicht völlig nah,
Doch nicht so fern, daß nicht zu sehen wäre,
Nur auskerkorne Seelen weilten da.

Du, aller Künst' und Wissenschaften Ehre,
Wer sind denn diese, die solch Ansehn haben,
Daß sie getrennt hält von der Andern Heere?

Und er zu mir: ‘Der Name hoch erhaben,
Der sie noch droben schmückt in deinem Leben, [14]
Schafft ihnen dieses Vorzugs Gnadengaben.’

Da hört' ich eine Stimme sich erheben:
‘Laßt uns dem hohen Dichter [15] Ehr' erzeigen
Sein Schatten kehrt, der sich hinwegbegeben.’

Als diese Stimme dann versank in Schweigen,
Sah ich heran vier hehre Schatten schreiten,
Ihr Antlitz schien nicht Luft noch Schmerz zu zeigen.

Da sprach der gute Meister mir zur Seiten:
‘Sieh Diesen, in der Hand das Schwert, [16] voran
Den Dreien gehn, als Herrscher sie zu leiten.

Du siehst Homer, den Dichterfürsten, nahn,
Sodann Horaz, den Dichter der Satiren,
Dann kommt Ovid, als letzter folgt Lucan.

Weil sie wie ich den gleichen Namen führen,
Der mir ertheilt von jener Stimme war, [17]
Thun sie mir Ehr' an und thun nach Gebühren.’

So stand vereint die schöne Jüngerschar
Des Meisters im erhabensten Gesange, [18]
Der ob den andern schwebt gleich wie ein Aar.

Sie sprachen mit einander, doch nicht lange,
Worauf sie grüßend mich willkommen hießen,
Und lächelnd stand mein Meister beim Empfange.

Mehr Ehre ließen sie mich noch genießen,
Vergönnend, ihrer Schar mich als Geselle,
Als sechster solchen Geistern anzuschließen.

So schritten wir nun vor bis zu der Helle [19]
Und sprachen was ich hier verschweigen muß,
Weil dort davon zu reden war die Stelle.

Wir nahten eines edlen Schlosses Fuß,
Von hohen Mauern siebenfach umfangen [20]
Und rings geschirmt durch einen schönen Fluß.

Der ward von uns wie trocken Land durchgangen,
Durch sieben Thore dann gings weiter fort
Zu einer Au in grünen Frühlingsprangen. [21]

Ernstblickend ruhige Leute waren dort,
Mit hoher Würd' in allen ihren Mienen;
Sanft war ihr Ton, doch selten klang ihr Wort.

Wir wählten einen Platz, nicht fern von ihnen,
Wo freien Blick wir über alle hatten,
Hoch, hell und offen, wie sie da erschienen.

Uns gegenüber auf den grünen Matten
(Noch rühm' ich mich, daß dies mir ward erschlossen)
Wies mir mein Führer all die großen Schatten.

Ich sah Elektra [22] dort mit viel Genossen,
Erkannte Hektor und Aeneas, sah
Caesarn, deß Falkenaugen Blitze schossen.

Camilla war, Penthesilea da, [23]
Zur andern Seite sah ich Fürst Latinen
Bei seiner Tochter, bei Lavinia. [24]

Ich sah den Brutus, der vertrieb Tarquinen, [25]
Lucrezia, Julia, Martia, edle Frauen,
Cornelia auch, [26] und abseits Saladinen. [27]

Als ich ein wenig höher hob die Brauen,
Konnt' ich den Meister Aller, die da weise, [28]
Umringt von Philosophenschülern schauen;

Vereint sie all' in seinem Ruhm und Preise.
Hier sah ich Plato, sah den Sokrates,
Am nächsten sie vor andern ihm im Kreise;

Sah Diogenen und Empedokles,
Sah, dem die Welt ein Zufall, Demokriten, [29]
Den Pflanzenforscher Dioskorides, [30]

Zeno, Averroës, des Stagiriten
Erklärer, [31] Orpheus, [32] Anaxagoras,
Sah Ptolemäus, Linus, Herakliten,

Thales, Eukliden, der die Flächen maß,
Sah Avicenna, [33] Hippokrat, Galenen,
Sah Tullius und die Strenge Seneca's.

Eingehend sprechen kann ich nicht von Jenen;
Des Stoffes Größe heißt so kurz mich sein,
Daß oft mein Wort nicht nachkommt dem Geschehnen.

Die Dichtersechszahl schmilzt auf zwei nun ein:
Mich führt auf anderm Pfad mein weiser Leiter
Aus stiller Luft in bebende hinein,

Und wo kein Schimmer hindringt, schritt ich weiter.

1 Die Hölle im Ganzen ist hier gemeint.
2 Die Höllenkreise bilden einen nach unten gehenden sich verengenden Trichter. Jeder folgende Kreis liegt tiefer als der vorausgehende; je zwei sind durch einen Felsenhang geschieden.
3 Es ist der Aufenthalt der tugendhaften Heiden.
4 Die Kinder christlicher Eltern, wenn sie vor der Taufe starben, sind ebenfalls in diesem Kreise.
5 Dante wagt nicht zu fragen; vgl. 3, 80
6 Nur die an den verheißenden Christus glaubten, gelangten zur Seligkeit, auch wenn sie vor Christo lebten; vgl. Paradies 20, 122. 32, 22.
7 Virgil starb 19 Jahre vor Christi Geburt.
8 Dante hat Christi Höllenfahrt im Sinne bei dem 'fremden' Verdienst (V. 50)
9 Christi Höllenfahrt war 52 Jahre nach Virgils Tode.
10 Adam.
11 Jacob.
12 Indem Jacob vierzegn Jahre um sie freite.
13 Vom Gipfel des Abhangs, der den ersten Kreis von der Vorhölle trennt.
14 Der Nachruhm, den sie sich erworben haben.
15 Virgil, der diesen Kreis auf Beatricens Anregung verlassen hatte.
16 Das Schwert trägt Homer als Sänger der Iliade, des eigentlichen Heldenliedes.
17 Den Dichternamen, mit welchem jene Stimme (V. 80) Virgil bezeichnet hatte.
18 Auch hier ist Homer gemeint.
19 Zu dem in V. 68 erwähnten Feuer.
20 Die sieben Mauern sind wohl sieben Tugenden, die auch der Heide ohne den christlichen Glauben üben kann. Nach Andern die sieben freien Künste.
21 Die Aue liegt inmitten des Schlosses.
22 Elektra, Tochter des Atlas, Mutter des Dardanus, des Stammvaters von Troja.
23 Penthesilea, die Amazonenkönigin, kämpfte und fiel für Troja; über Camilla vgl. 1, 107.
24 Lavinia, die Gemahlin des Aeneas.
25 Der ältere Brutus, der den Tarquinius Superbus stürzte.
26 Julia, Caesars Tochter, Pompejus' Gemahlin; Martia, Catos Frau (vgl. Fegefeuer 1, 79); Cornelia, die Mutter der Gracchen.
27 Saladin, der einzige orientalische Fürst, dem Dante diese wohlverdiente Auszeichnung einräumt.
28 Aristoteles, den Dante daher meist schlechthin 'den Philosophen' nennt.
29 Weil man annahm, Demokrit habe sich die Welt aus zufällig zusammentreffenden Atomen entstanden gedacht.
30 Er schrieb über die Eigenschaften der Pflanzen und Steine.
31 Der Araber Averroës, der berühmteste mittelalterliche Commemtator des Aristoteles, des Stagiriten (aus Stagira).
32 Orpheus und Linus, sein Lehrer, die Begründer der orphischen Weisheit.
33 Ein berühmter arabischer Arzt und Naturforscher.

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